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Coronavirus - Valter Paccasassi, ristoratore di Civita Castellana, distribuisce centinaia di pasti al giorno a chi ne ha bisogno, in Thailandia

“I thailandesi mi hanno aiutato, ora devo ricambiare…”

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Valter Paccasassi

Valter Paccasassi

Thailandia - Valter Paccasassi e i suoi aiutanti

Thailandia – Valter Paccasassi e i suoi aiutanti

Thailandia - La distribuzione del cibo

Thailandia – La distribuzione del cibo

Thailandia - La distribuzione del cibo

Thailandia – La distribuzione del cibo

Civita Castellana – Da quasi venti giorni, per la precisione sedici, fuori dal suo bar “Amore mio” si crea spontaneamente una coda chilometrica. 

Valter Paccasassi, 52 anni, di Civita Castellana, ha sempre fatto da mangiare. Ora lo regala. 

Dal 2010 vive a Pattaya, 150 chilometri da Bangkok, affacciata sul golfo della Thailandia. Fino agli anni Sessanta era borgo di pescatori, oggi è ambita località turistica di quasi 120mila abitanti. Molti ridotti alla fame. 

“Il Coronavirus ha dato un duro colpo all’economia – dice -. La gente, di giorno, può uscire di casa ma è tutto chiuso”. Anche i suoi tre bar lo sono, ma la cucina di “Amore mio”, il primo locale che Paccasassi ha aperto a Pattaya, sforna quotidianamente e gratuitamente un minimo di 700 pasti. Tutta cucina tradizionale. “Centoventi – racconta – li portiamo all’ospedale, che è a pochi metri da noi, poi prepariamo almeno altri 600-700 pacchi alimentari per le persone che vengono a prenderli in strada. Ormai lo sanno e si fanno trovare lì, in fila, un’ora prima che iniziamo”. 

Com’è la situazione in Thailandia? 
“Comincia a farsi pesante. Dal punto di vista economico, più che sanitario: i casi di Coronavirus non sono molti, una trentina all’incirca. Non c’è un divieto di uscire, ma se esci non sai dove andare: le attività sono tutte chiuse. Dalle 22 alle 4 del mattino c’è proprio il coprifuoco e non possiamo mettere neanche il naso fuori di casa”. 

Tu come fai, con i tuoi bar?
“Come fanno tutti: non lavoro da un mese e mezzo. Il locale, con la cucina, è sotto casa mia. In genere, tra tutti e tre i bar, ho una quarantina di dipendenti. Adesso siamo in tutto una decina. Qualcuno di loro continua a darmi una mano per preparare le buste da consegnare alla gente, insieme a mia moglie Somta e ai miei genitori Otello e Francesca, che tutti a Civita conoscono come ‘La Giuseppina’. Sono rimasti qui per colpa dell’emergenza. Mi vengono a trovare tutti gli anni, da novembre a aprile. Dovevano rientrare il 27 marzo, ma la Thai il 25 ha chiuso tutti i voli e non sono potuti tornare a casa a Civita”. 

Come vi è venuto questo desiderio di aiutare gli altri? In fondo anche voi siete in difficoltà.  
“Sì. Ci sto rimettendo un bel po’ di tasca mia ma finché potremo, continueremo. Ho sempre lavorato nella ristorazione: a Civita, per 17 anni, ho avuto una birreria – spaghetteria in via della Repubblica. Io ci ho messo quello che so fare, l’idea è venuta più da mia moglie, che si è subito resa conto che la situazione avrebbe portato alla fame tanta gente. 

Cinicamente, considerando la remissione, verrebbe quasi da dire: chi ve lo fa fare?
“In fondo non è molto diverso da quello che abbiamo sempre fatto finora. Tante volte abbiamo portato da mangiare agli orfanotrofi. Mia moglie in particolare è fatta così: se c’ha, dà. Io non navigo nell’oro, ma in questi dieci anni di lavoro sono riuscito a mettermi da parte qualcosa. Tutto quello che faccio e che ho oggi me l’hanno dato i thailandesi. Non posso che ricambiare”.


Un civitonico in Thailandia – La preparazione dei pacchi alimentari


Un civitonico in Thailandia – La consegna del cibo 


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20 aprile, 2020

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