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Cultura - Appuntamento con la seconda passeggiata-racconto domenica 27 settembre alle 9

Pinocchio e Tribuzi a Farnese

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Antonio Baragliu, il sindaco di Farnese Ciucci e Antonello Ricci

Antonio Baragliu, il sindaco di Farnese Ciucci e Antonello Ricci

Il pubblico della prima passeggiata

Il pubblico della prima passeggiata

Marco D'Aureli, direttore del museo del brigantaggio di Cellere

Marco D’Aureli, direttore del museo del brigantaggio di Cellere

La narratrice Maria Morena Lepri

La narratrice Maria Morena Lepri

Farnese – Dopo lo splendido successo della prima iniziativa dei “Sentieri nella selva”, per celebrare il 25esimo anniversario dell’istituzione della riserva naturale regionale “Selva del Lamone” l’ente parco e il comune di Farnese, in collaborazione con l’associazione culturale Comunità narranti presentano una passeggiata-racconto nuova di zecca: “Pinocchio e Tiburzi a Farnese”.

L’evento sarà condotto, fianco a fianco, dal genius loci del Lamone Giovanni Antonio Baragliu e dal narratore di comunità Antonello Ricci. Tre le guest star della mattinata: Caterina Pisu, archeologa direttrice del locale museo civico e Marco D’Aureli, direttore del museo del brigantaggio di Cellere; una deliziosa sorpresa infine l’intermezzo della narratrice di comunità Maria Morena Lepri.

Passeggeremo insieme per strade e piazze di Farnese, spingendoci nei suoi immediati dintorni, facendo tappa sui luoghi del set del leggendario “Pinocchio” di Comencini ma anche a cospetto di alcune perle rare, monumentali e artistiche, della cittadina maremmana.

Mentre Baragliu s’incaricherà di presentare al pubblico un’inedita Farnese alchemica (per l’occasione verrà aperta al pubblico la chiesa tardocinquecentesca di Sant’Anna, vero scrigno di storia dell’arte), Ricci estrarrà dalla bisaccia dei suoi racconti il “Pinocchio” di Collodi. Pisu racconterà l’inesauribile ricchezza archeologica del territorio farnesano; D’Aureli tratteggerà invece il mito del brigante nell’immaginario popolare.

La passeggiata segna anche il 20esimo anniversario del format culturale ormai noto ai più come “passeggiata-racconto”: un’inedita esperienza narrativa itinerante la cui gestazione avvenne vent’anni fa proprio in questi luoghi, in collaborazione con il maestro Ireneo Melaragni. Alla partenza, il sindaco di Farnese Giuseppe Ciucci porgerà gli indirizzi di saluto.

L’appuntamento è per domenica 27 settembre alle 9 a Farnese davanti alla sede della riserva naturale regionale “Selva del Lamone” in località Bottino snc (comodo parcheggio a pochi metri dal centro storico). Partecipazione libera. Al termine verrà offerto a tutti i partecipanti un aperitivo “rustico” allestito dalla rinomata azienda “Il radichino” dei fratelli Pira. Prevista anche una “sorpresa” video: la proiezione di testimonianze legate allo sbarco a Farnese del “Pinocchio” di Comencini.

Nel rispetto della normativa anti-Covid si raccomanda di portare la mascherina nonché di mantenere costantemente la dovuta “distanza sociale” evitando assembramenti. Gradita la prenotazione. Info point 0761/458159; Riserva 0761/458861 (interno 5-6) info@visitfarnese.it – lamone2005@libero.com


Farnese alchemica

La chiesa campestre di Sant’Anna, o della Madonna della Cavarella, a Farnese.

“Ecclesiae decori non satis accomodatas… eas deli noluit in auctoris obsequium et ne celebris operis pretium decresceret” (“Non abbastanza adatte al decoro della chiesa… non volle distruggerle per ossequio all’autore e per non abbassare il pregio della celebre opera”). Così, nel suo latinuccio, riporta l’ignoto relatore della visita pastorale compiuta nel 1729 dal vescovo monsignor Bernabei. Il presule era sceso alla chiesa di Sant’Anna, o della Madonna della Cavarella a Farnese ad ammirare gli affreschi, che allora, persa la memoria del vero autore, erano attribuiti al pennello di Annibale Carracci.

Autore, in realtà, era Antonio Maria Panico, pittore bolognese, legato ai Carracci, che aveva decorato la chiesetta di Sant’Anna a cavallo tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII. Fino agli inizi degli anni ottanta era ancora leggibile la sua “firma” posta in una piccola parte di affresco situato all’angolo a destra in alto della cornice della pittura raffigurante l’Assunzione della Vergine. In un medaglione aureo, ora semiscomparso, vi era effigiata, di profilo, una testa barbuta, forse autoritratto del pittore, e la seguente iscrizione: “Antonius Maria Panicus Bononiensis Pingebat”.

Le figurine che irridenti e beffarde popolavano gli spazi tra gli stucchi e gli affreschi della vita di Maria, sembravano avere ben poco di sacro e potevano certamente apparire sconvenienti in un luogo consacrato. Soprattutto sfuggiva il senso della loro presenza anomala e inquietante, così lontana dall’iconografia cristiana tradizionale.

Diavoli rossi vestiti con i paramenti della messa, o dediti a suonare una cennamella al margine di uno stagno popolato di cigni; impudici puttini intenti ad orinare su ruote da mulino, o a soffiare, con piccoli mantici da fuoco, nel didietro di alcune capre, o affannati a salire su alberi della cuccagna, o, infine, ad arrostire alla fiamma di candele uno sfortunato pesce ed un orribile rospo.

Inoltre divinità pagane, strani bucrani ed anamorfosi, volti rossi e bluastri ghignanti, nani su trampoli affannati a raggiungere con le mani le interiora di animali macellati.

Anche tra le stesse raffigurazioni della vita di Maria, ce n’era una difficilmente inquadrabile nella tradizione iconografica, o in quanto riportato dai vangeli apocrifi, o nella leggenda aurea di Jacopo da Varagine, o, comunque, nelle storie accettate della Vergine. Quell’annuncio a sant’Anna presentava qualcosa di ostico ed inspiegabile.

Troppo giovane la futura nonna del Salvatore. Troppo strani e tutt’altro che angelici i due messaggeri. Troppo inquietante la figura diabolica appoggiata ad un muro su un lato dell’affresco. Per non parlare di altre incongruenze. Perso il ricordo del pittore che le aveva dipinte, si era persa, ormai, anche la capacità d’interpretare il messaggio iconologico di quelle figure fantastiche e “non abbastanza adatte al decoro della chiesa”.

Infatti tutto il ciclo pittorico della chiesa campestre di Sant’Anna (o della Madonna della Cavarella), la sua stessa struttura, la sua posizione a ridosso di un trivio, la cui forma ad Y ricorda la congiunzione degli opposti nella figura del Rebis od Androgino, rimandano, attraverso il complesso ed oscuro apparato simbolico, alla pratica dell’alchimia, che sicuramente, a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, fioriva nella corte dei signori di Farnese.

Chiaramente, come ogni proposizione ermetica, anche l’apparato pittorico di Sant’Anna si mostra, ai nostri occhi profani, criptico ed incomprensibile; anche se l’intento manifesto del pittore è quello di svelare in maniera chiara ed intelligibile la grande arte. Gli stessi alchimisti, spesso, non riuscivano a capirsi tra di loro e filosofi come Michael Maier e Bernardo Trevisano biasimavano l’oscurità degli scritti di Gerber.

In realtà, come in ogni testo alchemico, scritto e figurato, il messaggio comunicato è diretto a chi ha già raggiunto la conoscenza e può quindi estrarre, con una operazione tutta interiore, la comunicazione ermetica dal guazzabuglio di simboli, acronimi ed allusioni, per altri fuorviante.

I simboli e le allegorie appaiono destinati ad un ristretto nucleo di iniziati che non cercavano l’oro volgare, ma vivevano la loro esperienza con un afflato mistico in cui l’uomo ricercava una sua affermazione, un suo ruolo di artefice nel perfezionamento del creato e non soltanto la salvezza della propria anima.

Giovanni Antonio Baragliu


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21 settembre, 2020

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