Roma – Riceviamo e pubblichiamo – Non possiamo dire se dietro alle rivolte nelle carceri dei giorni passati vi sia stata una regia che, in qualche misura, almeno in una prima fase, ne abbia mosso i fili, né sapremmo, in tal caso, indicarne univocamente le finalità.
Certo, noi che conosciamo il carcere, immaginiamo di sì e abbiamo anche qualche sospetto che guarda in direzione di taluna frangia, ma al momento fare qualsiasi tipo di esternazione in tal senso equivarrebbe a fare congetture. A rafforzare quelle che, per ora, sono solo le nostre supposizioni sono sia le modalità, sia la “geografia” del divamparsi delle rivolte, sia il ricorrente e comune assalto alle infermerie.
Ma a chiudere il cerchio di quello che, lo ribadiamo, è solo un nostro ragionamento ipotetico, è anche il ritrovamento in molte, se non in tutte, delle carceri interessate dai tumulti di un certo numero di telefoni cellulari e persino di smartphone con i quali, naturalmente, non avrebbero avuto difficoltà a scambiarsi, da un penitenziario all’altro e con l’esterno, qualunque tipo d’informazione.
Solo a Bologna e solo oggi pomeriggio, tanto per dare una misura, ne sono stati rinvenuti almeno cinque.
Questo deve far comprendere quanto sia importante la prevenzione e dunque come diventi essenziale mettere la polizia penitenziaria in condizioni di poter operare in congruità di organici e con dotazioni strumentali adeguate nel numero e all’avanguardia nella tecnologia.
Lo tengano a mente il ministro Bonafede e il governo nell’imminente varo del “decretone”.
Gennarino De Fazio
Uilpa polizia penitenziaria
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