Viterbo – “Vogliamo guardare al passato con gratitudine. Se beato Giacomo tornasse, potrebbe bussare sempre alla stessa porta e trovare di nuovo la sua comunità”. Sette secoli fa l’inizio di tutto. La devozione alla Madonna liberatrice di Viterbo. Sette secoli di ordine agostiniano nella città dei papi. Ieri sera la presentazione delle iniziative. Dal 2 febbraio di quest’anno al 2 febbraio del prossimo anno.
Una conferenza stampa. A introdurla, il priore degli agostiniani di Viterbo, Padre Juraj Pigula. Assieme a lui, don Emanuele Germani, portavoce della curia vescovile e parrocco di Villanova, gli agostani padre Giuseppe e padre Giovanni, a Viterbo dopo 30 anni sulle Ande in Amica latina, e Roberto Saccarello, moderatore della serata e delegato dell’ordine Costatiniano di San Giorgio.
Beato Giacomo è invece Giacomo da Viterbo, vissuto nel XIII secolo. E’ stato un filosofo, teologo e arcivescovo. appartenente all’ordine di Sant’Agostino, beatificato da papa Pio X nel 1911. Fu anche arcivescovo di Benevento nel 1302, poi di Napoli, dal 1302 fino alla morte nel 1307.
“Un evento molto importante per la città di Viterbo – ha detto subito Saccarello -. Sette secoli di culto ininterrotto. Il più antico culto mariano della città di Viterbo. Un’iniziativa che investe la fede e il profilo civico. Gli agostiniani sono l’unica famiglia religiosa rimasta a Viterbo e nello stesso luogo. Un’ordine che ha dato alla città figure come Beato Giacomo e cardinal Egidio”.
“Se tornasse il beato Giacomo – ha poi aggiunto Pigula – potrebbe bussare sempre alla stessa porta e trovare la sua comunità”.
Un ordine antichissimo, il più antico di Viterbo. Sette secoli di storia. Iniziata nel 1236 quando le prime comunità di agostiniani arrivarono in città. Nel 1258 la consacrazione, da parte di Papa Alessandro IV, della chiesa della Trinità. Dove l’ordine, col cappuccio nero a dichiarare l’eremo, si trova ancora adesso.
“Uno degli obiettivi di questo settecentesimo anniversario – ha spiegato Pigula – è guardare al passato con gratitudine e vivere quello che le generazioni passate ci hanno lasciato”.
Per gli agostani è un anno giubilare. Inizierà il 2 febbraio, con l’apertura della Porta Santa. Assieme al vescovo Lino Fumagalli. Poi concerti, presentazioni di libri, veglie, feste, conferenze e pellegrinaggi. Fino al 2 febbraio 2021, quando la Porta Santa della Trinità verrà di nuovo chiusa.
Un’ordine legato al culto mariano, la Madonna liberatrice di Viterbo. “Nel mese di maggio del 1320 – sta scritto nella brochure informativa del settimo centenario della Madonna liberatrice – un avvenimento straordinario terrorizzò gli abitanti di Viterbo e li spinse nella chiesa della Trinità a far voti per la loro liberazione dinanzi all’immagine della Madonna. ‘Ricordo – a parlare è un testimone oculare dell’epoca, Giovanni Giacomo Sacchi – come a dì 28 maggio 1320 apparvero in Viterbo nell’aere grandissimi segni che derno terrore a tutto il populo con tenebre horribili et figure de demoni, che pare che subissasse il mondo; et apparse miraculo di una figura di Nostra Donna ne la cappella del Campana in Santo Agustino sopra Faule et per sua gratia sommo liberati’. Un avvenimento così strepitoso che lo scorrere del tempo, la fantasia popolare, l’interpretazione degli artisti e degli scrittori, possono aver abbellito di particolari, ma non possono aver alterato la sostanza del fatto”.
In occasione del giubileo la liturgia delle centri, che si fa in Duomo, si terrà invece alla Trinità. Così come, al santuario degli agostiniani, si concluderà la processione del Corpus Domini.
“Il giubileo è un anno di grazia – sottolinea don Germani – Avviene ogni 50 anni. Poi ci sono giubilei particolari, sia nella chiesa universale che nelle singole chiese come per gli anniversari e i centenari. Sette secoli di devozione nei confronti della Madonna liberatrice è soprattutto un evento spirituale. Chiama tutti alla riconciliazione. E chi varcherà la Porta Santa avrà la possibilità di rinnovare la propria fede. C’è anche un aspetto culturale importante. C’è una fede che va tramandata e fatta conoscere alle nuove generazioni. Porteremo i giovani a fare un’esperienza di preghiera e di fede. Un valore aggiunto culturale, sociale e storico”.
Daniele Camilli
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