Viterbo – “Per l’acqua vivo d’elemosina da trent’anni”. Una situazione paradossale quella in cui si trova Alessandra Saverino, presidente del consorzio strada vicinale Fagiano. Con lei, 22 famiglie, oltre la sua e diverse altre nelle stesse condizioni in strada Cassia Sud. Tutte a secco.
Le condutture idriche da quelle parti, nelle case non sono mai arrivate. A differenza delle promesse, quelle tante. Fino al paradosso. “Mi hanno raccontato – spiega Saverino – di un sindaco che sotto elezioni ha portato qui con un camion i tubi, passate le elezioni ha fatto riportare via tutti”. Niente di strano, visto l’andazzo. “Qui tutti vengono a prometterci. Poi spariscono”.
Siamo lungo la Cassia, in zona chiesa delle Farine.
La presidente aspetta dal 1989 che i lavori siano realizzati. Dall’anno in cui il muro di Berlino è crollato. Per sua sfortuna e quella di altri come lei, il muro della burocrazia resta saldamente in piedi.
“L’allora Sicea – ricorda Saverino – avrebbe dovuto portare l’acqua alle case. Noi abbiamo sostenuto tutti i costi di costruzione, pagato gli oneri per le opere di urbanizzazione”. Con scarsi risultati.
“In questa via l’acqua ce l’hanno le prime due case, agli estremi e basta. Ci siamo anche proposti di provvedere noi agli interventi e farci rimborsare, ma hanno detto che non è possibile”.
Se ne dovrebbe occupare Talete, ma pure il comune non è dato molto da fare.
“Io – ricorda Chiara Frontini capogruppo Viterbo 2020 – sono venuta a conoscenza della situazione due anni fa. Gli uffici comunali conoscono la situazione. Il progetto c’è, ma finora sono passati trent’anni di promesse”.
E dire che nel frattempo a poca distanza è sorto un quartiere piuttosto popoloso. Ponte dell’Elce.
“Quattrocento appartamenti – incalza la presidente del consorzio – sono giustamente serviti. Prima il problema sostenevano che fosse la pressione, troppo bassa, poi però lungo la Cassia hanno cambiato tutte le tubature e ora ce n’è in abbondanza. Ma non si risolve. A parte che se il problema era la pressione non sufficiente, avrebbero potuto agganciarci dalla parte alta, San Martino”.
Il non detto sta nei costi. Qualcosa come trecentomila euro.
“Io personalmente – ricorda Alessandra Saverino – finora ho scavato undici pozzi, ma da me l’acqua non c’è, ne avevo trovata un po’, ma dopo due giorni è finita, cominciando a uscire fango. Vivo d’elemosina. Con un tubo mi arriva l’acqua che attraversa la strada, dalla casa di una vicina. Ma anche loro sono in molti, quindi soprattutto d’estate dobbiamo organizzarci”. Fornitura razionata, docce a turno.
Senza contare altri aspetti. Come più volte fatto presente al sindaco e relativo assessore ai Lavori pubblici oltre che a Talete, estrarre l’acqua dai pozzi artesiani di proprietà può rappresentare un rischio.
“L’acqua così prelevata – scrive la presidente in diverse lettere all’amministrazione – può rappresentare pericolo per l’incolumità delle persone, in quanto non assicura nel tempo l’assoluta potabilità e non risulta sempre disponibile, soprattutto nei mesi estivi”.
Situazione insostenibile. “La gente è esasperata – precisa Frontini – se ne deve occupare Talete, il progetto c’è. Siamo andati negli uffici del comune per capire come mai fosse tutto bloccato ed è chiaramente una questione di finanziamento.
Non è possibile che 22 famiglie siano private di un bene primario in assoluto per la vita, tra l’altro promesso loro all’epoca.
È necessario che si prendano impegni seri. I progetti ci sono, li ho visionati personalmente. L’opera va realizzata, chi vive qui non può attendere ulteriormente”.
Giuseppe Ferlicca
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