Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caffè e biscotti lasciati fuori la porta. Il tocco delle nocche sul legno. Mia madre che apre e prende la sua colazione. L’uscio che si richiude. Questo uno dei ricordi dei giorni passati. Giorni che oggi posso raccontare con sollievo dal momento che la vera paura è alle spalle e posso quindi ritenermi fortunata.
Protagonisti di questa storia, loro malgrado, i miei genitori. Loro che per dieci giorni sono stati in isolamento perché contagiati dal Coronavirus.
Un’esperienza che prima di essere raccontata, mi porta a delle considerazioni: contagiarsi è veramente, veramente facile. La mascherina è fondamentale, come lo è il distanziamento sociale (almeno in certe situazioni). Ma soprattutto quello che non possiamo permetterci è la distrazione.
Nel caso che riguarda la mia famiglia è infatti bastato un breve tragitto in macchina e una “leggerezza” per far saltare attenzioni e precauzioni di mesi.
Tutto è iniziato con la decisone di mia madre di fare una passeggiata. Non da sola, ma in compagnia di un’amica. Sono rimaste in macchina all’incirca 5 minuti, il tempo di raggiungere una strada di campagna. Nel tragitto la leggerezza di cui sopra: mia madre che entra in macchina senza mascherina e la sua amica che gliene passa una; una di quelle che teneva sul cruscotto all’interno della confezione di vendita.
Tanto è bastato per trasmettersi il Coronavirus. Ovviamente nessuno può avere la certezza che questa sia stata la natura del contagio. Crediamo però che sia l’unico plausibile “errore” in una storia che altrimenti non avrebbe altra spiegazione: una leggerezza e il virus che si trasmette con una facilità estrema.
Due giorni dopo la telefonata dell’amica di mia madre che l’avverte di non essersi sentita bene nella notte e di aver fatto il test rapido e aver avuto esito positivo. E così il Covid, che fino a quel momento era stato qualcosa di incombente ma pur sempre estraneo, è diventato reale e palpabile.
E mentre mio padre chiamava per prenotare immediatamente un tampone, io ero al supermercato a riempire il carrello di boccette di alcool denaturato, guanti, disinfettante. Alla sera ci siamo ritrovati davanti al pc a cercare di capire fin nei minimi particolari la differenza tra tampone molecolare, antigenico rapido e sierologico.
Il tutto con una voce di sottofondo a tratti alterata. Non quella di qualche politico al solito talk show di turno, ma quella di mia madre che urlava dall’altra parte della porta per chiedere di essere coinvolta in una conversazione che lei, ahimè, poteva sentire soltanto in lontananza.
Era iniziato infatti il suo isolamento, da sola per dieci giorni senza uscire dalla camera da letto.
In attesa del risultato del tampone effettuato, siamo andati avanti così: io che preparavo la colazione per mia madre e gliela lasciavo fuori la porta della camera da letto. Lei che, al tocco delle nocche sul legno, apriva e si prendeva il suo caffè e biscotti. Stessa routine a pranzo, con mio padre e io ad alternarci. E lei, lì dentro con i suoi pensieri: d’altronde l’eventuale contagio è una spada di Damocle che pende non solo sulla tua testa, ma anche su quella dei tuoi famigliari. Anche perché pure i conviventi entrano in quarantena. Non un vero e proprio isolamento, ma comunque sei costretto a rimanere in casa e a modificare non poche abitudini di vita.
Ad aiutarci la generosità dei vicini e degli amici. Sono loro che ti fanno trovare fuori il cancello qualche torta, ciambellone e anche la spesa. Li puoi solo ringraziare da lontano. Un saluto e un ringraziamento che rivolgi la mattina anche agli operatori di Viterbo Ambiente. Cambia infatti anche il modo di fare la differenziata: tutti i rifiuti in un doppio sacchetto, chiuso con il nastro da pacchi. Gli operatori arrivano in tuta bianca, coperti fino alla testa. Tu lasci tutto fuori il cancello e cospargi i sacchi con il disinfettante.
E poi arriva il referto. Dopo 5 giorni dal tampone molecolare, mia madre è positiva. A quel punto tutto procede come già impostato. Lei in camera e io e mio padre nel goffo, ma lucido, tentativo di continuare la vita normalmente. E ti armi di pazienza: organizzi i pasti, li prepari rigorosamente con i guanti addosso e la mascherina al volto. D’altronde anche tu sei un possibile contagiato e magari tuo padre no.
E nel frattempo ti chiedi: “Come si fa a preparare anche solo un buon sugo non potendolo assaggiare? Come si può insaporire una zuppa se il sale si appiccica sul lattice dei guanti?”. E poi c’è il disinfettante che diventa il tuo migliore amico. Ogni superfice ne viene inondata.
In cucina devi anche stare attenta alle presine e agli strofinacci. Impossibile condividerli. Come impossibile è usare gli stessi asciugamani in bagno. Nel nostro caso devo dire che avere due bagni ha evitato non poca confusione.
Pensi quindi di esserti organizzata, di aver trovato una soluzione. E poi un nuovo dubbio. Mio padre si sveglia con la febbre, iniziano i dolori muscolari, arriva la tosse e il raffreddore.
E che fai a quel punto? Lo isoli e prenoti il tampone per lui e pure per te. Anche perché io ero stata a contatto con lui fino a qualche ora prima che gli si alzasse la temperatura.
E così ti rimetti la mascherina, ti infili in macchina e arrivi al Riello. In attesa per circa tre ore. Al di là del finestrino intravedi qualcuno che conosci. C’è chi abbassa la testa e fa finta di non vederti e chi invece saluta. Non è piacevole per nessuno. Arriva poi il momento di tirare giù il finestrino. Uno scambio di battute con un operatore completamente coperto: tuta banca, cuffia per i capelli, visiera in plastica rigida, guanti. Riesci però a intravedere il suo sguardo ed è quello di chi è stanco, provato da ore di lavoro.
Pochi minuti e ti ritrovi con un “bastoncino” nel naso. Poco dopo un altro in gola. Non proprio gradevole, devo dire. A quel punto ti metti l’anima in pace. Devi aspettare. Nel nostro caso abbiamo dovuto aspettare non poco, altri 6 giorni.
Posso solo aggiungere che la mia storia non è ancora finita. Mio padre è risultato positivo. E’ isolato, ma almeno in compagnia di mia madre. Sono tornati alla loro routine di chiacchiere e rimproveri, che però li ha tenuti uniti per 40 anni. A breve il secondo tampone per entrambi. E anche per me, che al momento sono negativa. In tutto questo però non dimentico che siamo stati molto fortunati. Molte persone hanno i loro parenti in ospedale, altri li hanno persi.
In ultimo mi viene da pensare che a Fiammetta, Lauretta e Dioneo venne in mente una folle ma quanto mai lucida idea: rifugiarsi volontariamente su per le colline di Firenze per sfuggire alla Peste nera del 1348. A raccontarlo è Boccaccio, in quello che può definirsi un vero e proprio capolavoro: il Decameron. Isolarsi da tutti e da tutto per cercare di preservarsi. Un’espediente per rinascere, anche spiritualmente tra novelle e battute dal taglio umoristico. Non è proprio quello che mi sento di consigliare dal momento che magari non è necessario isolarsi, se non costretti.
Ma una cosa posso dirla: il virus c’è e non è poi così difficile contagiarsi. Fare attenzione è fondamentale. E rinunciare a qualche abitudine non limita realmente la libertà individuale.
Lettera firmata
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