– Il dottor Billi, giudice del tribunale dell’Aquila, diverrà famoso tra gli scienziati di tutto il mondo per la sua sentenza nei confronti dei membri della commissione Alti rischi, accusati di non aver valutato adeguatamente la pericolosità del terremoto che ha distrutto l’Aquila e di non aver quindi informato le istituzioni e la popolazione della gravità della situazione.
Anche a livello internazionale la sentenza è stata considerata con molta preoccupazione da sismologi e geologi, ma anche da altri esperti di catastrofi naturali. Nella sentenza del giudice vi sono due punti su cui riflettere: il primo, l’incapacità degli esperti di prevedere l’entità del sisma; il secondo – apparentemente più grave, ma conseguente – il rapporto che corre tra analisi e comunicazione del rischio.
Ci sarebbe da scrivere un libro su questa sentenza, limitiamoci a riflettere su alcuni aspetti.
La sismologia non è in grado di prevedere i terremoti: può dire – su base statistica e geologica – quali zone sono maggiormente a rischio. Allo stesso modo, non si può prevedere se non a grandi linee, la virulenza del sisma.
Ricordiamoci che il terremoto di Tuscania non era prevedibile, tant’è che la cittadina riposa su un territorio considerano a basso rischio sismico; in parte simile il caso dell’Emilia Romagna; invece da decenni a San Francisco stanno aspettando il big-one, un terremoto catastrofico indotto dai movimenti della faglia di Sant’Antonio. “Non si sa però né il giorno, né l’ora”.
La prima osservazione che se ne deduce è che il dottor Billi si è sostituito alla scienza nel giudicare se un terremoto era prevedibile e soprattutto se sarebbe stato tanto grave nelle conseguenze; se lo ha fatto sulla base di nozioni di sismologia, si è già guadagnato il prossimo Nobel; se lo ha fatto valutando con il senno di poi, le cose stanno un po’ diversamente e non lavorano a favore della sua professionalità.
La scienza – checché se ne dica – è tutt’altro che infallibile, soprattutto quando studia alcuni processi difficilmente riproducibili in laboratorio. Commettere un errore medico, in senso procedurale, è omicidio colposo; non poter prevedere l’insorgere di una malattia e la sua virulenza, è un difetto della scienza, ma anche della nostra vita perché come dice il poeta, “del doman non v’è certezza”.
Non c’è dubbio che la scienza debba essere in grado di ridurre il nostro stato di precarietà e di incertezza indicando risposte e soluzioni favorevoli. Il sapere scientifico ha innanzitutto il compito di sceverare una verità comune tra mille opinioni e sensazioni differenti. Ma non sempre è in grado di farlo e taluni scientisti se lo dovrebbero ricordare più spesso…
E qui si innesta il secondo aspetto: i membri della commissione Grandi rischi sono stati condannati soprattutto per non aver approntato adeguate risposte preventive.
Qualcuno ha azzardato che la loro leggerezza sia stata la risposta emotiva al catastrofismo di un tecnico locale, che prevedeva il disastro, piuttosto che una decisione professionale. Certe cose purtroppo accadono nella scienza: ma in questo caso, quel tecnico (che in effetti ha indovinato il futuro e per questo farebbe bene a giocare a tombola) era stato smentito dai più competenti tecnici del mondo, i quali avevano asserito che non c’erano indicatori certi sull’evoluzione del sisma, tanto meno quelli indicati dal tecnico (aumento di gas radon).
Ma torniamo alle cose serie: la scienza del risk management asserisce che laddove non si può rispondere adeguatamente al pericolo, occorre agire sulla prevenzione.
Il discorso sulla prevenzione importa sia la questione della decisione che quella dell’informazione. La decisione si compie sulla base delle informazioni disponibili: dopo di che sta al decisore operare per difetto o per eccesso. Ad esempio, a Roma in occasione della nevicata del 2012 si operò per difetto, essendo stata sottovalutata la mole della precipitazione, mentre qualche giorno fa, in occasione della famosa “Cleopatra”, si è operato in eccesso, perché i provvedimenti presi o consigliati alla popolazione si sono rivelati eccessivi rispetto all’entità della perturbazione prevista.
Se si decide di operare per eccesso, al fine di stare comunque tranquilli (si chiama principio di precauzione), si sappia che si tratta di una decisione estremamente onerosa. Portando alle estreme conseguenze il ragionamento, all’Aquila la commissione Grandi rischi avrebbe dovuto far spostare almeno cinquantamila persone nel giro di 24 ore senza poter dimostrare se non a grandi linee quando il sisma previsto si sarebbe verificato e con quale potenza.
Mi chiedo cosa sarebbe successo alla commissione se il sisma non si fosse effettivamente verificato: le avrebbero imputato i costi, materiali e morali, dell’inutile operazione?
Si diceva che il risk management impone anche la risk communication, cioè come comunicare il rischio alle istituzioni e alla popolazione: questa scienza ha vent’anni ed è tuttora attraversata da scuole contrastanti sul processo di legittimazione dei ruoli all’interno del processo di comunicazione del rischio. Il giudice Billi ha deciso anche al riguardo, assurgendo a principale esponente di una nuova scuola di risk communication.
In realtà, nel campo delle catastrofi naturali va detto che operare in eccesso (cioè in massima sicurezza) nel campo della prevenzione non è compito dei tecnici, a cui spetta prospettare il rischio (con gli errori possibili) e suggerire come operare: poiché una decisione in eccesso coinvolge la vita e gli interessi sociali ed economici di vaste popolazioni, è semmai compito degli amministratori, o meglio della politica, fare scelte così delicate.
La vera, e forse unica, prevenzione dei terremoti si fonda sulla costruzione di edifici antisismici e di messa in sicurezza di quelli che non lo sono. Cioè attraverso politiche del territorio. Ora, che le istituzioni e la politica si lavino le mani di tutto ciò, soddisfatta di aver trovato nella commissione Grandi rischi il capro espiatorio di una leggerezza amministrativa pluridecennale, è molto grave.
Il giudice dell’Aquila ha confuso l’impossibilità di avere una precisa conoscenza tecnica con l’imperizia di chi usa male della propria conoscenza tecnica. La prima conseguenza di ciò sarà che nessun tecnico si presterà a fare consulenza a una pubblica amministrazione, o ad assumersi il compito di dare indicazioni operative, in temi sensibili come i disastri ambientali e forse più in generale nel campo sanitario e assistenziale. E la seconda, che la pubblica amministrazione sarà sprovvista di sapere esperto, con il rischio di affidarsi ad orecchianti e sciamani.
I morti dell’Aquila e i loro parenti saranno veramente soddisfatti della sentenza del giudice Billi? Personalmente non lo credo.
Francesco Mattioli
Professore ordinario di sociologia nell’università “La Sapienza” di Roma
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