Pubblichiamo il ricordo di Francesco Corsi letto durante i funerali di Brenno Ercoli scomparso lo scorso 14 novembre –
Brenno Ercoli. Maestro, sono sicuro che più di qualche volta hai pensato al nome che avevi avuto in sorte e che già esprimeva tutto. Brenno: vibrante come il condottiero che nel 390 avanti Cristo saccheggiò Roma con i suoi Galli: ce lo hai detto tu in terza elementare. Ercoli: forza di mille Ercole, volontà, coraggio, autorità.
Maestro, vedi, io mi devo scrivere le cose e andarle a leggerle, non come te: ma come parlavi tu, con quel tuo gesticolare le mani io non ce lo avrò mai. Sono figlio della parola scritta che tu per primo mi hai insegnato.
Autorità dicevo: ecco, se dovessi esprimere con una sola parola quello che tu sei stato sceglierei la parola autorità, quell’autorità che viene subito riconosciuta e accettata visto che deriva dall’autorevolezza. Si, parlavi con autorità. Del resto, caro maestro, non è un caso che qui dentro sappiamo tutti una cosa: con te si poteva essere o no d’accordo, ma quando prendevi la parola tu tutti ti ascoltavano rapiti e attenti perché – oltre ad essere chiaro e a farti capire da tutti, e i maestri non sempre si fanno capire, le tue parole erano sempre lo specchio dei tuoi pensieri, erano parole di verità limpide come i bellissimi tuoi occhi chiari.
E questo succedeva indifferentemente sia che si parlasse di politica, di scuola, delle poesie di Pascoli o del cinipide delle castagne.
In questi giorni, per dirne una, ho scoperto che al congresso di Fiuggi che sancì la fine dell’Msi la giornalista Bianca Berlinguer volle intervistarlo a tutti i costi perché conosceva la dirittura morale del maestro Brenno. E la conosceva grazie al padre Enrico segretario nazionale del Pci: sapevo dell’intervista, la vidi, ma non sapevo il retroscena.
Maestro, basterebbe solo questo a farti chiamare “hombre vertical”, come dicono in spagnolo. Meglio dirlo in italiano però, avresti preferito così: come suonerebbe in italiano? Galantuomo, uomo tutto d’un pezzo… Sei stato tante cose in vita, molteplice e multiforme come i tuoi numerosi talenti che, ne sono sicuro, Domineddio ti ringrazierà per come hai speso. Lo chiamavi così, Domineddio, e magari ora stai incantando anche lui.
Sei stato il maestro per generazioni di studenti, il missino appassionato innamorato dell’Italia, l’ultimo fascista, come ti definì uno scrittore famoso, il contadino che se faceva mille innesti non ne sbagliava nessuno. E il marito, il nonno, il padre… e il padre ferito da una tragedia che mai ti ha fatto perdere compostezza e dignità.
“Ma cosa deve fare o essere di più una persona che ha dato tutto a tutti? Non ci possono essere rimpianti per il maestro” si è chiesto e si è dato una risposta il mio amico Giovanni. Faccio mie le sue parole e per questo vorrei dire di non piangere alla moglie Maria, ai figli Nino e Riccardo, ai nipoti che ricordavo piccolissimi e che ora vedo adulti.
Il maestro Brenno – che appunto non sbagliava un innesto – ha seminato tanto e bene in vari campi, i suoi frutti saranno sempre più rigogliosi. Ha insegnato con discrezione senza mai giudicare e ora vi guarda da lassù.
Maestro è colui che sa trasmettere quello che sa e a noi – quelli a cui hai fatto scuola per il tuo ultimo quinquennio, noi che avevamo sei anni quando ti abbiamo conosciuto, sappiamo che ci hai trasmesso moltissimo.
I tuoi capelli allora erano già bianchi e non c’erano tutte queste invenzioni moderne che si chiamano piani dell’offerta formativa, metodologie, approcci multidisciplinari: la tua era una pedagogia del buon senso legata ai valori. Ci hai insegnato ad avere la schiena dritta, e hai formato donne e uomini con spirito critico, cittadini che possono pensarla in maniera diversa ma che non rinunceranno mai al rispetto, alla lealtà e all’onestà. Facile, con un esempio così.
Sapete che in cinque anni mai e dico mai abbiamo fatto i compiti a casa il pomeriggio? “I bambini il pomeriggio devono giocare all’aria aperta, le cose si imparano a scuola” ripeteva sempre.
In seconda elementare conoscevamo la prova del nove e sapevamo a memoria il Cantico delle Creature di San Francesco, in terza “A Silvia” di Leopardi: e poi Pascoli, Foscolo, la storia romana e quella moderna, la geografia, i fiumi che – capirai, nazionalista come era! “noi non ne abbiamo di lunghi ma se parliamo di monti in Europa con le Alpi battiamo tutti”.
E poesie, poesie, tante poesie che ancora ce le ricordiamo. Passavamo mattinate intere a scrivere pensierini sul quaderno: noi scrivevamo, lui prendeva il quaderno e correggeva, lanciava un altro tema – spesso scherzandoci su – e ognuno interagiva con lui, stuzzicando la nostra fantasia. Facebook? Internet? Quello si che era uno scambio e una crescita, una condivisione, un “mi piace” da ripetere all’infinito.
Un esempio di come insegnava? Basta parlare della storia di Re Porsenna il mitico re etrusco che – dice la leggenda (e lui quanto l’avrà romanzata?) – fu sepolto con tutto il suo tesoro e i suoi cavalli in un posto impervio vicino ad un piccolo corso d’acqua pare tra Toscana, Lazio ed Umbria. Con questa storia – ma era così con tutte le storie che raccontava – ci aveva talmente affascinato che un giorno, per caso, vicino ad un fosso a Canepina trovammo una pietra con la scritta “R. P.”: Re Porsenna! Scavammo, novelli archeologi, scavammo…“faremo la storia e lo diremo al Maestro”… eravamo talmente pieni di sogni che non ci abbattemmo d’animo nemmeno nello scoprire (ce lo dissero i grandi) che la pietra con scritto R.P. stava solo ad indicare il confine della proprietà di Rempicci Piero.
Ma non abbandonammo i nostri sogni, lui ce ne dava ogni giorno di nuovi. E non li abbandoneremo neppure ora i nostri sogni di bambini caro Maestro, te lo prometto, sono quelli che ci fanno vivere: non li abbandoneremo “perché noi siamo gli alunni del maestro Brenno!”.
Quegli anni, davvero, “Passavamo sulla terra leggeri”: il mattino eravamo insieme a scuola, il pomeriggio a piedi ti venivamo a trovare da Canepina: eri a casa, o a Mastrano, o in qualche altro pezzo di campagna. Poi crescemmo e abbiamo capito quanto erano vere le tue parole quando ci sussurravi: “Ora venite tutti i giorni: quando andrete alle medie mi verrete a trovare una volta alla settimana, poi una volta al mese. Poi una volta l’anno e, quando sarete grandi, nemmeno vi ricorderete più di me”. “Maè, ma che dici? Ci vedremo sempre…”
Maè… anzi Maé, in canepinese… Avevi ragione, e infatti erano più di due anni che non ci sentivamo. Immaginatevi la felicità che ho provato martedì alle due del pomeriggio quando mi arriva una telefonata da un numero che non conosco.
“Pronto?”
“Francesco, indovina chi sono? Mi riconosci?”
“Maestro!!! E come posso sbagliare: come stai?”
“Senti, ti devo chiedere una cosa”.
“Si, ma come stai?”
“Bene. Ma dimmi lavori ancora con i giornali?”
“Si. Ma come stai?”
“Bene bene. Ho ottantatre anni, vado in campagna, ora inizio con gli ulivi”.
“Ci vediamo presto, stavolta ti chiamo e vengo”.
“Si, dai, l’inverno è tanto lungo…”.
Il motivo della sua telefonata era questo. Quel giorno – due giorni fa, il giorno della sua morte – Mario Cervi sul Giornale aveva pubblicato pezzi di una sua lettera.
“Me l’ha stravolta, è un gaglioffo, devo pubblicarla intera, così non si capisce niente: che si può fare?”
“Intanto dammela”.
“Dove te la porto? Io con queste chiocciole di internet non ci capisco niente. Appena arriva mio nipote Massimo chiedo a lui: dammi il tuo indirizzo”.
“Hai carta e penna?”
“Si. Il Maestro è pronto a fare il compito: sono passati tanti anni ed è giusto che ora sia tu a dettare”.
Due ore dopo ci ha lasciati, qualche minuto prima di aver dettato al nipote la lettera per me che io avrei dovuto far pubblicare in qualche giornale. Quella stessa lettera che ora vi leggerò “Ha affidato a te il compito di ricordarlo”, mi è stato detto. Non so se sia vero, di sicuro mi ha lasciato – e ha lasciato a tutti noi – dei compiti altrettanto grandi: non venir mai meno ai nostri doveri, non abbatterci perché alla base di ogni successo grande o piccolo che sia c’è il lavoro duro, avere il coraggio eretico che serve per primi a noi e poi a questo Paese
La lettera lui l’aveva intitolata “Difesa d’identità”. E ditemi se non è un testamento.
Difesa di identità
“Lunedì 5 novembre 2012, nella Basilica di San Marco, c’ero anch’io a rendere onore a Pino Rauti. Un atto di fede all’uomo, al “Missino”, al segretario, allo storico passato a testa alta tra le persecuzioni sofferte per la fedeltà al proprio ideale. In tasca portavo vecchie copie del “Secolo d’Italia” che titolavano sulla elezione di Rauti a Segretario del M.S.I. del 1990, delle sue battaglie politiche e del suo mai rinnegato tirare diritto.
I giornali hanno parlato di ciò, assegnandomi l’età di circa settanta anni. Invece ne ho ottantatre e di questi mezzo secolo ha attraversato la storia del Msi. Da quel 26 dicembre 1946 a Roma al 27 gennaio 1995 di Fiuggi. Un movimento politico che non è stato, come hanno scritto il Giornale e Libero, un cronicario di reduci e un lacrimatorio di nostalgici sconfitti dalla storia, ma una comunità umana e politica assetata d’amore per l’Italia e i fratelli italiani.
E dichiarano il falso quando scrivono che i Missini degli anni 68’, al pari di quelli di oggi hanno ereditato la violenza dai padri vissuti nel ventennio di Mussolini. Leggendo ciò si è riscavata nel mio animo l’angoscia per le scritte brigantesche degli anni 70’, secondo le quali, uccidere i Fascisti non era reato.
Infatti ci uccidevano, col fuoco, col coltello, con la pistola, con le chiavi inglesi e non pagava nessuno. Il Tirare Diritto di Rauti è pure il mio. Che non vuol dire restaurare il Fascismo ma seguire la retta via indicata da Dante nella Commedia. Che per la mia generazione è stato l’insegnamento appreso alla Scuola di Gentile, intitolata alla educazione nazionale.
“Il lavoro, la disciplina, la probità della vita, il disinteresse, la schiettezza, la lealtà, il coraggio”. Che non è poca cosa a fronte del latrocinio, del puttanesimo, del’imbarbarimento del costume di questo nostro tempo che tira storto .
Brenno Ercoli”
Francesco Corsi
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