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Liberazione di Silvia Romano - Vittorio Sgarbi critico sulle modalità di rientro e sull'atteggiamento della ragazza al ritorno in Italia: "Gli italiani l'hanno presa nel culo due volte"

“E’ come se un pentito di mafia si vantasse di essere amico di Riina…”

di Francesca Buzzi
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Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi

Roma – “E’ come se un pentito di mafia si vantasse di essere amico di Riina…”. La metafora è forte e non poteva essere altrimenti visto che a pronunciarla è Vittorio Sgarbi. 

Il critico d’arte, politico, opinionista e sindaco di Sutri, è uno che difficilmente cede alle lusinghe del politically correct. E stavolta lo fa anche con la vicenda che riguarda il rimpatrio di Silvia Romano, la cooperante milanese rientrata in Italia dopo una prigionia di 18 mesi, dicendo di non aver mai subìto violenze e di essersi convertita spontaneamente all’Islam.

“L’abbiamo presa nel culo due volte – dice senza peli sulla lingua Vittorio Sgarbi -. Perché dopo la fatica e il rischio estremo nel quale sono incorsi gli 007 che hanno lavorato per la sua liberazione, lei, la vittima, in pratica ce li sta descrivendo come degli interlocutori validi, che sono stati bravi con lei. Insomma, sta dando loro ragione”.

Un comportamento che per Sgarbi è irrispettoso, se non, per certi versi, criminale. “In questo atteggiamento c’è come minimo una mancanza di riguardo per l’Italia – prosegue Sgarbi -. Se stai dalla loro parte, allora potevi rimanere con loro. Stiamo parlando di terroristi e il terrorismo non è diverso dalla mafia. Dunque, è una simpatizzante dei terroristi? Allora va arrestata…”.

Silvia Romano era stata rapita il 20 novembre del 2018 in Kenya, in un villaggio a 80 chilometri da Malindi, dove lavorava per la onlus Africa Milele. L’assalto è stato ricondotto al gruppo fondamentalista Al Shabab che poi l’ha fatta spostare in Somalia dove ha trascorso un anno e mezzo con i suoi aguzzini, cambiando spesso rifugio. 

La sua liberazione è stata possibile grazie agli specialisti dell’Aise, che hanno collaborato con i colleghi somali e con la Turchia. Infine, con grande probabilità, è stato decisivo il pagamento di un riscatto: una cifra che dovrebbe oscillare tra i 2 e i 4 milioni di euro.

“E’ facile fare un’operazione di liberazione di una persona pagando dei soldi – commenta ancora Vittorio Sgarbi -. Allora perché nel 1978 non si è deciso di trattare con le Brigate Rosse per liberare Aldo Moro?”.

Cosa avrebbe fatto, invece, Sgarbi se si fosse trovato a prendere una decisione del genere? “La cosa più giusta, è ovvio, sarebbe stata liberarla senza pagare – continua -. Mi rendo conto che forse non sarebbe stato possibile, ma io penso che allora avrei aspettato un tempo un po’ più lungo prima di decidere”.

Nelle parole del sindaco di Sutri, però, c’è anche spazio per l’umanità. “Silvia va comunque guardata con la giusta comprensione – ammette Sgarbi -. Del resto non è mica lei che ha pagato il riscatto! Però il modo in cui si è posta appena arrivata, le sue parole, aprono una profonda riflessione che va inevitabilmente fatta. Io non critico la sua conversione in sé ma, per fare un paragone, è un po’ come se uno decide di fare il pentito di mafia e poi continua a vantarsi di essere amico di Totò Riina…”.

Insomma per Sgarbi la vicenda ha troppe tinte fosche, che vanno approfondite. “Mi dispiace solo per i suoi genitori – conclude -. Se fossi stato suo padre sarei contento al cento per cento della sua liberazione, mi pare scontato. Ma al netto di questo, penso che siamo di fronte a un enorme paradosso. Se tratti con la mafia, o con i terroristi, la faccenda si fa inquietante…”.

Francesca Buzzi


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12 maggio, 2020

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