Viterbo – Sono stimolato dall’arguto intervento dell’amico Trappolini a parlare di futuro.
In realtà, mi sono già cimentato nell’impresa di prefigurare gli scenari a breve e a medio termine sul dopo-Covid in un breve saggio che ho fatto circolare tra gli amici, ma forse – a distanza di qualche settimana – si può aggiungere qualcosa (il sociologo non vuole altro che esibirsi da futurologo…).
Comincerei con ricordare la paura di un conflitto atomico che prese l’umanità negli anni Sessanta, furono costruiti rifugi antiatomici in ogni dove, sotto i monti, sotto il giardino di casa, sotto i garages condominiali, sotto le caserme, gli uffici pubblici, le scuole. Per fortuna mai utilizzati, con le scorte alimentari a deteriorarsi; qualcuno negli Stati Uniti li usò, per poche ore, per difendersi dai tornado.
In quegli stessi anni il Club di Roma cominciò a prefigurare un futuro incerto e minaccioso se non si fossero presi opportuni provvedimenti per salvaguardare l’integrità ecologica della natura. Nonostante alcune evidenti conseguenze di un progressivo inquinamento ambientale, non è stato ancora affrontato in modo decisivo il problema, troppi paesi, anche recentemente, hanno contestato gli accordi presi durante la
Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015.
Il fatto è che violenti acquazzoni, stagioni stravolte, pesci morti in mare, squaglio di ghiacci, inondazioni e altri cataclismi non hanno una presa immediata sul vissuto quotidiano delle persone, perché la maggioranza non ne coglie gli effetti sulla propria pelle. Così, pare che la minaccia sia piuttosto un argomento da salotto colto, da documentario di Focus o da filippica di integralisti verdi, piuttosto che qualcosa di veramente palpabile e diffuso.
Potrebbe succedere qualcosa di simile, “passata ‘a nuttata” del Coronavirus? Interi reparti di terapia
intensiva inutilizzati, respiratori a fare polvere, mucchi di mascherine abbandonate in un angolo? Direi
proprio di no.
La guerra atomica non c’é mai stata; troppo stupida, non avrebbe risparmiato nessuno, nemmeno l’ipotetico vincitore. All’inquinamento ambientale ci stiamo adattando fin quasi a scordarcene, specie quando pretendiamo di scorrazzare liberamente in centro con la macchina o sbuffiamo per i vincoli
della raccolta differenziata.
Ma il rischio della pandemia è di quelli che si ripetono, e ogni volta in modo diverso, con la necessità quindi di conviverci oggi, domani e dopodomani, e di adottare rigidi sistemi di precauzione, prima di capirci qualcosa e correre ai ripari.
Probabile che il Covid-19 domani diventi un ricordo, che magari si trasformi biologicamente in una banale influenza stagionale, o venga esorcizzato da una abitudinaria vaccinazione, come è accaduto per l’antivaiolo o l’antipolio. Ma al Covid-19 seguiranno altre epidemie, e forse altre pandemie. A ben vedere, negli ultimi trent’anni se ne sono verificate parecchie: hiv, muccapazza, aviaria, suina, sars, mers. Certo, meno diffuse, talune meno pericolose (ma vallo a dire ai parenti di chi ci ha perso la vita…), ma importanti; e non appare del tutto risolto il problema di altre malattie virali, come l’ebola, per ora circoscritte all’Africa centrale o che solo nell’Africa centrale hanno particolare virulenza (come la malaria e la tbc).
Il fatto è che vari elementi si vanno incrociando in questo scorcio di nuovi millennio a favorire le pandemie. Intanto la velocissima circolazione delle persone, che in 24 ore possono fare il giro del mondo contattando direttamente centinaia di persone. Inoltre, i tuttora irrisolti problemi di convivenza uomo-animale selvatico in aree complesse, che costituisce un brodo di coltura significativo per la formazione di nuovi virus.
Solo parte di questi ultimi aspetti sono di carattere culturale (forme di alimentazione e di allevamento, quelle che ad esempio hanno favorito la muccapazza, la suina, l’aviaria, la sars e il Covid-19), mentre stanno crescendo a dismisura le situazioni in cui è lo stravolgimento di certi equilibri ambientali che spingono talune specie a convivere con l’uomo e a favorire lo scambio (hiv, ebola, forse la mers).
Non sono un epidemiologo, mi limito a consultare cum grano salis Wikipedia. Ma al sociologo compete
sottolineare che la ripetitività di condizioni di pericolo sanitario indurrà probabilmente la nostra società ad
abituarsi ad alcune strategie variabili tra precauzione (circondarsi di difese, anche in eccesso) e prevenzione (creare strategie di contrasto a pericoli noti).
Si dovranno stabilire nuovi percorsi di igiene pubblica che riverbereranno anche su quella privata. Si dovrà progettare un tessuto di controllo sanitario capillare sul territorio, in grado di reagire in brevissimo tempo all’urgenza. Si manterranno alcuni principi generali di riduzione degli assembramenti, in spazi pubblici aperti e soprattutto chiusi, e questo varrà non solo per certi servizi, varie forme di consumo, per gli spettacoli, le manifestazioni sportive o politiche, ma probabilmente anche per i luoghi di lavoro e di studio (con il favore della tecnologia telematica).
E diventeranno normali abitudini; e lo diverranno persino le mascherine, magari come vezzi (come fu per la cravatta e per i tacchi a spillo): vorrei ricordare che molte nostre norme di educazione, di comportamento, di organizzazione, in realtà sono state ormai introiettate come tali ma sono risposte codificate alla soluzione di bisogni, materiali e culturali, e di problemi complessi.
Da questo primo filone che implica una cultura della sicurezza, che costringe a farsi vigili sull’emergenza,
fino a renderla una dimensione di normalità (l’uomo l’ha fatto innumerevoli volte e ai più disparati livelli:
ha dovuto cuocere certi cibi, erano diventate normali le mura intorno ad una città, sono diventate ovvie
oggi le zebre pedonali, ecc.), discendono altre conseguenze. Ci sono infatti altri aspetti che nel breve e
medio periodo vanno considerati. Lo spazio mi costringe a essere sintetico.
Il primo. L’esperienza del Covid-19 sta rivoluzionando l’economia mondiale, come non era accaduto nel 1929 e neppure con la seconda guerra mondiale. Cambieranno i consumi, le rilevanza di certi comparti produttivi, le modalità di decentramento delle attività produttive sul territorio globale, di conseguenza i meccanismi di economia e finanza. Questo comporterà stravolgimenti anche di natura sociale, con l’esplosione di alcuni settori che si arricchiranno e di altri che si impoveriranno, creando difficoltà acute anche se transitorie che potrebbero incidere sugli equilibri politici e sociali nazionali e internazionali. Le autorità politiche dovranno vigilare in tal senso, cercando di ridurre gli squilibri, di evitare le speculazioni, soprattutto di attenuare l’insorgere di rivolte sociali, intervenendo sollecitamente sui casi più disperati.
Il secondo. In futuro, evolvendo i bisogni e la voglia di una migliore qualità della vita, le situazioni percepite come emergenze potrebbero aumentare. Un tempo una pestilenza era subita e accettata dai più come una punizione divina e si sperava di essere salvati in questo o nell’altro mondo. Oggi, nessuno ci sta a rassegnarsi: l’emergenza va combattuta con tutti i mezzi perché, nella sua conoscenza del mondo, l’uomo ha più frecce al suo arco che in passato.
Ma proprio per questo, proprio per aver alzato l’asticella dei suoi bisogni, l’uomo potrebbe considerare lo stato di emergenza come una condizione normale della sua esistenza, anzi una condizione per migliorare se stesso e le proprie condizioni di vita. In tal caso, qualcuno dovrà riformulare i fondamentali della democrazia facendo notare che a ogni sacrosanto diritto deve corrispondere un altrettanto sacrosanto dovere.
Le sortite libertarie e sostanzialmente anarcoidi di taluni che, in nome della Costituzione, volevano irresponsabilmente sottrarsi a meccanismi di controllo della diffusione del virus, magari prestando interessato orecchio a fake news e complottismi di vario genere, sono state un esempio di inciviltà. Perché, che lo si voglia o no, chi è solo pronto a reclamare diritti e non si assume la responsabilità di sottoporsi a dei doveri per il bene comune, è un incivile.
A fronte delle migliaia di cittadini che hanno fatto il proprio dovere in silenzio, questi pochi irresponsabili hanno gridato sul web tutta la loro ignoranza e i loro egoismi, facendo incredibilmente proseliti. Quel che è peggio, a essi ha fatto l’occhiolino certa propaganda politica in continua ricerca di consenso elettorale. Chissà se qualcuno, perorando in nome della Costituzione i propri diritti, si è ricordato che quella Costituzione a cui si appellava tanto facilmente è stato possibile formularla perché molti si sono assunti dei pesanti doveri, a costo della propria vita.
Voglio prevedere e sperare che emerga una generazione di maitre à penser che invece di formulare astratte filosofie sulla libertà, elabori principi di rispetto reciproco e di solidarismo collettivo in grado di trasformare il diritto alla libertà nel dovere costruttivo di proteggerla e di applicarla con giudizio, sapendo che ha dei limiti in quella degli altri, affinché resti un bene per tutti e non una licenza per pochi.
Francesco Mattioli
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