(s.m.) – Ha presentato un’altra denuncia quattro giorni fa.
E’ l’ultimo atto della guerra di Patrizia Belli, ex proprietaria di un allevamento di oche sterminato dagli scarichi tossici nel fosso dell’Olmo, sotto l’ospedale Belcolle di Viterbo.
L’inquinamento le ha portato via la sua azienda e i suoi sogni: allargare la produzione, esportare all’estero. “La pasta con le uova di oca ce l’avevano richiesta anche a Tokyo”, dice. Ma adesso è tutto distrutto. 2mila oche sono morte l’anno scorso. Le superstiti le ha regalate a qualche veterinario. Epatosplenomegalia, la causa. Un aumento di volume del fegato e della milza “causato dall’inquinamento provocato dagli scarichi delle acque reflue provenienti dall’ospedale Belcolle”, si legge nella sua ultima denuncia contro ignoti. L’azienda ha chiuso e lei vive con la pensione del marito. Ma la sua battaglia non è finita.
“Da quattro anni vivo un inferno. Soffro di una sindrome che i medici chiamano immuno neurotossica ambientale. Una serie di disturbi che mi rendono la vita impossibile: vertigini, asma, febbre persistente. Vedo poco e non posso prendere la macchina. Non dormo. Sono intollerante a profumi e alimenti. Gli ultimi dottori che ho consultato dicono che è colpa dell’esposizione a sostanze tossiche provenienti dagli scarichi di Belcolle. Sono un veleno per la terra e per le falde acquifere. Di conseguenza, anche per noi”. Oltre alle oche, le sono morti tre cani di leucemia. I suoi vicini di casa fanno orecchie da mercante. Qualcuno ha il cancro, ma non si allarma. Perlomeno, non al punto da rivolgersi alle istituzioni. Lei sola è andata alla Asl, dai carabinieri, in Procura. Il pm Paola Conti indaga da più di un anno sull’inquinamento del fosso dell’Olmo. Ma il tempo passa e i veleni restano. E la signora Belli non ce la fa più.
“Ho 11 ettari di terra e non posso coltivare neanche una foglia di basilico. Rischiamo sclerosi multipla, leucemia, tumori, paralisi, ictus, cecità, amnesia totale e infarto del miocardio, forse la cosa migliore che potrebbe succederci. Sono dovuta star via due mesi per curarmi e sono costata migliaia di euro. Non mi importa tanto per me, ma cosa dico ai miei figli, che vogliono farsi una famiglia? I loro bambini nasceranno avvelenati. E’ giusto?”.
Il suo medico, un luminare di Brescia, le consiglia di cambiare casa. “Ma dove vado? – risponde lei -. E poi perché? Come possiamo lasciare che continui questo massacro? Io voglio andare fino in fondo perché preferisco morire in piedi che da pecora. Gli strumenti per combattere questo avvelenamento li abbiamo. La dottoressa Conti è un magistrato straordinario. Sta facendo il possibile. Ora toccherebbe un po’ anche alle istituzioni, ma figuriamoci. In comune ho chiesto più volte: non sanno nemmeno dov’è il fosso dell’Olmo”.
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