Riceviamo e pubblichiamo – I recenti provvedimenti governativi, per la riduzione del numero delle Province in Italia, stanno provocando molte reazioni, gran parte delle quali sono più che giustificate.
Per le province di Rieti e Viterbo, si sono già ampiamente e negativamente espressi i rispettivi presidenti e molti esponenti politici e sindacali di qualsiasi tendenza.
E si ritiene che non ci sia un solo cittadino dei due comprensori che sia favorevole all’accorpamento così come è stato progettato.
Non sussistono motivi campanilistici (che pure possono interessare alcune realtà in Italia). I due nostri territori divergono invece per fattori oggettivi e reali che non si possono ignorare.
Analizzando quello puramente geografico, ci si accorge facilmente che le due province confinano fra loro (basta guardare una semplice cartina) solo per pochissimi chilometri, tra i comuni di Civitacastellana da una parte e di Magliano Sabino dall’altra; con l’aggravante di essere divisi dal fiume Tevere e uniti solo da uno stretto ponte con relativa strada secondaria e tortuosa.
Unica alternativa viaria è quella di attraversare addirittura un’altra regione, quella umbra.
Basterebbe soltanto questo particolare aspetto per stabilire che l’unione progettata è del tutto impropria.
Da tale principale motivazione, ne scaturiscono altre importanti, tra le quali le seguenti caratteristiche intrinseche dei rispettivi territori:
– Altimetrie, conformazioni fisico-geologiche territoriali (prevalentemente montuose nel Reatino e pianeggianti nel Viterbese).
– Conseguenti differenti e peculiari attività agro-alimentari, zootecniche, industriali, commerciali, turistiche, ecc.
– non ultimi: gli usi, costumi, dialetti, stili architettonici e culture storiche molto diversi fra le rispettive popolazioni.
Come è possibile perciò ad un unico ente amministrare agevolmente queste evidenti diversità?
Infatti, che ci “azzecca” (detto alla Dipietrese) Montalto di Castro con Leonessa? – Oppure Tarquinia con Amatrice?
Oltre alle forti distanze, tali zone rappresentano l’esempio tangibile (anche se estremo) delle loro reali differenze. L’unico fattore, che in passato le accumunava, era l’antica transumanza degli ovini, oramai quasi estinta.
Inoltre, se lo scopo dell’accorpamento è quello di diminuire i costi, esso è fallito in partenza perché si costringono i cittadini a sostenere maggiori spese e disagi per i lunghi spostamenti necessari per gli adempimenti burocratici nei vari Uffici decentrati (Prefettura; Questura; Camera di commercio; Motorizzazione ecc.) strettamente connessi all’ente Provincia.
Dopo queste considerazioni vengono in mente altre riflessioni consequenziali.
Prima di tutto c’è da stabilire se le Province, per la dichiarata esigenza di bilancio economico nazionale, sono da abolire totalmente (e sarebbe la scelta migliore) o se invece vanno mantenute, seppure in numero minore.
Nel primo caso, c’è poco da commentare, salvo valutare attentamente il potenziamento degli Enti Regionali e Comunali chiamati a sostituire le mansioni delle Province soppresse. Ma questo è un altro problema.
Nel secondo caso invece, occorre studiare scrupolosamente e attuare gli accorpamenti con criteri equitari e razionali ricorrendo anche alla ridefinizione dei confini regionali in modo da creare ai cittadini le migliori condizioni.
Nel Lazio, per esempio, visto che Roma (per essere Capitale d’Italia e del Cristianesimo) ha ottenuto giustamente una particolare attribuzione statutaria, le sue estreme periferie andrebbero annesse alle altre Province laziali, secondo la più stretta omogeneità o affinità.
Con questi criteri, la nuova provincia di Viterbo potrebbe inglobare: a Nord la zona di Orvieto e a Sud quella di Bracciano e di Civitavecchia fino a Cerveteri.
Si creerebbe così un vasto e popoloso comprensorio (come vuole la legge) omogeneo ed armonico sia per la natura morfologica e geologica con i suoi tre laghi (Bolsena, Vico e Bracciano) di origine vulcanica, e sia per la grande valenza storico-culturale comune, rappresentando grosso modo l’Etruria meridionale e la Tuscia, le cui tre principali Città (Civitavecchia, Viterbo e Orvieto) si identificano, non
a caso, anche per lo stesso significato: antiche città.
Inoltre, le rispettive vie di comunicazione sono più che sufficienti. Infatti manca solo un piccolo tratto da Monteromano a Tarquinia (del resto di imminente attuazione) per completare un’ottima rete autostradale esistente che unisce le tre Città, oltre alle discrete strade secondarie.
Per quella ferroviaria, basterebbe ripristinare il vecchio tracciato Orte – Capranica-Civitavecchia, più volte previsto in molti progetti programmatici.
Di conseguenza, già da molto tempo, anche se amministrativamente divise, le rispettive popolazioni relazionano continuamente fra loro.
È noto che gli Orvietani prediligono il litorale laziale e che tra Viterbo e Orvieto esistono numerosi interscambi culturali e commerciali.
Lo stesso avviene, seppure con velata e composta rivalità campanilistica, tra Civitavecchia e Viterbo.
Esiste quindi una comune e sostanziale affinità, confermata anche dalla simile inflessione dialettale, in bilico tra il simpatico romanesco e l’erudito toscano, caratteristica di queste zone.
Insomma, ci sarebbero tutti gli ingredienti (in questo caso incontrovertibili) per suggellare una unione già praticata nelle varie relazioni sociali, che invece oggettivamente non sussistono, per le ragioni inverse prima indicate, nel progettato accorpamento della provincia di Viterbo con quella di Rieti.
Il destino di quest’ultima è diverso e va altrettanto attentamente valutato.
Se si deve ottenere un suo nuovo assetto, esso va risolto con gli stessi criteri di affinità territoriale, sia a Nord/Est e sia a Sud/Ovest di questa Provincia, ridefinendo, anche in questo caso, i confini regionali con l’Umbria, le Marche e l’Abruzzo.
Del resto le rispettive popolazioni si sono già espresse in tal senso ricorrendo anche a recenti specifici “referendum”.
In conclusione, se si vogliono fare cambiamenti, occorre cogliere l’occasione per renderli veramente razionali e utili sotto ogni aspetto, a favore delle casse erariali e soprattutto delle popolazioni interessate.
Altrimenti non avrebbero alcun senso pratico.
Luigi Lucci
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