Viterbo – David Michelazzo, 48 anni, è il nuovo comandante della Polstrada di Viterbo. È al vertice della caserma di via Palmanova da metà giugno, quando ha preso il posto del vicequestore Gian Luca Porroni. Ha già trascorso più della metà della sua vita nella polizia (si è arruolato nel ’92, a soli vent’anni), con l’ultimo incarico ricoperto alle volanti di Verbania. “Lì – ammette Michelazzo – stavo molto bene e non mi aspettavo di essere trasferito a Viterbo. Ma sono contentissimo di essere qui”.
Commissario capo, lei è originario di Roma. Dopo aver lavorato alla questura di Verbano Cusio Ossola, con il trasferimento a Viterbo si avvicina a casa…
“Nella capitale sono nato e cresciuto, ma non ho mai avuto un eccessivo attaccamento al territorio. Ho amato la mia città ma, con rancore, devo dire che negli ultimi tempi è diventata invivibile, come ormai lo sono tutte le metropoli. È diventata dura sia a livello lavorativo che di vivibilità. Sono contento di essere a Viterbo, non mi aspettavo di essere trasferito qui. A Verbania stavo molto bene”.
Lì dirigeva la squadra volante…
“Venivo chiamato a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non solo per le emergenze ma, ad esempio, anche per anziani che magari si sentivano soli e avevano semplicemente bisogno di parlare con qualcuno. Quella alle volanti, che è una realtà molto operativa, è stata un’esperienza che mi ha fatto sentire professionalmente vivo. Avevo sempre la possibilità di mettermi in gioco”.
Conosce già il territorio della Tuscia?
“Conscio dell’errore fatto a Verbania, dove non conoscevo il territorio perché preso dal lavoro d’ufficio, qui ho voluto vedere subito qualcosa. Sono già stato a Tarquinia e a Monterosi, dove abbiamo due distaccamenti, ma il Viterbese è vasto: c’è il mare, i laghi, la montagna, il traffico caotico della Cassia…”.
Come gestire tutta questa zona?
“Ce la si può fare. Anzi, dobbiamo fare anche di più. La Polstrada non può stare solamente sulle statali che devono essere obbligatoriamente monitorate. Quando ce n’è la possibilità, bisogna organizzare dei servizi pure dove di solito non ci sono tanti controlli”.
Un nuovo incarico inizia sempre con una serie di obiettivi. Quali sono i suoi?
“Innanzitutto tenere a mente che la stradale ha molte sfaccettature. Non facciamo rispettare solo il codice della strada ma, essendo una specialità della polizia, prevede una serie di competenze e conoscenze tecniche. La materia cambia in continuazione ed è necessario aggiornarsi quasi quotidianamente. Insomma, le responsabilità sono tante. Personalmente ho molto entusiasmo e vorrei essere presente il più possibile, sia in caserma che sul territorio. Dialogo, partecipazione, condivisione e coinvolgimento sono le mie parole d’ordine. Con gli agenti, che desidererei sottoporre a nuovi stimoli, e con la popolazione. Noi siamo per i cittadini, che devono venire prima di tutto. La Polstrada non è un’istituzione chiusa, ma aperta. E alle richieste delle persone dobbiamo sempre rispondere. Ho poi notato che la caserma di via Palmanova è vetusta e, siccome il ministero dell’Interno soldi non ne ha, vorrei provare a migliorarla con la buona volontà di molti”.
Lo scorso 23 giugno l’incidente sulla Sammartinese che è costato la vita a un ragazzo di 21 anni. È stata dura…
“È stata una tragedia. Come polizia dobbiamo capire quali possano essere state le cause dell’incidente. Siamo andati sul posto più volte, per vedere se sarebbero emersi nuovi elementi. Al momento non escludiamo niente e stiamo lavorando a 360 gradi. Ma vorrei dire che se c’è qualcuno che può fornirci ulteriori elementi utili, ben venga”.
Per prevenire gli incidenti, autovelox e dissuasori bastano o è necessario che le istituzioni abbiano più cura delle strade: dalla segnaletica, al rifacimento del manto, alle barriere protettive…?
“Sapere che su quella o quell’altra strada si possono perdere i punti dalla patente, secondo me, porta ad alzare il piede dall’acceleratore e a non sfrecciare. Certo, gli incidenti si verificano anche a bassa velocità e in presenza di altri fattori. Quando diciamo ‘istituzioni’, purtroppo, tiriamo in ballo troppi soggetti, ognuno dei quali ha proprie caratteristiche e carenze. Questo è un problema. Serve armonizzazione. Ma dove il pubblico è carente, perché il privato non prova a compensare…?”.
La maggior parte degli incidenti avviene per l’uso del cellulare, per l’assunzione di alcool e droghe e per l’alta velocità. Lo sanno tutti, eppure incidenti con queste cause continuano a ripetersi. Come è possibile?
“Sembra banale, ma ancora non abbiamo capito che i veicoli sono armi sempre cariche. Il pericolo non è soltanto per chi sta dentro, ma per tutti. Ho già fatto venticinque anni nella Polstrada: ho rilevato tantissimi incidenti mortali, sono andato a casa di genitori per dirgli che il fiGlio era morto ed è un’esperienza che non auguro a nessuno. Ma non possiamo più far succedere i drammi per diventare coscienziosi. Serve prevenzione, ma anche repressione”.
Quanto è importante l’educazione stradale? Soprattutto diffonderla a partire dai ragazzi, entrando ad esempio nelle scuole…
“Questo progetto c’è già: è nazionale e ramificato in tutta Italia. Ci credo molto, ma dobbiamo imparare il linguaggio dei ragazzi sennò li perdiamo. Dobbiamo fargli capire che avere una buona educazione stradale è qualcosa di importante per loro e che non serve solo a superare l’esame per la patente. Non è assolutamente vero quello che sento dire spesso in merito a incidenti e sventure: Tanto a me non capita mai… Noi il messaggio proviamo a lanciarlo. Speriamo che venga recepito e che ai ragazzi rimanga qualcosa”.
Un messaggio agli automobilisti, giovani e meno giovani…
“Alla guida, state attenti. Si sta troppo al telefono, soprattutto senza auricolare. Per non parlare dei messaggi: abbassare lo sguardo per vedere il cellulare è come guidare ad occhi chiusi. Non lo farebbe nessuno. E allora perché non rispondere dopo essersi fermati? Ricordo che con l’auto in pochi secondi si percorrono decine di metri”.
Raffaele Strocchia
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