– “Fossi stato in Parlamento non avrei aderito”.
Se il matrimonio tra Viterbo e Rieti si deve proprio fare, che almeno lo si faccia con criterio.
La mancanza di una strategia economica per il territorio rappresenta per il sindaco di Viterbo Giulio Marini il principale ostacolo in questo processo di accorpamento.
Non si tratta di scarsa affinità culturale o di distanza geografica, il problema è la totale assenza di un piano di sviluppo.
“Ragionando in termini di macro area – afferma il primo cittadino -, l’accorpamento non mi sembra sbagliato. Già quando ero presidente della provincia collaboravo con il mio omologo Giosuè Calabrese per individuare soluzioni per entrambi i territori”.
Tra le critiche è che l’allargamento non ha coinvolto tutte le parti in causa. “Ho sempre sostenuto che non bisogna solo limitarsi all’accorpamento con Rieti. In questo processo è importante includere anche Civitavecchia che porterebbe a entrambe le città un valore aggiunto”.
Altro errore è che non è stato individuato un progetto. “Quanto accaduto mi sembra soltanto una rivisitazione dei confini. Non sono soddisfatto. Tempo fa avevo proposto in Regione una fase di studio per arrivare a un piano.
Ora invece mi sembra sia stato fatto un’operazione da libro di geografia per mettere insieme due realtà senza criterio. Non vorrei che presi dall’urgenza siano state fatte cose senza senso”.
Il provvedimento è per il sindaco un prodotto del governo mirato a buttare fumo negli occhi. “Credo che con un governo tecnico che è pronto a sfornare soluzioni non sempre di qualità ma solo per legittimare il suo ruolo non ci si possa aspettare altro. Mi sembra un risultato poulistico e non politico”.
Pochi i vantaggi sia per il Viterbese che per il Reatino. “Serviva più tempo e più coinvolgimento per arrivare alla definizione di un programma strategico definito – conclude Marini -. Da un punto di vista politico rimango allibito. Se fossi stato in parlamento non avrei aderito perché l’unione brutale di due province senza un piano futuro non porterà a grandi risultati”.
C’è poco da stupirsi invece per Laura Allegrini. A essere messo in discussione per la senatrice del Pdl non è il contenuto del provvedimento, ma le modalità con cui è stato fatto.
“La riduzione delle province era nel programma del Popolo della libertà – afferma la parlamentare – quindi non ci deve meravigliare. Possiamo poi discutere sulle modalità con cui il provvedimento è stato fatto. Del resto, però, tutti gli atti del governo hanno dei problemi anche dal punto di vista tecnico”.
Per la senatrice certe decisioni pur difficili vanno prese. “La semplificazione va fatta, anche se mi auguro avvenga nel modo più indolore possibile, soprattutto per i dipendenti. Al di là del problema dell’omogenietà culturale e territoriale, l’accorpamento avrebbe creato più difficoltà se fosse stato con province di altre regioni. In questo caso sarebbe stata necessaria anche una ridefinizione dei perimetri territoriali“.
L’accetta della spending review avrebbe dovuto tagliare altrove.”Personalmente, ripenserei a un assetto istituzionale delle Regioni che sono il vero buco finanziario del paese. Avrei invece conservato le province perché la realtà italiana è più legata al territorio. Non a caso le Regioni, previste dalla costituzione nel ’48, sono state realizzate nel ’70. Ci sarà stato un motivo per cui il processo è stato così complicato”.
In Parlamento non ci sono state opposizioni. “Non potevamo fare nulla anche perché in questo caso serve la fiducia. Si tratta di scegliere se continuare a mantenere in vita o meno il governo.
I nodi della questione si scioglieranno tra un po’ e non possiamo pensare che in una riforma istituzionale così potente vada tutto liscio fin da subito. Credo che il provvedimento non debba fare meraviglia, anzi mi stupisco del contrario. Si può discutere su metodo, perché molto dei provvedimenti del governo sono proprio sbagliati tecnicamente”.
Paola Piedomenico
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