Viterbo – E c’è chi non crede al detto: anno bisesto, anno funesto.
Fu bisestile quello della peste del Decamerone “1348 anni dalla fruttifera incarnazione del figliol di Dio”, il 1476 del morbo a Viterbo, il 1630 della pestilenza nella Lombardia dei Promessi Sposi fino a questo Coronavirus del 2020.
Rileggere le storie antiche ha il vantaggio di evitarci il lancio del telecomando per le chiacchiere ansiogene e i vecchi film che sadici programmatori spargono in tv come mangime ai polli.
Se proprio vogliono che non dimentichiamo l’epidemia, potrebbero almeno farci fare quattro risate con un film di Monicelli. Brancaleone da Norcia sotto le mura di Vitorchiano (Bagnarolo o Pansanatico per il vecchio Branca), il paese abbandonato, il lussurioso cuccurucù cantato dalla sontuosa Maria Grazia Buccella. Poi, straziante l’ululato “Aita, aita!!!” perchè sul letto bramato ( prendimi e dammiti, dammiti e prendimi… godiamo e pecchiamo…cuccurucù!) “ieri vi morì lo marito meo per lo gran morbo che tutti ci piglia”.
Il deserto del luogo si direbbe oggi politicamente scorretto perché contro la peste è rimedio di sempre non aprire le porte e fuggire ma chiuderle per “vivere da ogni altro separati dove niuno infermo fosse”, come scriveva Boccaccio nel Decamerone raccontando di quelle ragazze che una mattina a Santa Maria Novella, “lasciato stare il dir de’ paternostri”, ragionarono di scampare alla peste di Firenze andandosene in campagna a “prendere quella festa, quella allegrezza, quello piacere” che in effetti poi si presero.
A Milano nel 1630 addirittura fu il Tribunale a prescrivere certificati di sanità “per chiuder fuori dalla città le persone provenienti dai paesi dove il contagio s’era manifestato”.
Da noi a Viterbo, pur se autorità, ricchi “e persino i beccamorti” scapparono, i pochi priori rimasti provvidero a “chiudere le porte, respingere i venienti, sbarrare le scuole, sospendere le predicazioni nelle chiese, ischivare gli agglomerati di popolo, accumulare vettovaglie, discacciare i malati dagli ospedali” considerati anche allora focolai del morbo.
Quanto di nuovo oggi rispetto a ieri?
Quel virus arrivato in marzo, a Santa Rosa non c’era più.
Renzo Trappolini
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