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L'opinione del sociologo

Come far sopravvivere i centri storici al tempo del Coronavirus…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Prima del verificarsi della pandemia da Covid-19 i centri storici italiani (e non solo) versavano in una crisi apparentemente irreversibile. Non parlo ovviamente di quelle aree urbane privilegiate dal turismo di massa, e internazionale, affollate tutto l’anno, ma di quei centri storici caratterizzati da un progressivo abbandono abitativo, da una conseguente riduzione drastica dell’offerta commerciale, da una gentrificazione di segno negativo che degrada la destinazione d’uso degli immobili ed esclude il senso di appartenenza degli abitanti.

La concorrenza dei centri commerciali, che concentrano l’offerta di beni, che garantiscono parcheggi, controlli, igiene e spesso anche riparo dall’inclemenza de tempo ha costituito negli ultimi vent’anni una minaccia esiziale per il centro storico, sempre più ridotto a una serie di percorsi obbligati e limitati verso i luoghi di attrazione turistica, perdendo persino la prerogativa  dello “struscio” del sabato pomeriggio e animandosi quasi a forza soltanto nei giorni delle feste patronali, quando una qualche forma di ritualità costringe la gente ad ammassarsi lungo le vie cittadine. Il progressivo abbandono dei centri storici costituisce allora una minaccia per la loro integrità architettonica e per la loro identità urbana. 

Viterbo non fa eccezione, tutt’altro. Fino a quest’inverno le tendenze in atto erano disastrose. Persino gli esercizi commerciali di corso Italia rischiavano di andare in perdita e di chiudere. Schenardi apriva e chiudeva, i negozi cambiavano insegna, altri presentavano le saracinesche ormai definitivamente abbassate, per non parlare delle vie limitrofe di fatto desertificate. Via San Lorenzo e San Pellegrino si animavano per lo più di una offerta turistica o diventavano ricetto – come in  molte altre città italiane gravate dagli stessi problemi – di una movida notturna troppo spesso invadente e portata a minacciare persino l’integrità monumentale di quegli spazi. Così, per vedere il centro storico un po’ più vivo, occorreva attendere il trasporto della macchina di santa Rosa, la fiera di santa Rosa e quella dell’Annunziata, e in modo un po’ forzato San Pellegrino in Fiore. Già i mercatini natalizi a volte presentavano il fiatone…

Su tutto questo si innestava il problema delle ztl. Auspicabili e benvenute per almeno due ragioni: la preservazione della respirabilità dell’aria e la possibilità di goder di più ampi spazi protetti almeno nelle zone di maggior afflusso potenziale di cittadini pedoni. Le ztl hanno però almeno due nemici, anche se talvolta mugugnano a denti stretti: gli automobilisti più adusi a incunearsi con i loro mezzi ovunque, pur di non dover mettere quattro passi i fila e sotto sotto i commercianti, perché sanno che il consumatore è ormai abituato a scendere dall’auto, salire una scala mobile e cadere dentro i negozi dei centri commerciali, senza dover cercare un parcheggio e di qui muoversi in direzione dei negozi, il che poi può essere una scocciatura, specie se piove, se fa freddo, se fa caldo, se tira vento, se è umido, se è secco, se è buio o se è troppo giorno…

Tutti questi problemi sono stati accentuati, ma anche stravolti, dalla pandemia e dai provvedimenti necessari che ne sono conseguiti. Le peggiori vittime del lockdown sono stai i negozi del centro, dove non circolavano più neppure i più accaniti protagonisti dello struscio quotidiano; e tuttavia, non appena le maglie del lockdown si sono allentate, la gente si è precipitata proprio nelle vie del centro, quasi per riassaporare il gusto di farne simbolico teatro della riappropriazione della loro libertà di movimento.  Nel frattempo le ztl erano state sospese e per qualcuno è stata festa doppia.

Poi è arrivata la necessità del distanziamento nei luoghi pubblici di consumo, bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, pub… A ciò si è pensato di sopperire, grazie al fatto che stiamo andando verso la stagione calda, largheggiando nella concessione degli spazi pubblici, permettendo quindi ai locali di allargarsi con i tavoli sulla pubblica via, a costo erariale zero. Un’abitudine che in molte città italiane a forte vocazione turistica ha completamente modificato la fisionomia di certe zone del centro storico e non necessariamente in peggio…

A questo punto, la pedonalizzazione di certe vie e di certe piazze, con una estensione spaziale e temporale delle ztl, diventava urgente. Ma qui sono nate le contraddizioni. Perché l’estensione delle ztl comporta una ulteriore erosione dell’accessibilità e dell’appetibilità automobilistica dei centri storici, e quindi una potenziale riduzione della clientela, creando una problematica situazione degna dell’asino di Buridano.

Che cosa succederà in futuro, quando non ci sarà neppure la bella stagione a sostenere l’offerta dei centri storici? Studiosi di urbanistica, di sociologia urbana, di comportamenti di consumo stanno meditando, con una palla di vetro in mano, ma anche con dati di tendenza che appaiono inequivocabili. Il lockdown ha centuplicato il potere del commercio online e su questo difficilmente si tornerà indietro, visto che in genere comporta anche forti riduzioni di prezzo. Tant’è che molte aziende e molti negozi ormai prevedono indifferentemente la vendita face-to-face e la vendita online anche con servizi e forme di customer care tecnologicamente avanzatissimi. Questo potrebbe mettere in crisi persino gli esercizi che vendono al dettaglio nei centri commerciali. Inoltre, l’abitudine avviatasi con il lockdown dei servizi a domicilio potrebbe svilupparsi a vista d’occhio, creando “negozi virtuali” anche di carattere meramente cittadino, che non abbisognerebbero più di vistosi e costosi “negozi”, semmai di efficienti e ben organizzati magazzini di produzione e smistamento delle merci.  

Questi effetti della pandemia potrebbero quindi non essere passeggeri, ma produttori di nuovi costumi e nuovi modi di consumo. Senza contare un possibile ritorno della pandemia, o una cristallizzazione di certi effetti sui modelli comportamentali e organizzativi generali. Il tutto a discapito del sistema urbano, che diverrebbe sempre più un sistema di scambio meramente di tipi abitativo-residenziale; e il centro storico, con le vie anguste, le case vecchie, potrebbe risentirne in  modo tragico.

Detto questo – e la cosa può far accapponare la pelle – che fare? Intanto, come dice la vecchia canzone Bang Bang dell’Equipe 84, “non si può fermare il tempo, non si può mutare il vento”: allora occorre assecondarli e farseli amici.

La gentrificazione dei centri storici partirebbe dai seguenti punti: a) riqualificazione residenziale degli immobili, con inevitabili seppur consoni interventi strutturali che mantengano una identità esteriore ma una forte efficienza interna; b) riscoperta di una vita comunitaria di qualità, intorno alle “piazze”, invece che creare ghetti sociali ed etnici; c) rimodulazione della viabilità, nella prospettiva dell’aumento dei veicoli elettrici o comunque non inquinanti, anche aumentando in quantità la circolazione di mezzi pubblici; d) la trasformazione delle vie di maggior flusso commerciale in veri e propri “centri commerciali”, limitati, protetti, controllati, resi accessibili da innovazioni urbanistiche e tecnologiche; e) il riconoscimento che le aree monumentali dei centri storici devono essere necessariamente “musealizzate”, arricchite di offerte culturali, di ristoro, alberghiere, insomma “turistiche”, se vogliamo “disneylandizzate” (termine forse orrendo nelle forma e nelle connotazioni che ne seguono). Se a qualcuno tutto ciò suona socialmente indigeribile, se ne faccia una ragione. Affrontare i problemi di un centro storico racchiuso da cinque chilometri di mura come quello di Viterbo ad esempio è cosa totalmente diversa dal considerare casi come quello di Civita di Bagnoregio, con tutti il rispetto, dove abita poca gente e sovente in quelle che sono seconde case.

Il tempo delle ideologie, dei centri storici sanamente “popolari” – se non addirittura proletari – è morto e sepolto, è una visione otto/novecentesca che non sta in piedi, perché i quartieri popolari non sono più quelli dei centri storici, semmai soprattutto certe periferie. A meno che non si abiti un palazzo signorile, oggi abitare le case storiche significa condannarsi a un difficile sistema di riscaldamento, di aerazione, di luminosità, a scale strette e ripide, soffitti alti, muri in pietra che rilasciano radon, difficoltà ad avere un garage, a parcheggiare l’auto, e via elencando. Forse piacerà a qualche fan della decrescita felice, ma vallo a dire alle giovani coppie desiderose di crescere felici.

Il domani della città, a detta di quasi tutti gli urbanisti e i sociologi della città, di fronte a quel divieto di promiscuo assembramento che diventerà una abitudine (come divennero abitudini le fogne dopo certe pestilenze urbane), di fronte ad uno smart working sempre più diffuso, di fronte a una circolazione green e razionalizzata, di fronte alla richiesta di aria pulita e quindi di verde pubblico diffuso, va verso una fisionomia totalmente diversa da quella delle città medievali e rinascimentali come sono tutti i centri storici italiani ed europei: sta in spazi ampi, allargati sul territorio in uno scambio reciproco tra città e campagna. I cittadini continueranno ad avere bisogno della “piazza”? Certo, ma una piazza che, se non è virtuale (e lo è già nei social media), dovrà emergere da ampi spazi di consumo, di svago e comunque fortemente improntati ad altre modalità di relazione tra gli individui e tra questi e lo spazio urbano.

E allora cosa ne sarà dei centri storici? Come dicevo all’inizio, o si interviene pesantemente sugli “interni” delle abitazioni, sulla circolazione, sulla ristrutturazione – anche culturale – delle attività economiche, e soprattutto sulle modalità d’uso delle numerose emergenze monumentali e storiche, oppure la decadenza potrebbe essere drammatica e irreversibile. Ma occorre un fortissimo cambio di mentalità culturale, di politiche di riqualificazione che non siano di sapore ideologico, ma di vera ispirazione innovativa, di mentalità “utopica”, quella che ha voglia di andare oltre la realtà attuale.

Francesco Mattioli
 


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4 giugno, 2020

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