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Il giornale di mezzanotte - L'opinione del sociologo - Un contributo sul momento attuale tra emergenza sanitaria e comunicazione

Il Coronavirus ha rivelato il lato più positivo dei nuovi media

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Dove sono i torquemada che gridavano alla fine dei rapporti sociali faccia  a faccia e invocavano una sorta di Fahrenheit 451 per cellulari, Ipad e magari persino apparecchi televisivi?

Dove si sono nascosti i grandi maÎtres à penser che dai loro salotti letterari scuotevano la testa e si mettevano le mani tra i bianchi capelli fluenti all’idea che millennials, generazioni X, Y, Z  e vecchi giovanilisti continuassero tutto il santo giorno a pestare i tasti degli smartphone, saltando senza sosta tra Facebook, Istagram, Twitter, Whatsapp e quant’altro offre il mondo dei social, mettendo il cervello all’ammasso e cadendo nei tranelli orditi dai lupi e dagli orchi delle foreste inestricabili del web?

Dove stanno gli intellettuali sdegnosi che si vantavano di non  avere in casa né televisione, né altro schermo visivo?

Oggi il Coronavirus ci costringe allo “stai-in-casa”, ci taglia i contatti diretti con le persone, ci induce al “distanziamento sociale”, a misurare con il metro della diffidenza quello spazio fisico che passa tra noi e quel pericoloso individuo con la mascherina che si agita avanti a noi per consegnarci la spesa. Parenti divisi, genitori dai figli, nonni dai nipoti, amici, colleghi, compagni di scuola strappati ad ogni relazione fisica. Lo stare insieme diventa un rischio, la possibile caduta nel buco nero del contagio, persino un reato.

E non si tratta solo dei rapporti primari, di carattere affettivo e amicale, si tratta anche del lavoro, della sinergia produttiva, dello scambio commerciale, dei servizi tra persone, dell’io do, tu dai.

Se non  fosse per questi depravati  strumenti di comunicazione di massa, gli smartphone, con i social visivi e le videochiamate; per la matrigna televisione che ti riavvicina al mondo che si muove, soffre, lotta, cerca, scopre, propone, invita e allerta; per strumenti sinistri come Skype che permettono di parlarci, guardarci, indicarci, raccontarci, di controllare teneramente la crescita dei nipoti  e l’invecchiamento dei nonni, ma anche di insegnare, imparare,  studiare, confortarci, sorridere assieme: se non  fosse per questi diabolici media altamente tecnologici quale speranza avremmo di sopravvivere lucidamente e comunicativamente all’isolamento che ci opprime?

Ci dobbiamo considerare manipolati da questi media, schiavizzati da quelle piccole, diaboliche microtastiere, piuttosto che dalle male arti del virus, o anche in associazione con esso? Dobbiamo sentirci travolti dalle nostre stesse malefatte, aggrediti da un virus che in nome della natura ferita si fa tremendo angelo vendicatore, e circuìti e ottusi nella mente da strumenti che noi stessi ci siamo inferti? 

Direi piuttosto che il Coronavirus ha rivelato il lato più positivo dei nuovi media: la loro capacità di mantenere intatta, anzi di arricchire la comunicazione, seppur nelle forme nuove di una civiltà delle macchine che non  può essere quella dell’antico mondo contadino-artigianale, che solo sul faccia  a faccia poteva sopravvivere, ma che proprio per questo risultava piccolo, autoreferenziale, deformato e opprimente per le potenzialità comunicative e argomentative dell’essere umano.

Certo, ogni fenomeno conserva in sé il bene e il male: accade per il lavoro, condanna per l’uomo del paradiso, ma strumento di riscatto per la dignità dell’uomo-prometeo; per la pioggia, che vivifica d’acqua le coltivazioni ma può anche trascinare e abbattere le opere dell’Uomo; per i rapporti sociali, che costruiscono legami d’amore, di amicizia, di carità e di comprensione, ma anche di conflitto, di odio, di violenza e di persecuzione.

E’ il destino del mondo, dove si alternano vita e morte, crescita e decadenza, speranza e fatalismo, insomma bene  e male.    Nessuno nega che uno smartphone, un televisore, un ipod possano trascinarci nei meandri delle minacce occulte, esistenziali, psicologiche  e informative di depravati manipolatori; che fake news, imbrogli, sortilegi tentino di aggrapparsi ai più deboli, ai più distratti, ai più  ingenui di noi. Lo hanno fatto e   lo fanno continuamente.

Ma vi sottopongo il caso che, trattando di questi argomenti durante le mie lezioni universitarie, proponevo ai miei studenti:  quello del coltello.   Eh già, il coltello: chi non ne ha uno in casa, in cucina? Ebbene il coltello è un’ottima invenzione – antichissima peraltro, ma altamente perfezionata nel tempo – che è utilissima per tagliare bene il prosciutto, le fette di pane, le tagliatelle fatte a mano; ma purtroppo è possibile trasformarlo in un’arma, per colpire, ferire, uccidere.  Allora, vogliamo unirci ai soloni della morale per demonizzare il coltello e con lui i nuovi media?  O dobbiamo riconoscere che è l’intenzione, lo scopo, il  modo che assegnano significato e  valore allo strumento?

Lo smartphone in questi giorni si sta prendendo la sua rivincita sui critici della comunicazione di massa; è grazie a lui che la gente comunica e spera assieme, che si riscopre amica, condivide e si comprende anche a centinaia di chilometri di distanza e senza neppure essersi mai conosciuta prima.   Alla faccia del coronavirus (ma anche, tanto per dirne uno,  di Jean Baudrillard).

Francesco Mattioli


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25 aprile, 2020

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