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L'opinione del sociologo - A proposito di riordino delle province

Di tempo ce ne sarebbe…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– Di tempo ce ne sarebbe, per rivedere la questione delle province.

Non fosse altro per la quantità di ricorsi e di iniziative unilaterali che sono state prese in queste ultime settimane. Il problema è un altro: che non emergono progetti alternativi reali e che chi se ne dovrebbe fare carico, almeno nel recepirli e farli propri su un piano istituzionale, non lo fa.

Che vi sarebbe stato un riaccorpamento delle province si sa da mesi: dove sono gli studi, le proposte operative, promosse dalle istituzioni, dai singoli partiti, dei gruppi di pressione che contano, dei sindacati, delle associazioni di categoria e di tutti gli stakeholders?

Personalmente ho cercato di evidenziare quali siano i punti critici del processo, sottolineando in tempi non sospetti che un’unione tra Viterbo e Rieti non si regge da nessun punto di vista e che è una mera operazione di pennarello.

Ma allo stesso tempo va riconosciuto che non vi sono margini reali per un’ipotesi alternativa, se si tiene conto dei parametri forniti dal Governo. Le unioni transregionali, del tipo Rieti con l’Umbria, Viterbo con Orvieto o Grosseto, sono fantascienza istituzionale, non sono previste in nessuna agenda del Governo e richiederebbero studi e provvedimenti estremamente complessi: meglio cancellarli fin da ora dall’immaginario collettivo.

Resta il fatto che qui nel Lazio la Regione si disinteressa della questione, avendo problemi di ben altra natura; che Roma se ne disinteressa, tanto il passaggio all’Area Metropolitana è di facile attuazione.

Che Civitavecchia sembra optare (almeno il centrosinistra che la governa) per il rischio-area metropolitana, anche se da quelle parti non si rendono conto che domani un quartiere come il Nuovo Salario di Roma conterà più dell’intera città portuale (ad Allumiere e Tolfa se ne rendono conto, perché in passato qualcuno ha già provato a trasformare i monti tolfetani, un tesoro paesaggistico, nella discarica della Capitale… ).

Ci sarebbe la questione del referendum: ma senza soluzione alternativa di spessore, non avrebbe senso.

Detto che Viterbo e Rieti hanno in comune solo la visione del Soratte (purché ci si allontani di molto dai due capoluoghi), credo che allo stato dei giochi la strada praticabile sia soltanto quella della mobilitazione costruttiva del territorio.

Fa bene il presidente Meroi a convocare i sindaci della provincia, ma alla fin fine la mossa determinante sarebbe quella di convocare i sindaci dell’area civitavecchiese e cominciare a progettare, magari attraverso un convegno o una riunione operativa, un rapporto virtuoso tra Viterbo, Civitavecchia e Rieti in termini di coesistenza istituzionale, progettuale e infrastrutturale.

Stante che per ora i confini della regione sono inattaccabili, cerchiamo almeno di costruire, al suo interno, un’area settentrionale forte e soprattutto fin da ora impegnata a progettare, programmare e perciò stesso a chiedere. Perché altrimenti l’area metropolitana e le ricche province di Frosinone e Latina (destinate con piccoli accorgimenti a restare integre) ci chiederanno dazio. Se riusciamo a risolvere il problema prima delle elezioni regionali, poi ai candidati potremo chiedere impegni precisi e votare di conseguenza.

Su un punto bisogna essere chiari: senza Civitavecchia, l’accorpamento tra Rieti e Viterbo sarà un’armata raccogliticcia, senza identità, senza senso compiuto, senza sostegno del territorio, e diventerà la cenerentola della regione (più di quanto non sia già….).

Francesco Mattioli


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12 ottobre, 2012

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