Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A ricordo delle frequenti passeggiate di Luigi Pirandello nei castagneti di Soriano nel Cimino, sulla strada che dalla via Cimina conduce al paese, è una lapide con su scritta una parte della poesia “Pian della Britta” scritta dal premio Nobel per la letteratura.
Purtroppo una poesia incompleta, perché riportata soltanto metà, e corretta male dalla nascita e cioè dal 17 novembre 1957 giorno della sua inaugurazione.
Così che la frase “misteriosa aria di tempio da”, col “tempio” scambiato col “tempo” poi corretto male, oggi appare: “misteriosa aria di tempoo ddaa”.
Chissà cosa direbbe Pirandello, che è stato tra i più grandi poeti e drammaturghi del XX secolo, nel vedere la sua poesia sbagliata e rabberciata alla meglio su una lapide nascosta tra le erbacce infestanti?
E pensare che il mio amico Antonello Ricci, nel suo articolo “Due lapidi bricconcelle” pubblicato su Biblioteca & Società nel lontanissimo dicembre 1999 già aveva evidenziato questa grossolana mancanza di rispetto nei confronti del grande letterato: l’errore di ortografia e il taglio del finale geniale “delle casse da morto che devono servire per “gliu curedo alla mi’ granne” del boscaiolo.
Forse dopo tantissimi anni sarebbe il caso di sostituire la lapide con un’altra contenente l’intero testo della poesia senza errori.
Così è se vi pare…
Silvio Cappelli
Questo il testo integrale della bellissima poesia:
Pian de la Britta, che fragor di mare
fan questi tuoi castagni alti e possenti!
Ma l’ombra, sotto, qua e là di rare
luci trafitta, ire non sa di venti,
e tra tanto fragor sospesa pare:
recesso eccelso, a cui la maesta’
di questi tronchi immani una solenne,
misteriosa aria di tempio dà;
e quel fragore ad un oblio perenne
di tutto invita: ombra e vento che va…
Pian de la Britta, oblio di tutto… Eppure,
forse per altro l’alte vette adesso
dei tuoi castagni fremono alle pure
aure del monte. Sentono da presso
la sega strider, picchiare la scure.
Ed io su un tronco gigantesco siedo
già da i piccoli uomini atterrato.
Uno mi dice: – «Ce fo gliu curedo
a la mi’ granne.» – Ed io: – Te l’han comprato
per doghe? – Ed egli: – «Che! Nun vedi?» – Vedo qua certi segni… Non me n’ero accorto!
Che bella fila di casse da morto…
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