Roma – Nino Marazzita è tra i principali avvocati italiani. Ha rappresentato la famiglia Pasolini nel processo per l’omicidio di Pier Paolo. Ha difeso Pietro Pacciani, accusato di essere l’assassino delle coppiette, nell’inchiesta sul mostro di Firenze. È stato il legale della moglie di Aldo Moro nel processo per l’uccisione dello statista.
Ormai indossa la toga da più di cinquant’anni…
“Ma ancora vado in studio tutte le mattine, anche se di fatto lo portano avanti i miei figli. Ma lo sa che non volevo fare l’avvocato?”.
Ah, no…?
“Mi ero iscritto al Centro sperimentale di cinematografia riuscendo a vincere una borsa di studio come regista. Arrivai terzo, prima di Bernardo Bertolucci che fu quarto”.
Sta dicendo che è un potenziale duplice premio Oscar mancato?
“Eh… Contemporaneamente frequentavo pure l’università e alla fine ho abbandonato la strada artistica. Ma è ancora un rimpianto. Mio padre era un bravo avvocato: è stato il primo in famiglia a svolgere la professione. Io capii che facendo il difensore potevo guadagnare e diventare indipendente. Molto probabilmente se papà avesse fatto l’industriale lo sarei diventato anche io”.
Suo padre Giuseppe è stato senatore per il Partito socialista e lei prima ha preso in mano lo studio di Palmi e poi ne ha aperto uno nella Capitale…
“A Roma sono anche stato caporedattore della rivista L’Eloquenza fondata da Giuseppe Sotgiu, di cui sono stato allievo, che poi me l’ha lasciata in eredità. Ma alla fine l’ho venduta perché aveva dei costi notevoli e perché iniziavo a fare troppe cose”.
Il foro, il cinema, il giornalismo, la tv… ha avuto altre passioni?
“Ero molto bravo a guidare le auto e tra i 18 e i 20 anni ho partecipato a diverse gare. In televisione sono stato per trenta, quarant’anni. Prima in Rai e poi a Mediaset come giudice di Forum. Ed è stata un’esperienza divertente”.
Avvocato Marazzita, qual è lo stato della giustizia italiana?
“È comatosa. In ambito penale da almeno trent’anni, ovvero da quando è stato introdotto il nuovo codice. Da allora la devastazione giudiziaria si è acuita ancora di più”.
Il risultato principale, ovviamente in negativo, pare essere la creazione di processi dai tempi biblici…
“I tempi sono un alibi, come lo è ad esempio il tema delle intercettazioni. Serve un processo penale che sia protettivo nei confronti degli imputati e delle vittime. Il codice in vigore non è riuscito a garantire nulla ai primi e molto poco alle parti offese, anche se queste ultime sono ormai diventate il centro del processo. Ma il processo deve focalizzarsi sull’imputato, che ne è l’unico e vero protagonista. Il processo penale è stato devastato”.
In Italia esiste ancora lo stato di diritto?
“Assolutamente no, è ormai ben lontano da noi. È stato culturalmente abbandonato dalla politica e dalla magistratura. A proposito di magistratura, non so quanti casi Palamara ci debbano essere affinché si capisca che si tratta di un’associazione corporativa che bada solo ai suoi interessi. Non gliene importa niente dei cittadini. Ma tutto ciò dura da trent’anni. Non è nato con Palamara e ho paura che non morirà con Palamara”.
Il nostro sistema giustizia è riformabile?
“Con una politica e una magistratura così poco capace e così poco adeguata al livello di civiltà che questo paese merita, la vedo dura”.
Se spettasse a lei, come lo modificherebbe?
“Partirei dalla separazione delle carriere dei magistrati. Lo capisce persino un bambino che non è equo un processo in cui da un lato c’è un’armata di uomini che dominano la magistratura attraverso le procure e dall’altro un povero avvocato. I pubblici ministeri possono distruggere.
Metterei mano al processo penale, che è quello che interessa maggiormente i cittadini perché tocca la loro dignità e libertà personale. Ancora non si capisce se quello italiano è un processo accusatorio o inquisitorio. Se Berlusconi anziché fare la lotta per se stesso si fosse aggiunto a quel gruppo di legislatori che volevano il rito accusatorio puro, forse oggi avremmo una tipologia di processi più avanzata”.
Il meccanismo dei tre gradi di giudizio, così com’è, funziona ancora?
“No. Il primo grado non va per il dislivello magistrati-avvocati che ho detto prima, l’appello è completamente inutile perché è una rilettura delle carte di primo grado. Per quanto riguarda la Cassazione, nei codici non c’è una definizione precisa del suo ruolo. Si dice che si occupa della legittimità, ma cos’è questa legittimità è un’araba fenice. Ognuno la interpreta a modo suo”.
Se l’appello è inutile, si deve passare a solo due gradi?
“Più o meno sì. Ma prima deve essere aggiustato il processo di primo grado che deve diventare quello davvero importante, equo e paritario. Dopodiché, invece che l’appello, ci deve essere la possibilità di ricorrere direttamente a un’ipotetica Cassazione. Ma solo per pochissimi casi, casi assolutamente straordinari e ben individuati nella norma”.
Ma un grado e mezzo, due gradi di giudizio, non finirebbero per minare ancor di più lo stato di diritto?
“Quando un processo viene fatto bene e viene svolto con equità e parità la prima volta, diventa qualcosa di estremamente sacro”.
La magistratura deve essere riformata?
“Sì, i magistrati non possono far carriera con commissioni stabilite al loro interno”.
Crede che le carriere di giudici e pm vadano separate?
“Sì. E che abbiano due Csm ben divisi, anche geograficamente. Magari uno a Roma e l’altro a Milano. Ma il taglio non deve essere solo materiale, deve essere soprattutto culturale. Oggi i magistrati sono spesso tutti approssimativamente collegati fino alla Cassazione. Il giudice Francesco Ferri, presidente della corte d’assise d’appello che ha assolto Pacciani, dopo essersi dimesso, ha scritto un libro in cui affermava che le pressioni della procura non si fermavano al primo e secondo grado ma che a volte arrivavano addirittura in Cassazione. Ebbè, più chiaro di così?!”.
Il caso Tortora, emblema di malagiustizia, non ha insegnato nulla?
“A oggi non è cambiato nulla. Se volessimo spostare l’argomento su carabinieri e polizia, non è cambiato niente neppure con il caso Cucchi. Il sistema continua a essere così, non c’è nulla da fare. In cinquant’anni di professione ho ricevuto centinaia, se non migliaia, di persone che si sono lamentate delle prevaricazioni che subiscono quando entrano in una caserma dei carabinieri o in una stazione di polizia. Servono ministri che facciano capire, culturalmente, che nelle caserme e nelle stazioni i cittadini devono sentirsi protetti, non maltrattati. L’efficienza delle forze dell’ordine deve corrispondere alla civiltà nei confronti dei cittadini. Loro sono per il cittadino. Anche, se non soprattutto, quando è un pregiudicato”.
Si è mai trovato a denunciare questo “sistema”, come lo ha definito?
“Avrei potuto farlo se i miei clienti fossero stati d’accordo. Ma non lo sono mai stati perché terrorizzati da quanto vissuto”.
C’è ancora terzietà nello stato italiano? La magistratura giudicante è veramente terza?
“Non ci sono processi equi. Il processo penale viene imbastito dalle procure, che in aula lo portano avanti nella direzione in cui vogliono loro”.
In tutto ciò, qual è il ruolo degli avvocati?
“Non contano quasi mai niente, ma semplicemente perché sono una folla di autarchici a cui non importa nulla. Anche gli avvocati hanno delle colpe. Nella maggior parte dei casi sono degli individualisti che badano solo ai propri interessi e se ne fottono dei cittadini. Di conseguenza sono i migliori alleati dei magistrati, perché anche a loro fa comodo che il sistema continui ad essere così come è”.
Negli anni si è più volte ipotizzata la riapertura del caso Pasolini, in cui è stato legale di parte civile. Dopo la morte tre anni fa di Pino Pelosi, condannato per l’omicidio, crede che sia ancora utile?
“A quel processo è stata data una direzione politica. Si è fatto di tutto affinché non si capisse se dietro l’assassinio ci fossero stati dei mandanti, che potevano essere la Democrazia cristiana che Pasolini attaccava o i fascisti che avevano tentato di buttarlo da ponte Garibaldi. Non si è mai voluti arrivare ai mandati, con la paura che si scoprisse che erano della Dc o dell’Msi. Una cosa molto poco probabile. In quell’omicidio c’è stata la mano di qualche ignoto. Pelosi sapeva i loro nomi ma non li ha mai detti. Io ho chiesto la riapertura del caso cinque volte. Ormai credo che la verità non si saprà mai”.
Raffaele Strocchia
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