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Fase due - Acquapendente - La lettera accorata di Connie Vidani, che gestisce un albergo-ristorante a Torre Alfina

“Con queste regole, non fateci riaprire…”

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Torre Alfina

Torre Alfina

Acquapendente – Riceviamo e pubblichiamo – Non so a chi gridare la mia preoccupazione e la mia disperazione, vorrei parlare con il presidente del Consiglio, con i vari ministri, con uno dei tanti commissari delle tante task force nate per fronteggiare la pandemia, che da tre mesi affligge il mondo intero.

Vorrei parlare con qualcuno che scrive le regole e che si degni di ascoltarmi. So che questa sarà una delle tante lettere che altri colleghi scrivono o vorrebbero scrivere, per questo non ha alcuna pretesa se non quella di rappresentare la situazione in cui ci stiamo per impantanare.

Non voglio fare nemmeno un discorso politico, non ne sono capace e non mi interessa farlo. Sono convinta che chi si è trovato a fronteggiare questa epidemia si è trovato sicuramente una bruttissima gatta da pelare e sono altrettanto convinta che le critiche feroci delle opposizioni sono più o meno le stesse che, invertendo i ruoli, avrebbero loro stessi mosso a chi si fosse seduto sui banchi opposti.

È una regola: dire e fare sempre il contrario dell’avversario politico, spesso senza risolvere nulla. È il teatrino della politica italiana che, come ripeto, non mi interessa e non è questo l’argomento di cui voglio parlare. Ma io ho bisogno di gridare la mia disperazione a qualcuno e allora mi rivolgo a tutti voi.

Cari capoccioni, vi scrivo perché inizio a essere veramente preoccupata, a dire il vero lo sono stata fin dall’inizio dell’epidemia per la salute di noi tutti ma, da qualche settimana, da quando sento circolare alcune notizie sulla possibile riapertura delle attività con certe modalità, lo sono ancora di più per la salute delle nostre aziende.

Parlo del settore turistico-ricettivo che è la mia vita da quando sono nata. Sono una piccola imprenditrice che gestisce da oltre quarant’anni un albergo-ristorante a Torre Alfina (trecento abitanti), in provincia di Viterbo dove Lazio, Umbria e Toscana si sfiorano.

Inizialmente, la decisione del presidente del Consiglio  di chiudere le attività di ristorazione mi trovò d’accordo. A dire il vero, di mia iniziativa, avevo già chiuso qualche giorno prima, ritenendolo doveroso, con molto dolore. Improvvisamente mi veniva a mancare il lavoro che mi aveva vista impegnata da sempre 18/20 ore al giorno e i miei dipendenti (sette), tutti in regola, stavano rischiando di perdere il proprio lavoro. E siccome è gente che sta con me anche da oltre trent’anni, il rapporto famigliare che si è creato aumentava la mia angoscia.

Poi, col passare dei giorni, me ne sono fatta una ragione. È arrivata la cassa integrazione che ha dato un minimo di conforto ai dipendenti (anche se solo sulla carta ma non nelle loro tasche) e io ho avuto, per la prima volta nella mia vita, l’occasione di farmi due mesi di riposo forzato, così da darmi la possibilità di vedere il bicchiere “mezzo pieno”, dicendomi: prendiamo quello che c’è di buono. Certo, questo era il periodo di Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, primo maggio, cresime, comunioni, gite di scolaresche e gruppi di anziani, ma non è colpa di nessuno, ‘sto “coso” è arrivato e non ci possiamo fare nulla, pazienza.

Quello che ora però mi fa veramente preoccupare è la famigerata fase due con le presunte modalità di riapertura. Vedete, signori capoccioni, se verranno confermate le misure che da un po’ circolano in tv e sui giornali, per noi ristoratori sarà davvero un bagno di sangue.

Non so se qualcuno di voi sa cosa significhi gestire un ristorante; non credo. Mi chiedo perché bisogna arrivare a scomodare grossi professori universitari, specialisti dell’economia, profili altissimi della finanza, esimi virologi se poi, questi signori, non conoscono gli elementi fondamentali che regolano la vita delle piccole e semplici attività come le nostre.

Io parlo ovviamente del mio settore ma sono convinta che altrettanto preoccupati sono i settori industriali, quello tessile, quello automobilistico, i trasporti, l’agroalimentare, ma ci voglio mettere anche lo sport e non dimentichiamo mai la scuola, quella che spero ci dia in futuro gente preparata a gestire la cosa pubblica, meglio di come hanno fatto fino adesso.

Mi chiedo, ma chi è quella mente che ha pensato la fase due per il settore della ristorazione? Da quello che sappiamo dovremmo riaprire il 18 maggio con una serie di misure che nessun regista horror avrebbe mai potuto immaginare per il suo miglior film. Vi dico che il previsto distanziamento sociale (tavoli a due metri, due persone su un tavolo, separazioni con plexiglass ecc.) porterà, nella migliore delle ipotesi, una diminuzione del lavoro di circa il 50 per cento.

Non basta. A ridurre l’affluenza delle persone, che schiferanno di sedersi accanto a sconosciuti per la diffidenza che il virus ha di fatto generato, sembrerebbe sommarsi anche l’impossibilità di spostarsi da regione a regione. Nel mio caso, lavorando su un’area, come dicevo all’inizio del discorso, di tre regioni vicine mi verrebbe a mancare, di quel 50 per cento che restava, almeno un altro 25 per cento. E siamo arrivati quindi a un potenziale lavoro del 25 per cento.

Ma attenzione, non basta ancora. Qualcuno infatti ha pensato bene di proporre un’altra limitazione, questa molto grave, almeno dal mio punto di vista, che è quella di limitare gli spostamenti agli over 65, diminuendo conseguentemente ulteriore presenze. A questo punto, anche una rosea e ottimistica previsione, mi fa pensare che quel 25 per cento  di lavoro che restava si dimezzerà ulteriormente. Allora, signori capoccioni, noi ristoratori con chi dovremmo lavorare?

Vedete, nel momento in cui riaprirò quella serranda, le spese generali di acqua, luce, telefono, gas, immondizia, le imposte locali, ci saranno tutte (a dire il vero non si sono mai fermate), dovranno essere pagati anche i fornitori, i servizi e  gli stipendi e i contributi ai dipendenti o devo ridurre anche loro al 12,5 per cento??? Ma questo lo capite? Non finisce qui. Ho parlato fino adesso delle spese abituali, ma voi, con i provvedimenti che state prendendo, inserite nuove spese da affrontare. Presidi di protezione individuale, sanificazione quotidiana dei locali, pannellature in plexiglass, ecc.,  giuste per carità, ma sempre spese sono.

Aggiungo la cosa che, più delle altre, mi ha convinta che chi scrive le regole non conosce le “regole del gioco”: quella della regolamentazione dell’attività di cucina. In questo luogo particolare e nevralgico della struttura gli operatori dovrebbero stare ognuno nel suo reparto senza avere contatto con il collega, cosa evidentemente impraticabile. Impossibile, aggiungo io!

Ma credete che si cucini e si preparino i piatti come se si stesse davanti a un pc? La cucina deve sbrigare ordini a ritmi infernali, deve essere pronta, reattiva, deve improvvisare, combatte contro il tempo e con uno stress che voi non immaginate minimamente. La cucina è il “fronte”. Provate a entrare all’interno di una cucina in piena attività e vi renderete conto di quale fatica, di quale ritmo e agitazione ci sia e anche di quanta confusione regni. Sì confusione, creativa, ma sempre confusione è, sempre nel rispetto delle norme e delle regole igieniche che restano al primo posto.

Basterebbe guardare un po’ di cinematografia sull’argomento. Ecco, vi sarebbe bastato guardare qualche film per rendere meno ridicolo questo paventato provvedimento, che spero non venga mai scritto nel prossimo decreto del presidente del Consiglio dei ministri che sto aspettando con ansia.

Forse ho detto tante cose, forse espresse anche in modo confuso, ma vi prego, signori capoccioni, pensate bene a quello che fate: non finite di metterci in ginocchio una volta per tutte, a questo ha già pensato il Covid-19.

Se le condizioni sono quelle che ho accennato e che si profilano, io non riaprirò. E, come me, credo faranno altrettanti colleghi. Non dimenticate che il motore dell’Italia sono le piccole imprese e le tasse che pagano sono “tasse buone”, sono quelle che permettono al sistema di pagare pensioni, stipendi ecc.

Forse i grandi ristoranti stellati non subiranno grosse conseguenze, loro vivono bene al di sopra di tutto. Non a caso e lo dico con dolore, non ho né visto, né sentito urlare e gridare la “nostra” disperazione da molti di loro.

Questa è una battaglia che purtroppo devono combattere le piccole attività, le più presenti sul territorio che rappresentano però la vera forza del settore in Italia.

Allora, o cambiate le regole, o vi prego, non fateci riaprire. Grazie.

Connie Vidani


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26 aprile, 2020

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