Viterbo – (sil.co.) – “Viterbo si riteneva zona immune da qualunque rischio”, si legge nel quinto rapporto “Mafie nel Lazio”, illustrato ieri a Roma nella villa sequestrata al clan Casamonica. Dopo “mafia viterbese” non più.
Nel volume, presentato in ritardo a causa dell’emergenza Covid-19, c’è un resoconto delle principali inchieste giudiziarie sulle organizzazioni criminali nel Lazio nel periodo che va da gennaio 2019 a febbraio 2020, frutto del confronto tra l’Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio, le forze di polizia e la magistratura.
Accanto alle mafie tradizionali ci sono quelle proprie della città di Roma, mentre un discorso a parte viene fatto per il resto della regione, in particolare il Lazio meridionale.
Poi c’è Viterbo con l’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019, che ha smantellato il sodalizio criminale italo-albanese capeggiato dai boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, sfociata l’11 giugno scorso in nove condanne per associazione di stampo mafioso. Ebbene a tal proposito, si legge nel rapporto: “Viterbo si riteneva zona immune da qualunque rischio”.
“Nella provincia di Viterbo come già evidenziato nei precedenti rapporti operano organizzazioni mafiose autoctone e riferibili alla ‘ndrangheta. L’organizzazione autoctona era caratterizzata da una connotazione multietnica (…) il sodalizio criminale operava con pratiche estorsive nei confronti dei negozi di compro oro, dei locali notturni e nel settore del recupero crediti a Viterbo e nella provincia”, viene sottolineato.
Nella seconda parte del Rapporto, in riferimento alle province di Viterbo, Latina e Frosinone, si parla di “un quadro ancora allarmante del condizionamento della vita pubblica da parte delle organizzazioni criminali, soprattutto di matrice tradizionale, insediati nel sud Pontino da decenni e in qualche forma rigenerati nel nord del Lazio dove il quadro non è ancora così chiaro ma emergono segnali significativi di una presenza mafiosa anche in ambito economico”.
Sono aumentate nel frattempo le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette nell’ultimo biennio. In provincia di Viterbo, 238 nel 2018 contro le 244 del 2019, secondo i dati pervenuti alla Uif di Bankitalia, su un totale regionale di 9545 nel 2018 e 10567 nel 2019.
Poi c’è il sempre fiorente mercato dello spaccio. Secondo la relazione annuale 2020 della Direzione centrale per i servizi antidroga, relativamente al periodo 1 gennaio-31dicembre 2019, nel Lazio le operazioni antidroga sono diminuite dell’11,34% rispetto all’anno precedente.
In questo contesto, la provincia di Viterbo, con una percentuale del 4,20% sta nel mezzo, terza provincia livello regionale, dopo Roma con l’86,98% e Latina col 4,78%, ma prima di Frosinone col 2,9e% e Rieti con un più modesto 1,10%.
Per reati relativi alla detenzione a fini di spaccio di stupefacenti, nel 2019, sono state denunciate a Viterbo il 3,96% del totale regionale. Al primo posto Roma, con l’85.77% di persone denunciate. Seguono Latina e Frosinone, rispettivamente con il 4,79% e il 4,26%, Ancora una volta ultima Rieti con l’1,23%.
Si fa infine riferimento a una recente indagine della Dda di Roma. “Il 20 gennaio del 2020 scatta l’operazione ‘Coffee Bean’ eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Roma, con 21 persone arrestate tra la capitale, la provincia di Frosinone, Reggio Calabria, Napoli e Viterbo”, si legge nel rapporto.
E ancora: “L’inchiesta porta ad individuare il ruolo nel narcotraffico di Alfredo e Francesco Marando di Platì. Alfredo Marando è nato a Locri in Calabria, ha 26 anni e secondo le indagini risulta al vertice dell’associazione di spacciatori che gestisce la piazza del cosiddetto quadrilatero di San Basilio. E’ anche il presidente del Real San Basilio Calcio, squadra che è seconda Girone B Dilettanti-Prima Categoria. E’ opportuno sottolineare che la famiglia Marando è una delle più importanti nel panorama criminale della ‘ndrangheta, originaria di Platì, è fortemente radicata nel Piemonte. L’organizzazione dei fratelli Marando è protetta da numerose vedette – stanziate anche sui tetti – che monitorano il territorio ed avvisano quando sul posto giungono le auto delle forze di polizia. A capo del gruppo c’è la diade dei Marando: chi comanda per primo è Alfredo che dispone direttamente dei pusher, stabilendone compiti, orari e reperibilità. Quando Stefano Starnoni, uno dei suoi uomini, si era assentato per andare al mare con la fidanzata aveva ricevuto una durissima ‘censura’, come si legge nelle intercettazioni”.
Prosegue il rapporto: “L’organizzazione capeggiata dai fratelli Marando è fortemente strutturata. Ad esempio, ogni mattina prima di iniziare con le operazioni di spaccio il capo organizza un briefing operativo. Indicativa per delineare i metodi di funzionamento delle piazze di San Basilio è una conversazione intercettata tra Alfredo Marando ed un pusher che lavora in una diversa piazza. “Alfre – dice il pusher – poi parliamo voglio venire a lavorà qua”. “Vuoi venire a lavorà quà? Come mai?, gli risponde Marando. “Perché dall’altra parte a parte che cala la cosa, poi seconda cosa ognuno c’ha i clienti suoi, oppure ti devi arrangiare e fare i trasporti per mezzo sacco, ma vaffanculo, a me mi spaccano il culo”.
– Nel Lazio sequestrate quasi 4 tonnellate di droga in un anno
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