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Viterbo - Domenica 2 febbraio al teatro Caffeina arriva l'attore Giorgio Colangeli, David di Donatello nel 2007, che porta in scena lo spettacolo di Pirandello "L'uomo, la bestia e la virtù"

“La paura quasi ingovernabile del giudizio degli altri è alla base dell’ipocrisia”

di Paola Pierdomenico
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L'attore Luigi Colangeli

L’attore Giorgio Colangeli

Viterbo – “La paura quasi ingovernabile del giudizio degli altri è alla base dell’ipocrisia”. L’attore Giorgio Colangeli, David di Donatello nel 2007, presenta “L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello che porterà in scena domenica 2 febbraio alle 17,30 al teatro Caffeina per la regia di Giancarlo Nicoletti.

“E’ un testo molto noto – racconta Colangeli – rappresentato spessissimo e anche recentemente da grandi attori. Nel 2019 ha compiuto cento anni ed è molto divertente. La regia di Giancarlo Nicoletti ne esalta il grottesco e gli diamo una lettura piuttosto movimentata e veloce.

La compagnia è composta da attori giovani, infatti, gli unici ‘over sixty’ siamo io, che faccio Paolino, e il valoroso Pietro De Silva che è la bestia”.

Lo spettacolo ha debuttato lo scorso anno al Brancaccino. “E’ un piccolo teatro che ha una notevole stagione e sono anni che presenta delle belle novità. Ha avuto molto successo per cui abbiamo avuto modo di riprenderlo e portarlo in giro, riproponendolo a Roma al teatro Sala Umberto che, attualmente, è uno dei più importanti e serviti in città.

La cosa di cui si parla e di cui Paolino si riempie la bocca è l’ipocrisia che lui stigmatizza in tutte le persone che conosce, salvo poi esserne lui stesso vittima. L’ipocrisia nasce dal bisogno di apparire agli altri diversi da quelli che siamo.

Paolino ha sempre preso in giro e dimostrato una grande animosità contro le persone che fanno questo e che secondo lui sono la maggior parte. Come spesso accade, però, e come dice il Vangelo, siamo portati a vedere la pagliuzza negli occhi degli altri e non la trave nei nostri occhi”.

A un certo punto “avviene una vicenda sentimentale – continua Colangeli -, perché lui ha una relazione con una ‘vedova bianca’, una donna che è frequentata pochissimo dal marito che è marinaio, il famoso capitano ossia la bestia, che sta sempre fuori imbarcato e che quando viene non se la fila per niente visto che ha anche un’amante a Napoli.

Paolino ha appunto una relazione con questa donna che rimane incinta. Dopo questo episodio, lui deve fare in modo che, nell’unica notte in cui questo capitano passerà a casa della moglie, abbiano un rapporto sessuale per nascondere la gravidanza extra coniugale.

E’ da questo momento che vediamo un Paolino che, da grande Savonarola e castigatore dei costumi degli altri, diventa una vittima di se stesso e del terrore di ciò che gli altri possano pensare o dire o che un suo comportamento scorretto possa venire alla luce”.

Non mancano riferimenti all’attualità: “La tematica delle corna non ha più quella drammaticità che poteva avere 100 anni fa. I costumi si sono evoluti e non è tanto qui il riferimento del testo ai giorni nostri, quanto nel riflettere su come si faccia presto a stigmatizzare i difetti degli altri, quando la cosa più difficile è essere consapevoli dei propri e cercare di correggerli.

Oltretutto, la paura istintiva e quasi ingovernabile del giudizio degli altri è alla base dell’ipocrisia perché è proprio questa che ci induce a recitare delle parti, anziché essere noi stessi, pensando in questo modo di non essere accettati o accolti dagli altri. E’ dunque attualissima e fa parte di quel bagaglio di timori che ogni essere umano si porta dietro e che risolve in maniera diversa, reagendo o rassegnandosi”.

Per Colangeli: “Il teatro comico, nel senso della commedia, ha lo scopo di far ridere, castigando i costumi. Nell’assistere allo spettacolo, la gente ride molto, ma come si ride quando il clown scivola sulla buccia di banana che lui non vede o che fa finta di non vedere al contrario del pubblico. Il clown che va a gambe all’aria, fa ridere, ma pensandoci bene, gli è successo un incidente e, nella realtà, potrebbe anche essere doloroso e causa di un problema seria.

La gente, invece, ride perché è liberatorio vedere nella simulazione teatrale cosa ti può davvero succedere, tenendo conto che quando ti succede nella vita è una tragedia, mentre al contrario si può riderne.

E’ una catarsi che avviene non attraverso il pianto, ma attraverso il riso ed entrambi, dunque, servono alla stessa cosa, e cioè a vederci un pochino più chiaro nella vita, dove siamo vittime sempre delle passioni e degli eventi. In teatro, invece, è tutto finto e simulato, ma ci emozioniamo come fosse vero e possiamo farlo con libertà, perché non siamo coinvolti direttamente e questo – conclude – un po’ ci rassicura delle tante paure che abbiamo nella vita”.

Paola Pierdomenico


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31 gennaio, 2020

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