Farnese – Dopo lo splendido successo della prima iniziativa dei “Sentieri nella selva”, per celebrare il 25esimo anniversario dell’istituzione della riserva naturale regionale “Selva del Lamone” l’ente parco e il comune di Farnese, in collaborazione con l’associazione culturale Comunità narranti presentano una passeggiata-racconto nuova di zecca: “Pinocchio e Tiburzi a Farnese”.
L’evento sarà condotto, fianco a fianco, dal genius loci del Lamone Giovanni Antonio Baragliu e dal narratore di comunità Antonello Ricci. Tre le guest star della mattinata: Caterina Pisu, archeologa direttrice del locale museo civico e Marco D’Aureli, direttore del museo del brigantaggio di Cellere; una deliziosa sorpresa infine l’intermezzo della narratrice di comunità Maria Morena Lepri.
Passeggeremo insieme per strade e piazze di Farnese, spingendoci nei suoi immediati dintorni, facendo tappa sui luoghi del set del leggendario “Pinocchio” di Comencini ma anche a cospetto di alcune perle rare, monumentali e artistiche, della cittadina maremmana. Mentre Baragliu s’incaricherà di presentare al pubblico un’inedita Farnese alchemica (per l’occasione verrà aperta al pubblico la chiesa tardocinquecentesca di Sant’Anna, vero scrigno di storia dell’arte), Ricci estrarrà dalla bisaccia dei suoi racconti il “Pinocchio” di Collodi. Pisu racconterà l’inesauribile ricchezza archeologica del territorio farnesano; D’Aureli tratteggerà invece il mito del brigante nell’immaginario popolare.
La passeggiata segna anche il 20esimo anniversario del format culturale ormai noto ai più come “passeggiata-racconto”: un’inedita esperienza narrativa itinerante la cui gestazione avvenne vent’anni fa proprio in questi luoghi, in collaborazione con il maestro Ireneo Melaragni. Alla partenza, il sindaco di Farnese Giuseppe Ciucci porgerà gli indirizzi di saluto.
L’appuntamento è per domenica 27 settembre alle 9 a Farnese davanti alla sede della riserva naturale regionale “Selva del Lamone” in località Bottino snc (comodo parcheggio a pochi metri dal centro storico). Partecipazione libera. Al termine verrà offerto a tutti i partecipanti un aperitivo “rustico” allestito dalla rinomata azienda “Il radichino” dei fratelli Pira. Prevista anche una “sorpresa” video: la proiezione di testimonianze legate allo sbarco a Farnese del “Pinocchio” di Comencini.
Nel rispetto della normativa anti-Covid si raccomanda di portare la mascherina nonché di mantenere costantemente la dovuta “distanza sociale” evitando assembramenti. Gradita la prenotazione. Info point 0761-458159; Riserva 0761-458861 (int. 5-6) info@visitfarnese.it – lamone2005@libero.com
Carissimo Pinocchio
Il Pinocchio di Collodi è un libro tragico e affamato, cencioso e misterioso, ribelle e perbenista. Uno e bino, avrebbe scritto qualcuno.
Il Pinocchio di Comencini è invece un film sentimentale (fino al patetico). Estremo inno alla bellezza del moribondo paesaggio italiano. “Paese mio che stai sulla collina” (“Che sarà”) aveva appena vinto Sanremo (1971). Il Pasolini luterano si accingeva a entrare in scena: dagli spalti della sua Torre a Chia.
Così è il cinema, una roba magica: un paesaggio vero vi “precipita” e muore per potersi illuminare di verità più alta. Farnese diventa dunque il paese di Pinocchio.
Fu Piero Gherardi a convincere Comencini. (Gherardi due volte premio oscar con Fellini: “La dolce vita” e “8 ½”). Gherardi convinse Comencini a “ritrovare” la casa di Geppetto in una stalla. Faceva tragedia con l’aspetto. Intuizione stupefacente. Nessuna vera abitazione di uomini sarebbe stata da tanto. Inesorabilmente: la fiaba esonda sempre la vita vissuta.
Come ha scritto qualcun altro, il Pinocchio di Comencini fu tele-romanzo di formazione per un’intera generazione. Per tutti noi, l’impertinente giovanissimo pisano Andrea Balestri fu leggenda e poesia. Ma, ahimè, il personaggio (smisurato e terribile tanto-quanto Ulisse o Don Chisciotte) avrebbe divorato il giovanissimo talento che lo incarnava. L’avrebbe condotto dritto al centro del proprio inestricabile labirinto. E lì abbandonato.
Quasi mezzo secolo più tardi. In piazza a Farnese. Che imbarazzo assistere al deprimente show di un uomo di cinquant’anni rimasto prigioniero e vittima del proprio personaggio. Balestri impigliato nel passato di una magnifica e poetica idea di sé. Che il suo talento presente ahimè non sostiene. Rievoca i suoi litigi-capricci sul set con-contro la Fata Turchina (Gina Lollobrigida). Come se quell’aneddotica interessasse ancora qualcuno. Pian piano il pubblico si distrae, si volta, se ne va. Ahi, che strazio.
Delusione-costernazione al quadrato: con me quella sera ci sono anche i miei figli, Lorenzo e Juanco. Lorenzo, soprattutto: è cresciuto nel mito di Pinocchio; infiniti Pinocchi illustrati le sue prime letture; ma soprattutto: la tenera malinconia dello sceneggiato comenciniano.
In realtà il Pinocchio di Comencini poteva essere un viterbese. Gherardi infatti, che amò Viterbo al punto di comprarvi casa, s’innamorò di un ragazzino piccolissimo d’età, vivacissimo, direi pestifero. Un vero Pinocchio. Si chiamava – e si chiama – Francesco Serra. Il grande scenografo convinse Comencini a fargli un provino. Francesco fu vestito per la scena. Gli fu scattata una selva di foto. Ma appena si ritrovò sotto la luce dei riflettori, per l’emozione s’inceppò, non riuscì a spiccicare parola. Troppo piccolo, sentenziò Comencini, caso chiuso. Come in un sogno, di quel giorno Francesco ricorda soltanto, a bordo scena, i grandi occhiali di suo padre, l’amatissimo Nicola, che lo seguiva con lo sguardo. Anch’io gli ho voluto un gran bene.
1881. Dopo lungo inseguimento, Pinocchio è impiccato dagli assassini – alias Gatto e Volpe – a un ramo della quercia grande. Dovevano finire così le peripezie del burrattino sfrontato e irredimibile pubblicate a puntate sul “Giornale dei bambini”. Ma i giovanissimi lettori (e i loro genitori) si ribellarono. Così Collodi andò avanti. Addomesticando (accidenti) Pinocchio. Facendone una mediocre favola moralista.
Anacronismi-divertimenti. Anche se nello sceneggiato Franco e Ciccio impiccano Pinocchio sulle rive del lago di Trevignano, a me piace pensare che quella quercia fosse un cerro del Lamone: selva impervia ove regnò, latitante, il brigante Tiburzi. Un burattino che corre per la selva. Un brigante che mangia intorno al fuoco. Irresistibile l’idea di farli incontrare. Così mi torna in mente il musicista e amico fraterno Silvio Ciapica. E una sua-nostra canzonetta di dieci anni fa…
Le carabbignère co’ le bbaffe e le faciòle, le faciòle co’ le sasse-oh yeah…
(Tema del “Pinocchio” di Comencini suonato al pianoforte su indiavolati accordi di rock and roll, stile Jerry Lee Lewis)
Nel 1883
sfuggito alla penna del Lorenzini
un burattino impertinente salta giù
dall’albero cui era stato frettolosamente
appeso dal suo stesso autore e poi
marina la squola, scappa dal “Corriere dei bambini”
fugge come un ciuchino imbizzito
in lungo e in largo per l’Italia…
mettendola a soqquadro
Le carabbignère…
Nel 1971 poi
Pinocchio passa per Farnese (fatti suoi…)
anzi ci nasce di cognome Comencini
lo mette al mondo dal solito bizzarro ciocco
Nino-Manfredi-Geppetto
la sua casa è in una via di cantine e stalle
mentre laggiù certi lenzuoli-neve sullo sfondo
inventano l’inverno… inventano l’inverno… inventano l’inverno…
Le carabbignère-yyyeeesss…
La prosperosa Gina nazionale gli fa
da Fata Azzurra, Ciccio e Franco invece no…
il Gatto e la Volpe lo adescano
la Quercia cui lo impiccheranno un giorno
sarà un cerro del Lamone
Le carabbignère…
Pinocchio un altro giorno a gambe se la dà
cercando un rifugio fra le sasse della
selva corre alla macchia corre e poi…
alle calcagna cià le baffe della Benemerita
i Fratelli Abbranca-branca e poi…
Giudici, Collecchia, Pasquinucci e poi…
Tiburzi latitante gli offre una scodella… di fagioli
una scodella di fagioli
una scodella…
Le carabbignère…
Le carabbignère eccetera…
le carabbignere co’ le baffe…
E cosa cià Tiburzi, che cosa cià Tiburzi, che cosa cià Tiburzi…
le faciòle
le faciòle co’ le sasse…
Antonello Ricci
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