Viterbo – Guardate le immagini stereotipate dei piloti di Formula Uno, quando vengono presentati in tivvù sulla griglia di partenza; e quello dei calciatori, quando viene descritta la formazione in campo, prima che inizi la partita: occhio accigliato, braccia conserte, sguardo determinato, volitivo; e quello dei concorrenti di X Factor? Cantanti? Mica solo quello, anche lì sopracciglia aggrottate, portamento assertivo, pronti a tutto, come fossero dei gladiatori. Fateci caso, non sorride nessuno. E che dire dell’espressione degli avatar che girano sui nintendo, nelle finte guerre dove si fa strage di nemici e nei giochi di ruolo dove devi vincere a tutti i costi?
Adesso guardate lo sguardo e il portamento esibito sui social da quei balordi palestrati che a Colleferro hanno ammazzato a pugni e calci un ragazzo che chiedeva giustizia. Quello sguardo e quel portamento vi ricordano qualcosa? E come è lo sguardo dei bulli che si scazzottano e si tirano coltellate nei vicoli di Viterbo, magari litigandosi una dose? Vi ricorda qualcosa?
Il fatto è che la nostra da società competitiva si sta trasformando in una società di violenze fisiche e verbali.
La prepotenza scambiata per assertività. L‘arroganza scambiata per determinazione. La licenza egoistica scambiata per libertà. La violenza per giustizia. La protezione del sé individuale a tutti i costi, anche contro l’interesse comune e collettivo, la rivendicazione dei diritti mai accompagnata dalla consapevolezza dei doveri, lo sfregio del rispetto della persona altrui, al motto del “e che sarà mai…”: sono queste le nuove violenze quotidiane di una società che arde talmente dal desiderio di sentirsi libera che dimentica persino di essere una società, come diceva Rousseau, vincolata da un patto di convivenza.
Vince chi mena, chi grida più forte; il successo mediatico te lo guadagni a colpi di insulti, molto più telegenici di un ragionamento articolato, razionale e rispettoso degli altri; quello politico non propone, distrugge. Sosteneva Emily Dickinson che nulla di importante si dice a voce alta; e tuttavia oggi si parla e si argomenta solo a voce alta, perché nulla è più importante del modo esteriore, la sostanza conta poco.
Qualcuno obietterà che in passato la situazione era ancora più grave, che la violenza era estesa, ma celata agli occhi di una società ipocrita che esaltava il bello e il buono ma praticava il peggio. Concordo, ma non mi sembra un gran che come giustificazione.
Quel che si vede oggi è che gli eroi dei fumetti abbattono i cattivi, ma rispondono con violenza a violenza, sono sceriffi giustizieri, ripulitori e livellatori più che propugnatori di una società più giusta e più equa. Epperò succede anche che la nostra sia una società schizofrenica, contraddittoria, incomprensibile per il senso comune: la gente non capisce come mai una ladra seriale non va in galera sol perché si fa mettere continuamente incinta; perché un detenuto fuggito sei volte – non un ladruncolo beninteso, ma un omicida – possa continuare ad usufruire di permessi premio; perché un picchiatore di professione, npto come Tle A tutti, possa andarsene tranquillamente in giro.
Non capisce perché se sei condannato a vent’anni esci dopo quindici “per buona condotta”, quando questa dovrebbe essere ovvia, e semmai la “cattiva condotta” dovrebbe inasprire la pena. Pena sì riparatrice – in nome di Cesare Beccaria – ma pena che è e deve essere tale. Così, mentre la pena appare sempre meno deterrente e si formano isole felici di impunità, la gente perde di fiducia verso la Giustizia e pensa di crearsi una giustizia personale, una riserva di regole – se non un tana libera tutti – che si basano essenzialmente sull’asociale e amorale diritto del più forte.
D’altronde la nostra è una società contradditoria per tanti versi. Non ci sono soltanto i “dominatori”, quelli che interpretano fino al parossismo della violenza gratuita i modelli della società competitiva. La schizofrenia della nostra società va oltre: praticando singolari forme di politicamente corretto premia i geni, assieme ai furbi e ai violenti, soccorre coloro che manifestano oggettive disabilità e forme eclatanti di marginalità, ma si dimentica dei “normali”, in senso gaussiano.
Questi sono coloro che debbono lottare di più, senza sostegno, ma costretti a perseguire comunque il successo, pena l’espulsione di fatto dalla società dei vincenti a tutti i costi. Se non ti “realizzi” sei un perdente: se non trovi lavoro, sei un perdente; se non esibisci certi consumi, sei un perdente; se non ti fai valere sei un perdente; se non sai stare in competizione, sei un perdente; se non parcheggi in doppia fila e parcheggi più lontano sei un perdente; se ti assoggetti alle mascherine sei un perdente; se ti fai redarguire da un estraneo, sei un perdente; se non hai le sneakers alla moda sei un perdente; se rispetti le regole sei un perdente. E un perdente del genere, non lo vuole nessuno: non al lavoro, perché devi essere mellifluo con il cliente e spietato con la concorrenza; non fra gli amici, perché sei una palla al piede; non in tivvù, perché non fai audience; non in politica, perché devi saper gridare invettive più che fare proposte.
Ed è fra i troppo normali, quelli che non sono dei sicuri vincenti, allora, che può crescere la frustrazione, il senso di impotenza, la sensazione di essere relegati all’angolo, e può scattare la reazione inconsulta e disperata.
“Non ci credo… ma come, un così bravo ragazzo…”.
Appunto.
Francesco Mattioli
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