Farnese – Domenica 30 agosto è in programma la passeggiata-racconto “La selva dei sentieri, la selva dei pensieri”. L’iniziativa celebra i 25 anni dall’istituzione della riserva naturale Selva del Lamone.
I partecipanti saranno guidati in un percorso di 4/5 km verso la Rosa Crepante da Antonello Ricci delle “Comunità narranti”, dal genius loci Giovanni Antonio Baragliu e dalla direttrice del museo civico archeologico di Farnese intitolato a Rittatore Vonwiller”, Caterina Pisu.
L’appuntamento è alle 9 in piazza Umberto I a Farnese. Dopo la passeggiata ci sarà un aperitivo rustico. Abbigliamento raccomandato quello da trekking, bottiglia d’acqua e la mascherina.
Riceviamo e pubblichiamo – La riserva naturale regionale “Selva del Lamone” è una realtà piccola, ma importantissima dal punto di vista conservazionistico, tanto che la rivista Panorama l’ha definita una delle sette perle naturalistiche d’Italia.
Istituita venticinque anni fa con la legge regionale 45/94, la riserva del Lamone occupa oltre 2000 ettari nel territorio del comune di Farnese, in provincia di Viterbo, al confine con la Toscana. Essa fa parte del sistema dei parchi della regione Lazio. Ente gestore è il comune di Farnese. Il territorio della riserva è interessato dalla “Rete natura 2000” della comunità europea comprendendo la zona di protezione speciale per gli uccelli selvatici “Selva del Lamone-Monti di Castro” e le zone speciali di conservazione “Selva del Lamone e sistema fluviale Fiora-Olpeta”.
Nella zona speciale di conservazione del Lamone sono presenti una decina di habitat di interesse comunitario.
Questi habitat e specie si sono co-evoluti con noi umani: la generale diminuzione della biodiversità, che fa parlare della sesta grande estinzione di massa, complici anche i cambiamenti climatici, non può passarci accanto senza coinvolgerci.
Oggi viviamo in maniera drammatica questi “guai” del nostro tempo, senza avere la capacità di dare soluzioni. In pratica nell’antropocene, la nuova era geologica che secondo molti scienziati sta iniziando, le attività umane stanno apportando cambiamenti significativi, spesso irreversibili al territorio agli ecosistemi e al clima del nostro pianeta; creando i presupposti per la solitudine l’uomo e la fine della comunità vivente così come la conosciamo.
Nello spirito della “Rete natura 2000” della comunità europea le aree protette debbono essere non solo in comunicazione tra loro e con il resto del territorio ma rappresentare anche un modello importante di collaborazione tra uomo e natura. “Rete natura 2000” infatti non esclude le attività economiche; ma intende garantire che queste siano compatibili con la salvaguardia di specie ed habitat preziosi, non disturbandoli o danneggiandoli gravemente ed adottando le misure necessarie per conservare o ripristinare tali habitat e specie, in modo da migliorarne la salvaguardia.
Questo approccio, che incoraggia una silvicoltura, una pesca, un’agricoltura e un turismo sostenibili, garantisce un futuro a lungo termine per le popolazioni che vivono in queste aree protette e praticano tali attività.
La Selva del Lamone è un’immensa “sassicaia” costituita dal paesaggio unico delle lave eruttate dal vulcano di Latera circa 150mila anni fa, che assumono forme variegate (grigie pietraie, note col nome locale di “murce”, crateri di collasso e forre, vestigia di condotti lavici ormai demoliti; antichi coni eruttivi).
Dove si deposita la terra, soprattutto negli avvallamenti, durante l’ inverno e la primavera, si raccolgono le acque piovane dando origine a pozze di acqua fangosa, prati sommersi e stagni stagionali. Questi ultimi sono conosciuti localmente con il nome di “lacioni”; in alcuni casi, essi ospitano un’importante comunità animale e vegetale.
Sulle lave delle murce le specie vegetali, soprattutto le essenze spinose (prugnoli, biancospini, rovi, stracciabrache) creano un intrico spesso impenetrabile, che non poco ha contribuito alla creazione del mito di una selva “dantesca”.
La foresta è variegata, con residui di lecceta, mentre il piano dominante è dato da un bosco misto di latifoglie e, lungo la fascia settentrionale, dalla cerreta. Importanti sono alcuni lembi di faggeta, abbondantemente sotto quota.
Molte sono le specie vegetali rare e protette, tra le oltre 900 censite, che vegetano nel Lamone, il quale rappresenta una delle poche, se non l’unica stazione del Lazio per alcune di esse: asplenio settentrionale, ofioglosso delle Azzorre, cardamine parviflora, clipeola, lupino greco, veccia di Loiseleur, gamberaja calabrese, solo per citarne alcune.
Anche la fauna è ricca ed interessante, spesso per la sua rarità: gatto selvatico, martora, biancone, albanella minore, bigia grossa, tritoni, ecc.
Tra le specie animali di importanza comunitaria vengono citate: il lupo per i mammiferi; il falco pecchiaiolo, il nibbio bruno, il biancone, il succiacapre, la tottavilla, l’averla piccola, l’occhione, la ghiandaia marina, l’albanella minore, la calandrella, il calandro e la bigia grossa, fra gli uccelli; la testuggine comune ed il cervone, fra i rettili; il tritone crestato e la salamandrina del Savi, fra gli anfibi.
Ricchissima è la stratificazione archeologica, dal paleolitico medio ai giorni nostri, con centinaia di siti censiti fra cui: necropoli, villaggi fortificati di vari periodi (età del bronzo, etrusco), fattorie e strade romane, castelli ed abitati medievali, pievi rurali, capanne di pastori e carbonai.
Per la sua impervietà e per il fatto che, soprattutto nella parte boschiva, non è stato possibile condurre l’agricoltura con mezzi meccanici, i siti archeologici della riserva, a parte i danni dovuti al tempo, sono ben conservati e coprono tutto l’arco delle presenza umana (compresa quella neandertaliana) successiva alle attività vulcaniche, per cui si può riconoscere il fatto che la “Selva del Lamone” conservi un’immagine della diffusione di attività umane, altrove scomparse.
Il Lamone ed il territorio circostante furono interessati, per lunghi tempi, dal fenomeno del brigantaggio, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento quando divennero rifugio di banditi del calibro di Domenico Tiburzi, Domenico Biagini e della loro banda.
Tutta la ricchezza dal punto di vista naturalistico e storico per secoli è passata in secondo piano a fronte di un utilizzo economico, a causa della povertà della popolazione, di pura sopravvivenza, attraverso gli usi civici di pascolo, legnatico, semina e ghiandatico, che ha spesso portato ad uno sfruttamento della foresta indiscriminato, incontrollato e disordinato durato secoli interi. Oggi l’area naturale protetta è un punto di riferimento non soltanto per le azioni di salvaguardia e tutela di habitat e specie, ma anche per la valorizzazione e divulgazione delle valenze del territorio, nell’ottica di un turismo durevole e della didattica ambientale e sostegno a quanti, studenti e ricercatori, si interessano dei vari aspetti naturalistici e storico-archeologici della riserva stessa e di tutta la zona che vi gravita attorno.
Grazie alla riserva naturale è stato possibile realizzare a Farnese importanti strutture utili alla comunità, finanziate al comune in qualità di ente gestore, come per esempio: l’ostello Ortensi, il museo civico archeologico “Ferrante Rittatore Vonwiller”, il depuratore, il recupero della chiesa cistercense di santa Maria di Sala, le strutture a pian di Sala utilizzate come centro operativo dei guardiaparco e come scuola libertaria ed alcuni immobili ad uso turistico.
In un’ottica attuale, con la triste prospettiva dei cambiamenti climatici, la riserva naturale assume anche la funzione di serbatoio di carbonio per la mitigazione dei cambiamenti ambientali. L’ecosistema cumulato del Lamone scompone ogni anno 580.096,65 tonnellate di anidride carbonica, immagazzina 158.304,04 tonnellate di carbonio e libera nell’aria 421.792,61 tonnellate di ossigeno.
La foresta del Lamone svolge, quindi, diverse e importanti funzioni ecologiche e sociali fra le quali riveste una certa importanza anche quella di assorbimento di gas serra, contribuendo così alla mitigazione dei cambiamenti ambientali in atto; il quantitativo di carbonio immagazzinato nell’ecosistema e quello annualmente assorbito è sicuramente rilevante, anche in rapporto al contesto forestale italiano.
Oggi la regione Lazio riconosce nei parchi, anche per l’efficienza dimostrata da quanti li gestiscono ed amministrano, un proprio biglietto da visita, luoghi da visitare in cui possono essere svolte una serie infinita di manifestazioni ed attività divulgative. Questo, se da una parte appare gratificante per le comunità locali, non deve però far dimenticare il ruolo fondamentale di tutela, presidio e sperimentazione per una gestione del territorio a misura d’uomo e di tutte le componenti delle sue biocenosi e del suo paesaggio.
Giovanni Antonio Baragliu
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