Canepina – Riceviamo e pubblichiamo – Due corone per Canepina.
La prima ci rimanda alla santa martire del posto, Corona, squartata viva per amore di Dio ai tempi di Marco Aurelio Antonino. La seconda l’abbiamo intrecciata con l’alloro olimpico per santificare il piatto di “maccaroni” (volgarmente detti “fieno”) delizia dell’umanità e cibo degli dei che ebbi l’occasione di far mio in un rito di iniziazione dei primi anni Sessanta del secolo scorso nell’intimità della casa privata di Venerina, una signora allora di mezza età che gestiva un bar-osteria sulla via centrale del paese frequentato più che altro dagli anziani del posto per le sorsate di vino e il tressette.
Venerina, che il Signore l’abbia sempre in gloria, mi accolse (ero con la mia famiglia) nella sala da pranzo del suo appartamento sopra l’osteria, al riparo da sguardi indiscreti e curiosi dei paesani. La sala era di passaggio alla camera da letto del nonno, costretto pertanto a starsene rinchiuso lì dentro per tutto il tempo del pranzo. Venerina ci deliziò da par suo con “maccaroni” e “ceciliani” a quei tempi insospettabili e insuperabili. Oggi quell’osteria, grazie a Dio, è da tempo una trattoria tipica gestita dal figlio Felice.
Il salto di qualità Canepina lo fece qualche anno più tardi, intorno al 1965, quando un operatore del posto, tale Daniele Raggi, detto Lelle, allestì poco fuori del paese in bella posizione panoramica, lungo la rampa per Viterbo, il ristorante Selva Luce (dal nome della località) che dette più ordine e dignità a quei due piatti di cui straparlo senza esserne degno. Quel ristorante da tempo non c’è più. Una leggenda intrigante ci darebbe ad intendere che Dante nel raggiungere Roma nel Giubileo del Trecento si fosse fermato proprio nei boschi di Selva Luce che gli fecero balenare l’dea della selva oscura.
Ma andiamo ai dettagli. I “maccaroni” sono una pasta all’uovo, fatta a mano, leggerissima, tagliata a mo’ di capellini con un coltello a lama molto alta e manico speciale che, appena scolati, vengono messi per alcuni secondi a rabbrividire in acqua fredda e poi ad asciugare su un panno di canapa per disidratarli ed alleggerirne il peso, prima di essere serviti con ragù (originariamente a base di rigagli di pollo) e pecorino romano. I “ceciliani” sono invece una sorta di bucatini (acqua, uova e farina) ricavati a mano utilizzando un ferro a maglia. Stesso condimento dei “maccaroni”.
Ad onor del vero, Canepina non è stata mai un granché. L’adagio irriverente “passa e cammina” la condannava in posizioni di retrovia con scarso appeal su avventori e forestieri. Un grumo di vecchie case addossate ai resti di un maniero d’impianto medioevale e un paio di chiese come ce ne sono tante in Italia. Questo fino alla metà degli anni Ottanta, quando un sindaco di allora, Rosato Palozzi, mise mano ad un’operazione di marketing senza precedenti con il recupero delle antiche cantine fuori uso che da secoli bucano il masso tufaceo su cui poggia il centro storico.
L’anno zero porta la data del data 1985 quando quel sindaco sostenne l’idea della coop. “Primavera ’85” (allora presieduta da Wando Ferri) di mettere in campo le specialità della casa (“maccaroni” e “ceciliani”) in estemporanee tavolate in piazza ad uso di paesani e forestieri. Il successo, incoraggiante perché imprevisto, consigliò un sistematico trasferimento della performance gastronomica, negli anni successivi, dalla piazza alle cantine che nel frattempo si andavano attrezzando a partire da quella matrice di Santa Corona. Ne parlarono alcune testate nazionali fra cui Repubblica con risultati sorprendenti sul fronte degli arrivi.
Non solo. Il sindaco Palozzi avviò in quegli anni Ottanta anche la creazione del museo delle Tradizioni Popolari – in collaborazione con il “Gruppo interdisciplinare per lo studio della cultura tradizionale dell’Alto Lazio” – che venne inaugurato nel vecchio convento dei Carmelitani nel 1988 dopo provvidenziali restauri. Dal 1990 il suo direttore scientifico Rino Galli ha favorito studi, ricerche ed acquisizioni che lo rendono oggi tra i più quotati del Lazio.
A Enrico Panunzi, sindaco dopo Palozzi, va il merito, in virtuosa continuità, del recupero degli affreschi seicenteschi nel chiostro e del completamento nel 1992 delle ristrutturazioni interne del convento.
Dunque da allora mai più “Canepina passa e cammina”. Dagli inizi degli anni Novanta il paese ha consolidato il suo brand e il diritto di competere a testa alta con gli altri centri più gettonati del Viterbese. Su questa scia provvidenziale si sono consolidate negli anni le pittoresche “Giornate delle castagna”, oggi un vero e proprio festival delle cantine e dei prodotti locali (castagne, funghi, marmellate , dolciumi ed altro) assurto a manifestazione di rango regionale. Vanno ricordati i nomi di queste alcove della buona tavola (in dialetto canepinese): A Ceppa e Bestatoo, A Magnatoa Bassa (Cantina ASD Canepinese), A Mescala, A Spianatoa, A Tiella, Cantina del Donatore, Cantina Pro-Loco, Eggovo de Brigandi, E Radiccio, E Zappori d’a nonna Speranza.
L’ente del turismo di Viterbo di allora, che aveva già sostenuto la bontà dei due piatti di Canepina inserendoli nel ricettario ufficiale delle specialità della Tuscia divenuto poi un libro di cucina a cura di Italo Arieti, promosse il 20 gennaio 1989 con l’Accademia Italiana della Cucina la loro prima uscita a Roma presso l’hotel Jolly dove confluirono per una storica serata gastronomica le “Signore di Canepina” guidate da Maddalena Ercoli con la pasta, l’acqua del posto (ingrediente essenziale), i panni di canapa, il ragù, il pecorino e numerosi ospiti (oltre un centinaio tra accademici, esperti e giornalisti). Fu un battesimo extra moenia che consacrò il successo dei due tipi di pasta, oggi patrimonio materiale e immateriale della Tuscia.
Sugli altari occorre però mettete anche la patrona di Canepina Santa Corona una delle tante vittime di quel genocidio di cristiani da parte degli imperatori romani su cui si è consolidata nei secoli la Chiesa. Si dice che la giovane martire appena sedicenne dopo aver assistito alle torture inflitte al soldato cristiano Vittore, gridò così forte la sua fede in Cristo che le costò l’arresto e il martirio. Viene pregata e festeggiata con la processione ogni anno la domenica successiva al 14 maggio.
Vincenzo Ceniti
Console Touring Club
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