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Amarcord - Spettacolo - 1995 - Alberto Sordi, in visita a Blera, parla dei ricordi e dei film che lo legano alla città dei Papi

“Venivo da bambino a Viterbo per vedere la macchina di santa Rosa”

di Carlo Galeotti
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L'intervista di Carlo Galeotti ad Alberto Sordi

L’intervista di Carlo Galeotti ad Alberto Sordi

I vitelloni - Alberto Sordi

I vitelloni – Alberto Sordi

Alberto Sordi ai tempi del Vigile

Alberto Sordi ai tempi del Vigile

I vitelloni - Alberto Sordi a piazza della Rocca

I vitelloni – Alberto Sordi a piazza della Rocca

I vitelloni - Alberto Sordi

I vitelloni – Alberto Sordi

Blera – Riproponiamo l’intervista del 20 febbraio 1995 ad Alberto Sordi in visita a Blera. Sordi tra l’altro parla del suo rapporto con Viterbo e dei Vitelloni di Federico Fellini. Del quale ricorrono i cento anni dalla nascita. Non mancano nell’intervista riferimenti a fatti di cronaca dell’epoca – «Albe’ so’ venuta da Roma pe’ baciatte». Sembra di vedere una scena del film Borgorosso, con Alberto Sordi portato in trionfo dagli abitanti di Blera e non solo.

Intorno alle 11 è arrivata l’auto di Sordi, al volante il vigile urbano Enzo Cantilli che era partito da Blera ed era andato a prendere nella villa romana il grande attore. Appena lo vede, la gente si fa attorno a Sordi, lo saluta, gli dà del tu perché Alberto è uno di loro. Non c’è nessun diaframma che interrompe il dialogo continuo con la gente.

Il primo saluto lo danno i butteri maremmani a cavallo che lo scortano fino alla piazza principale. Arriva il primo regalo, un bastone da buttero: «Mo’ c’ho er bastone», commenta Sordi.

A braccetto con il sindaco Marco Gelli e Mario Menghini, che ha organizzato la visita dell’attore, Sordi attraversa le strette vie del centro per arrivare all’auditorium. C’è tutto il paese: le signore con la pelliccia, le ragazzine con la minigonna vertiginosa, i bambini, i notabili.

Arrivati all’auditorium si svolge la cerimonia, parla il sindaco, parla Menghini, viene consegnata una targa. Sordi, con una pazienza insospettabile ascolta, saluta, si fa fotografare con i bambini, firma autografi. A chi gli fa notare la sua disponibilità risponde con una battuta fulminea in romanesco: «Quanno t’hanno incastrato che vo’ fa’». E sorride divertito, sottolineando che in realtà il tutto gli piace e non poco. Cappotto color cammello, la sciarpa, gli occhiali spessi che danno una indicazione dell’età, 74 anni suonati, Sordi prende la parola ed è subito applauso. Un applauso per chi, a volte senza pietà, ha fatto vedere gli italiani allo specchio.

«Ho lavorato fino alle 4 di mattina, sto girando un film con Scola, Romanzo di un giovane povero, ma avevo promesso di venire e sono venuto».

Ancora applausi, poi l’attore parla del film che oggi gli sta più a cuore: Nestore, l’ultima corsa. Un film che vuole essere una difesa dei vecchi, di chi ha dato tanto nella vita e che spesso viene relegato in un ospizio. «Avrei voluto proiettare il film e poi fare un dibattito. Ma non avete una sala di proiezione. Non s’è potuto fare. In ogni caso sono d’accordo col sindaco per fare in modo che abbiate il vostro cinema. Quando sarà pronto tornerò con più calma».

Un accenno autobiografico.

«Ho fatto 187 film. Ho dedicato tutta la vita al cinematografo. I personaggi che ho interpretato hanno sempre rispecchiato la stagione della vita che attraversavo. Dai ragazzotti della parrocchietta, agli uomini maturi. Ora sono entrato nella categoria dei nonni». Dal fondo della sala un donna: «Non sei vecchio! Sei bello!». Insomma ad Alberto la gente vuole proprio bene. Questo è indubbio.

Sordi accenna a un sorriso e continua a parlare del problema che gli sta a cuore: quello dei vecchi. Racconta la trama di Nestore, ultimo viaggio: storia di un vetturino romano che viene licenziato, mandato in pensione e inviato all’ospizio; mentre il suo cavallo, l’amico di una vita, viene spedito al mattatoio.

«Nei miei film ho sempre precorso i tempi. Dieci anni prima con Tutti dentro ho descritto quello che sarebbe avvenuto con Di Pietro. Tutti sapevamo delle tangenti. A tutti i livelli. Anche per avere un certificato dovevi ammolla’ la diecimila. Questo lo sapevano tutti. Nonostante questo, credo ancora che l’Italia sia il paese più bello del mondo. Anche se è una repubblica fondata sull’arte di arrangiarsi. In una situazione di perdita dei valori come questa, i vecchi non sono considerati come dovrebbero. Anche per questo sono venuto a inaugurare il centro anziani qui a Blera. Oggi quando faccio un film, lo faccio per indicare una strada, una via d’uscita possibile».

Il discorso finisce, la platea si alza in piedi e applaude.

C’è chi ricorda una battuta di un film: «Lavoratori!», gridano dal fondo della sala ridendo. Chi con meraviglia dice: «E’ proprio un bravo cristiano». Non mancano le domande dei giornalisti.

A Viterbo lei ha girato due grandi film: I vitelloni e Il vigile.
«A Viterbo ho girato una delle scene che hanno segnato la storia del cinema italiano. Quella dell’ubriaco che usciva dalla sala da ballo (a piazza della Rocca, ndr). Ero nella compagnia di Wanda Osiris. Dopo lo spettacolo, venivo a Viterbo per girare il film con Fellini. Con Federico uscivamo dall’esperienza dello Sceicco bianco che non era andato granché bene. Mentre I vitelloni fu un successo. Col Vigile invece ho intasato mezza Viterbo e ho mandato nel burrone il sindaco. E’ stata un’esperienza bellissima anche perché lavoravo con De Sica».

Cosa ricorda di Viterbo, oltre i film?
«Beh, proprio a Viterbo ho conosciuto re Gustavo di Svezia che era appassionato di scavi etruschi. Quando andai in Svezia per girare Il Diavolo, l’ho rincontrato. Dopo la cerimonia del premio Nobel, andammo a cena insieme. Ho bei ricordi della vostra terra».

E’ venuto altre volte a Viterbo?
«Da bambino venivo a vedere la macchina di santa Rosa. Una straordinaria processione. Proprio nel ricordo di quella festa, qualche anno fa, sono tornato per vedere il trasporto».

Da dove nasce questa sensibilità per il problema dei vecchi?
«Da bambino i miei amici migliori avevano trenta-quaranta anni in più di me. Credo che i bambini debbano frequentare i propri nonni. Da loro avranno nozioni che non possono avere da nessuno. Avranno la possibilità di usufruire di una ricchezza di esperienza che nessuno potrà dare».

Alberto Sordi che rapporto ha con la morte? Ha paura?
«Non ho molta dimestichezza con la morte. Non ci penso nemmeno molto. Anche se so perfettamente che si deve morire. Non ho paura della morte. Piuttosto ho paura delle cose improvvise che scaturiscono da certi misteri che avvolgono la vita di ogni uomo. La morte in qualche modo si può combattere. La medicina oggi guarisce malattie che una volta erano mortali. E poi io sono cattolico praticante e sono convinto che la vita non finisce in questa carcassa, in questo involucro umano. Non è possibile che questo miracolo che è la vita si concluda in così poco tempo».

E’ stato sorpreso dai butteri che l’ hanno accolta a cavallo?
«Dopo l’ultimo film sono diventato amico dei cavali. Con Nestore, il cavallo protagonista del film, c’era un vero e proprio rapporto di amicizia. Gli portavo gli zuccherini, le mele. Insieme al comune di Roma stiamo organizzando un’area in cui i cavalli “in pensione” possano vivere in pace. Senza essere inviati al mattatoio. All’iniziativa partecipano anche gli scolari delle elementari. Invece di dare soldi, daranno mele per i cavalli. E’ un modo questo per sensibilizzare i ragazzi. Ragazzi che sono bombardati dalla televisione che li abitua al consumismo, impone mode. Bisogna tornare all’antico. Anche ai tempi nostri c’erano le mode, ma noi non le subivamo. Eravamo capaci di contestarle».

Sordi se la prende poi con certi cantanti rock.
«Basta che la tv dica che uno è un grande artista e tutti lo applaudono. Anche se è uno zozzone che non sa cantare. Ai tempi nostri se uno non valeva veniva sonoramente fischiato. Anche se sul cartellone c’era scritto che era grande. Anzi alla fine dello spettacolo rivolevamo anche i soldi».

Lei è stato un amico di Andreotti…
«Nelle questioni giudiziarie bisogna andar cauti. Per ora quello che dicono i giornali sono solo ipotesi. Una cosa è certa: Andreotti è stato un grande politico. Questo non lo mette in dubbio nessuno. Se poi abbia baciato Riina, io non lo so. Tante volte le persone – afferma con un pizzico di ironia – possono avere tendenze strane nascoste. Ma non credo proprio sia il caso di Andreotti. In ogni caso io sono stato un suo ammiratore. Era l’unico democristiano che capisse l’importanza del cinema. E’ stato sottosegretario e poi ministro allo spettacolo. Questo mentre gli altri democristiani rifiutavano il cinema che, proprio per questo, è stato egemonizzato dal Pci. Nonostante non fossi di sinistra, sono riuscito a sopravvivere in questo mondo. Forse perché non ho fatto mai politica direttamente, ma solo attraverso i miei film che hanno criticato sia la destra che la sinistra».

Carlo Galeotti


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8 febbraio, 2020

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