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Il giornale di mezzanotte - L'opinione del sociologo - Santa messa e lockdown in Fase 2

Continuerò i miei colloqui con Dio a casa…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblchiamo – Quel papa che officia da solo in una sterminata Piazza san Pietro o alla fine dell’immensa navata della basilica… forse andrebbe preso ad esempio dal parroco che sgomita perché possa “fare Messa”.

Proprio a fronte del luminoso esempio di papa Francesco, non condivido le critiche della Cei ai provvedimenti di fase 2, che non ammettono la celebrazione delle messe in chiesa con i fedeli; si grida all’oppressione della libertà di culto e ad altri delitti contro le libertà costituzionali…

Ancora una volta si cita la Costituzione, tirata per la giacchetta  ora di qua ora di là solo per esercitare diritti. Una volta per la libertà di circolazione, un volta per la privacy, una volta per la libertà di culto… sempre poco spazio per i doveri, ché pure senza di essi non vi sarebbe libertà, ma licenza. E allora, perché non appellarsi anche al diritto alla salute, alla sopravvivenza? Perché non rendesi conto che vi sono scelte necessarie per preservarci in vita?

L’amico Renzo Trappolini cita il parere di un costituzionalista, a proposito del conflitto tra diritto alla salute e diritto al culto e altri diritti similari: “tra i cardini del giudizio sulla costituzionalità di una norma c’è la ragionevolezza e anche le limitazioni severe da parte della legge sono legittime ma debbono essere ragionevoli”.

E qui il sociologo salta sulla sedia. E chi decide cosa è ragionevole? Il costituzionalista? Il prete? Lo scienziato? Il filosofo? Il geometra che misura gli spazi? Alla fine, ancora una volta è onere del politico, del decisore governativo compiere delle scelte, magari usando quel principio di precauzione che è esso stesso soggetto a valutazioni soggettive.

Dice: perché in fabbrica sì e a Messa no, con le dovute cautele? 

Beh, provate ad assemblare un automobile in casa: un conto è lo smart working amministrativo, un conto è la manifattura… e per fortuna che oggi ci sono i robot, che  non  ci sono più quelle file di operaie e operai intenti gomito  a gomito ad assemblare pezzi… Invece, noi cristiani sappiamo di essere tempio di Dio, che la famiglia è tempio di Dio e che la nostra casa è tempio della famiglia. Possiamo fare della nostra casa anche la nostra chiesa.

Una volta si esortava il fedele a comunicarsi almeno a Pasqua, cioè una volta all’anno; e la celebrazione liturgica, benedizioni comprese, è stata considerata valida anche via tv.

Forse sarebbe necessario distinguere tra fede e religione, tra sostanza e forma; ma non è qui il luogo per avventurarsi in questi discorsi, che implicano aspetti teologici, ma anche filosofici, socioantropologici e storici complessi.

In realtà, da cattolico, mi sembra di essere abbastanza tutelato così, senza sentire il bisogno di rischiare pur di recarmi in chiesa…

In realtà, dove starebbe questa costrizione della libertà di culto? Siamo seri: il parroco che dà l’Ostia con le pinzette? Ai fedeli in fila come alla Coop, distanziati di almeno un metro, magari con i segnacoli gialli lungo la navata? E quegli stessi fedeli, che entrano contingentati in chiesa e disposti come sulla metro una fila sì una fila no, una sedia sì e una sedia no?

Un conto è convocare dieci preti per far compagnia alle celebrazioni del papa, in una enorme basilica, un conto è raccogliere quindici parenti in lutto di fronte ad un feretro da benedire, e un conto è ospitare una massa di fedeli vogliosi di esercitare il loro diritto al culto nella chiesa parrocchiale…

L’amico Trappolini, cercando lodevolmente e benevolmente di trovare un compromesso, distingue tra chiesette di quartiere e grandi basiliche: che almeno nelle seconde si possa fare Messa con i fedeli ben distanziabili fra loro… Sembrerebbe giusto; ma quale sarebbe poi il limite spaziale, in metri quadri, al di sotto del quale il diritto di culto può essere “oppresso” e al di sopra del quale può essere tutelato?

Alla basilica de La Quercia e alla Trinità sì, a Santa Maria del Paradiso e alla Sacra famiglia no… e a Santa Maria della Verità? Al Murialdo?  E se poi  tutti  andassero a riversarsi nella basilica più vicina?

Peraltro, vorrei ricordare che i fedeli che vanno in chiesa in genere hanno una età media piuttosto alta, che quindi sono quelli più a rischio. Che oltre la Messa, anche le  “attività parrocchiali” – opere di carità, riunioni, catechismo, boy scout, gruppi, lectio divina, celebrazioni varie – costringono a rapporti ravvicinati.

Che se è necessario celebrare Messa per pochi eletti, senza stringersi la mano a scambiarsi un segno di pace, se dobbiamo prendere l’Ostia con le pinzette, se non possiamo parlare al sacerdote dietro la grata del confessionale, tanto vale praticare una religione della sostanza, piuttosto  che della forma.  

Il fatto è che continua l’insofferenza alle regole tipicamente italiana, l’ipocrita atteggiamento del “ah, si, si, occorre avere tutte le precauzioni, però….”. E’ quel “però” che rischia di ammazzare la gente, se la gente non sa auto-amministrarsi, se non sa continuare a fare rinunce.

Gli italiani sono stati bravi durante il lockdown, si continua a dire, per cercare di rafforzarci l’un altro; ma ci sono le  ben oltre duecentomila denunce per contravvenzione alle regole, c’è il cretino in servizio permanente che per fare un bagno di sole in spiaggia continua a pagare imperterrito multe, beato lui che non ha bisogno dei 600 euro dello Stato…

La CEI mediti su tutto questo, si adonti di meno seguendo improbabili posizioni populiste, ed eviti di unirsi al coro degli insofferenti.

Forse Conte le farà pure uno sconticino; convocherà una  apposita commissione, con un teologo che spieghi i limiti e le opportunità di un accesso programmato alla liturgia, un tecnico capace di operare tra la santificazione e la sanificazione, un geometra che calcoli gli spazi e il raggio d’azione delle benedizioni e un costituzionalista che verifichi i termini giuridici dell’accesso programmato al culto.

Personalmente continuerò i miei colloqui con Dio a casa, rispettando le leggi di Cesare e soprattutto i miei fratelli in Cristo, evitando di assembrarmi con loro. Forse la Cei non capirà e non condividerà, ma sono quasi certo che papa Francesco lo farà e spero soprattutto che lo farà Dio, Lui che fece di una stalla una chiesa.

Francesco Mattioli


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29 aprile, 2020

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