Viterbo – Nel 2017, in pieno sviluppo dell’epidemia suina che devastava la regione del Guangdong in Cina, vari ricercatori virologi americani pubblicarono uno studio in cui si indicavano i pipistrelli come la maggiore riserva animale di coronavirus del mondo. Alle medesime conclusioni arrivò la ricerca sviluppata in Cina: l’origine del contagio fu localizzata precisamente nella popolazione di pipistrelli della regione.
Ma che c’entrano i maiali con i pipistrelli? La risposta a questa domanda arrivò l’anno successivo in seguito ad un altro studio: la crescita dei macro-allevamenti di bestiame aveva alterato gli spazi vitali dei pipistrelli.
In sostanza, il sistema dell’allevamento industriale ha incrementato la possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono stati drammaticamente compromessi dalla deforestazione. Negli ultimi decenni, alcune delle infezioni virali con maggiore impatto si sono prodotte grazie a contagi che, oltrepassando le barriere della specie, hanno avuto origine nello sfruttamento intensivo dell’allevamento di bestiame.
In Cina ci sono i macro-allevamenti più grandi del mondo che arrivano a contare 100 mila capi di bestiame ciascuno, cioè 50 volte più grandi del più grande allevamento europeo. Forse con la Cina dovremmo parlare di questo, non di dazi e di 5G.
Le origini di questo coronavirus, quindi, sono naturali. Non sembri banale questo rilievo perché la disputa sulle origini del virus, naturale o di laboratorio, non è semplicemente una schermaglia che appartiene ad una ristretta cerchia di scienziati o capi di Stato, ma ha delle implicazioni profonde su ciò che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Se si afferma che il virus è di origine animale, allora vanno indagate le condizioni in cui la natura è riuscita ad elaborarlo e quindi, in ultima analisi, va verificata la sostenibilità del rapporto che c’è oggi tra uomo e natura. Se invece si afferma che è un prodotto di laboratorio, allora c’è semplicemente da individuare il colpevole, senza mettere in discussione il modello che ha fin qui retto il mondo.
La prima ipotesi impone un deciso salto di qualità nel sistema della collaborazione internazionale per affrontare le cause e per correggere gli squilibri globali. La seconda è invece perfetta per mantenere lo status quo ed alimentare una linea conflittuale fra gli stati che accresce la tensione e ripropone la logica della “guerra fredda”. Con il negazionismo poi, siamo al festival dell’irresponsabilità.
Se una cosa è evidente di fronte a questa emergenza è che la dimensione del singolo Stato non è affatto sufficiente a garantire la sicurezza e la salute dei cittadini. Neanche i Paesi più grandi e più forti sono in condizioni di fare da soli. È impossibile. E pensare di farlo lo stesso espone tutti a maggiori pericoli.
Se non si affermerà la cooperazione internazionale come modalità di gestione dei processi, se non riacquisteranno peso i luoghi di decisione sovranazionali, e se gli stessi non saranno sempre di più luoghi di rappresentanza democratica, sfide come quelle che stiamo vivendo potranno essere soltanto tamponate ma mai vinte veramente.
Ciò che ancora non si calcola in questa crisi sono i ritardi connessi alle decisioni dei singoli stati che hanno agito come se non ci fosse una dimensione globale del problema, la quale avrebbe richiesto, invece, un governo globale delle risposte. In una situazione così drammatica, si comprende ancora di più il valore dell’Unione Europea come casa comune capace di fronteggiare grandi difficoltà per difendere i diritti e costruire opportunità. E l’Europa ha sicuramente bisogno di grandi riforme, ma oggi nessuna persona ragionevole può realmente pensare di farne a meno.
Che lo si voglia o no, la realtà impone un capovolgimento totale del paradigma politico e culturale che si è affermato nel mondo nell’ultimo decennio. Quello che è sfociato nella Brexit, nell’ “America first”, nel “prima gli italiani”, prima gli austriaci, prima gli ungheresi, ecc.
Ad oggi i Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia sono gli Stati Uniti d’America, il Brasile, la Russia, il Regno Unito e l’India a dimostrazione della oggettiva difficoltà delle posizioni nazionaliste ad elaborare la natura della crisi e a fronteggiare l’emergenza. Non solo. A breve sarà necessario che i Paesi più ricchi intervengano per aiutare quelli più poveri del mondo ad affrontare la diffusione della pandemia, sia perché non hanno i mezzi sufficienti per farlo da soli e sia per ridurre al minimo le possibilità di ondate di ritorno che inevitabilmente imporrebbero nuovi e drammatici lockdown.
L’evidenza per la quale la vita di ognuno è legata a quella degli altri, rende obsolete e pericolose tutte le barriere e tutti i muri artificiosi e ammette soltanto i limiti dovuti all’esercizio consapevole e responsabile delle proprie libertà nel rispetto delle leggi e delle regole. Dire “siamo tutti sulla stessa barca” significa esattamente questo. Significa che ciò che viene prima di ogni altra cosa è l’umanità, ovvero la salute e i diritti fondamentali degli esseri umani che vivono su un pianeta che non regge più i ritmi e le storture imposti da un sistema capitalistico diventato cieco e distruttivo.
“Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Sono le parole di Papa Francesco pronunciate durante la benedizione urbi et orbi del 27 marzo scorso e rappresentano l’analisi più lucida che si potesse fare in questo tempo.
È interessante, anche se triste, ripercorrere brevemente le epidemie nel corso di un secolo di storia. Spagnola (prima guerra mondiale), Asiatica (dal 1957 al 1960), Hong Kong, tipo Aviaria (1968), Sars (2003), Suina (2009), Coronavirus (2020). Se così stanno le cose non dobbiamo semplicemente fronteggiare e sconfiggere questa pandemia. Dobbiamo sapere che il mondo è esposto a rischi di nuove pandemie e quindi dobbiamo pensare alla prossima che, con ogni probabilità, ci sarà e non potremo farci trovare impreparati come lo siamo stati in questo inizio 2020.
Non basta più una riflessione, serve la costruzione di un nuovo modello di sviluppo che difenda e preservi i beni comuni attraverso un diverso equilibrio tra le ragioni dello sviluppo e del benessere dell’uomo e quelle, altrettanto stringenti, della salvaguardia della natura e del pianeta in quanto tali.
L’emergenza sanitaria, tra l’altro, mette in luce gli errori compiuti per troppi anni nell’aver sottovalutato l’importanza del servizio sanitario pubblico e universale e nell’aver ritenuto che si potesse semplicemente lasciare al mercato la facoltà di risolvere problemi complessi. Durante questa pandemia il mercato non ha risolto nessuno dei problemi sul tappeto. Sono dovuti intervenire gli Stati.
L’esempio più banale è quello delle mascherine e dei dispositivi di protezione individuale. Costava troppo produrli a fronte di una domanda che, in tempo di “pace”, non c’era quasi più. Per questo, in Occidente si è smesso di fabbricarli. Adesso invece è chiaro che, a prescindere dalla situazione contingente, noi come Italia, o noi come Europa, dobbiamo ripristinare la produzione di questi beni perché sono diventati strategici. Ma non dovremo fermarci qui. Perché dovremo scegliere la sanità e la salute pubblica come asset strategico della ricostruzione post coronavirus.
Una sanità di qualità in ambito europeo in grado di diventare un polo di attrazione a livello mondiale fatto di ricerca avanzata, strutture altamente specializzate, tecnologia diffusa, industria farmaceutica, strumentazione d’avanguardia, servizi sanitari territoriali e di prossimità. Questo sarebbe un bel pezzo di pil, di sicurezza e di benessere. Per un obiettivo così ambizioso è naturale che sia nostro interesse utilizzare le risorse previste dal Mes; è persino banale sostenere questa cosa. Ma non sarà soltanto questo a consentirci di risolvere il problema perché la necessità di rinvigorire i sistemi di welfare richiederà lo spostamento di notevoli risorse che implicheranno la definizione di un nuovo equilibrio rispetto all’impianto consolidato su cui molti Paesi si sono adagiati per troppo tempo.
Sono alcuni decenni che il potere decisionale dell’economia e della finanza è divenuto più forte del potere politico espresso per via democratica. Qualora ce ne fosse stato bisogno, ora si comprende meglio che quando l’interesse generale diventa subalterno all’interesse particolare crescono a dismisura le disuguaglianze, cresce la povertà ed aumentano i rischi per tutti.
Se ne parla poco ancora, ma su questo terreno si è già aperto uno scontro di straordinario rilievo destinato ad avere conseguenze nell’organizzazione delle società. Nessuna nostalgia e nessuno statalismo di ritorno, ma è abbastanza evidente che il ruolo del “pubblico” tornerà a crescere e servirà una politica più credibile, più determinata e più forte in grado di scrivere un patto per la ricostruzione in cui obiettivi e investimenti servano a raggiungere più sostenibilità, più benessere e a sollecitare nuove opportunità per il lavoro, l’impresa e il mercato.
Parlo naturalmente di un pubblico efficiente ed efficace, che elimini farraginosità, complicazioni ed eccessi burocratici e si dedichi a riqualificare tutti i suoi apparati e tutti i suoi servizi. Le sfide che abbiamo sotto gli occhi non ammettono ritardi, negligenze, scarsa trasparenza e inadeguatezza. Ma per affrontarle serve una politica democratica capace di recuperare rapidamente una dimensione globale per definire le nuove regole del gioco.
Anche durante la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 si disse così. Poi le cose andarono diversamente e da quella crisi della globalizzazione il mondo ne uscì a destra. Quindi, davvero nulla è scontato. Da questo punto di vista non può sfuggire a nessuno l’importanza delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del prossimo novembre.
La crisi economica dovuta al coronavirus ha e avrà dimensioni gigantesche, purtroppo. Per difendere l’economia reale, il lavoro e la vita delle famiglie è già cresciuta enormemente la massa di debito pubblico dei singoli Paesi e, se non si vogliono ripercussioni ancora più gravi, ci si dovrà porre il problema della cancellazione del debito dei Paesi più poveri e della eliminazione della quota aggiuntiva di debito dovuta alla pandemia per tutti gli altri Stati.
Non prendere in considerazione questa strada sarebbe soltanto indice di cecità e mancanza di comprensione dei problemi. Così come continuare a litigare fra singoli Paesi, pensando di lucrare dividendi elettorali a breve scadenza, condannerà le società di oggi e le generazioni future alla restrizione di opportunità e libertà di scelta.
Ma sempre a proposito della crisi, e sempre a proposito del debito, è utile e non più rinviabile anche un’altra considerazione che riguarda casa nostra. Se è vero che in Italia l’economia illegale vale oltre 100 miliardi all’anno, allora bisogna lavorare per l’emersione del “nero” perché a questo punto, davvero, non possiamo più permetterci questa palla al piede. Naturalmente non sto parlando di condoni.
Conosco già l’obiezione: è la solita sinistra delle tasse, mentre il Paese avrebbe bisogno delle briglia sciolte per poter ripartire. No. Non è così. E dopo quello che è successo questa storia non si può più raccontare così. Perché è sicuramente vero che oggi il Paese va sostenuto per impedire il crollo del sistema produttivo, con un occhio di particolare riguardo alla parte più fragile della popolazione e al mondo delle piccole e medie imprese messo letteralmente alle corde dalla lunga quarantena.
Ed è altrettanto vero che nel nostro Paese c’è una tassazione troppo elevata sul lavoro e sull’impresa che richiede interventi mirati. Ma mai come in questa occasione si è visto il nesso che c’è tra l’evasione fiscale, i limiti dei servizi pubblici e i rischi per la vita delle persone. Non si può più fare finta di niente. Senza alcuna logica punitiva è indispensabile fare un deciso passo avanti verso il superamento di una delle contradizioni più macroscopiche del Paese. Certo, per avere una base più larga di contribuenti si deve lavorare per una uscita veloce dalla crisi economica e per una forte ripresa dell’economia utilizzando al meglio le risorse europee.
È la sfida di questi giorni e delle prossime settimane. Un piano di ricostruzione del Paese fondato su innovazione, digitalizzazione, green economy, ricerca, scuola, salute, protezione sociale, impresa e lavoro. Cioè, non l’Italia di prima, ma un’Italia migliore.
Sono soltanto poche e sommarie considerazioni, ma se hanno senso allora in gioco non c’è una generica ripartenza. In gioco c’è, appunto, verso quale modello vogliamo ripartire. Ed è su questo che bisogna capire come si collocano le forze politiche, culturali ed economiche in ambito nazionale e internazionale.
Anche perché pensare di tornare a come eravamo prima è piuttosto velleitario posto che, per tutta la durata della convivenza con il virus, non riavremo né il Paese né il mondo di prima. È del tutto comprensibile la richiesta di normalità, e ad essa va data una risposta vera, seria e convincente. Ma la normalità non può essere quella di prima perché è proprio quella normalità che ci ha esposto ai rischi e ai pericoli nei quali siamo finiti.
Arundhati Roy, scrittrice indiana, nelle scorse settimane ha scritto: “Cos’è questa cosa che ci sta capitando? È un virus, certo. In sé non ha nessun mandato morale. Ma è decisamente qualcosa di più di un virus. Qualcuno crede che sia il modo di Dio per riportarci alla ragione. Altri che sia un complotto cinese per impadronirsi del mondo. Qualunque cosa sia, il nuovo coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e fermato il mondo come nient’altro avrebbe potuto fare. Il nostro cervello continua a girare pensando al ritorno alla “normalità”, cercando di cucire il futuro al passato e rifiutandosi di ammettere che c’è stato uno strappo. E, in questa terribile disperazione, ci offre la possibilità di rivedere la macchina apocalittica che ci siamo costruiti. Nulla potrebbe essere peggiore di un ritorno alla normalità”.
Alessandro Mazzoli
Presidente dell’assemblea provinciale del Pd
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