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Cronaca - E' la drammatica testimonianza riportata dal Dubbio della compagna di un 41enne ristretto a Viterbo dal 2 marzo - La donna, che ha sporto denuncia, chiede di essere ascoltata dagli inquirenti

“Il mio compagno torturato e pestato dalla penitenziaria nel carcere di Mammagialla”

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla

Viterbo – “Il mio compagno torturato e pestato nel carcere di Viterbo”. E’ la drammatica testimonianza riportata dal Dubbio di Alessia, compagna di un detenuto ristretto a Mammagialla, Valerio Mazzarella di 41 anni. La donna, che dice di temere per l’incolumità del compagno, chiede di essere ascoltata al più presto dagli inquirenti. 

“Durante le videochiamate ho visto il mio compagno recluso nel carcere di Viterbo con le cicatrici che prima non aveva e una volta ancora l’ho visto con le vesciche alle mani che a detta sua sono ustioni provocate dagli agenti tramite piccoli pezzi di plastica incandescente”, racconta la donna, residente in un piccolo centro in provincia di Latina, che ha chiesto aiuto all’esponente del Partito radicale Rita Bernardini e all’attivista dei diritti umani Pietro Ioia, quest’ultimo ex detenuto e ora garante dei detenuti del comune di Napoli.

Alessia, secondo quanto riportato dal quotidiano, ha presentato una denuncia per le presunte violenze presso la caserma dei carabinieri di Ardea.

Mazzarella è stato trasferito a Mammagialla da Rebibbia lo scorso 2 marzo. “I primi episodi mi vengono comunicati a partire dal 25 marzo – si legge nell’esposto – quel giorno, poco prima del cambio di guardia, quattro agenti prelevavano Mazzarella Valerio dalla propria cella per portarlo in una stanza dove iniziavano a picchiarlo”.

Il tutto, sarebbe avvenuto – secondo quanto ha riferito alla compagna tramite videochiamata e lettere – senza alcun reale motivo se non le legittime richieste riguardanti la vita penitenziaria che il detenuto avrebbe rivolto agli agenti.

“Richieste – continua il racconto di Alessia nell’esposto di cui ampi stralci sono riportati dal Dubbio – peraltro, puntualmente disattese. In quella occasione, due agenti lo tenevano e due lo picchiavano lasciando segni evidenti sulla testa, in particolare, un taglio profondo ad oggi tramutatosi in evidente cicatrice. Pur essendo stato medicato è da verificare se sia stato refertato e se ciò risulti nella cartella clinica”.

Alessia sarebbe venuta a conoscenza dei fatti denunciati sia tramite la corrispondenza intrattenuta col compagno (Il Dubbio dice di avere potuto leggere le lettere di Mazzarella), sia tramite le conversazioni Skype autorizzate durante le quali ha potuto vedere i postumi del pestaggio.

Non sarebbe stato l’unico. “Il 12 agosto 2020 – si legge sempre nell’esposto – lo hanno messo in isolamento in una cella vicina all’infermeria, una stanza piccola e sporca, maleodorante con escrementi sulle mura”. Lì gli avrebbero consentito di fare solo mezz’ora d’aria al giorno.

Il 13 agosto il detenuto avrebbe ricevuto l’ennesima irruzione notturna, da parte dei soliti 3-4 agenti. “Lo hanno colpito alla testa per cui, ad oggi, sono quattro le cicatrici evidenti”, sarebbe scritto nell’esposto. 

“Lui chiede – continua il racconto verbalizzato dai carabinieri – di poter parlare con gli psicologi e di essere sottoposto a visita medica, ma gli viene negato. Mi fa sapere di sentirsi sepolto vivo e che ogni giorno gli fanno rapporti disciplinari per fatti non accaduti per provocare la sua reazione”.

Alessia riferisce al Dubbio che il suo compagno avrebbe cercato di denunciare tutto ciò ma non sarebbe stato preso in considerazione. Anzi, i pestaggi si sarebbero infittiti.

“Violenze sempre più raccapriccianti come quando gli hanno ustionato le mani con piccoli pezzi di plastica incandescente. Il giorno dopo sono comparse sulle sue mani vesciche – racconta la donna – che io ho potuto vedere personalmente il 22 agosto tramite colloquio visivo via Skype”.

Il detenuto avrebbe chiesto ad Alessia, nelle loro rapide chiamate telefoniche, di denunciare questi fatti e di esporre che “oltre alla violenza fisica c’è anche quella psicologica perché gli agenti lo istigano per indurlo a reagire magari compiendo gesti irreparabili come già accaduto con un altro detenuto il quale si è tolto la vita”.

Rita Bernardini, che è anche presidente di “Nessuno Tocchi Caino”, una volta ricevuto la lettera da parte della compagna del recluso, ha immediatamente inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa. 

Alessia, che dice di temere per l’incolumità del compagno, chiede di essere ascoltata al più presto dagli organi inquirenti. 

– Alessandro Capriccioli: “Detenuto pestato e torturato a Mammagialla, bisogna fare piena luce”


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3 settembre, 2020

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