Viterbo – Il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato testimone contro un poliziotto accusato di falso.
L’agente, nel 2016 avrebbe tentato “in maniera fraudolenta” di riavere da Trovato, titolare di tre compro oro a Viterbo, dei gioielli sottratti alla madre dal nipote minorenne e venduti nel suo negozio di via della Palazzina con la complicità di un amico maggiorenne.
Tutto è cominciato quando l’imprenditore 43enne, originario di Lamezia Terme, condannato lo scorso 11 giugno a tredici anni e quattro mesi per associazione di stampo mafioso, ha detto al poliziotto, andato da lui assieme al fratello per farsi restituire i gioielli della madre, che i compro oro, per l’appunto, “comprano” i preziosi ma non li possono rivendere.
In teoria il boss avrebbe dovuto testimoniare davanti al giudice Gaetano Mautone contro il poliziotto, ma siccome è in carcere dal 25 gennaio 2019, quando è stato arrestato con altri dodici presunti sodali nel blitz antimafia dell’operazione Erostrato, l’accusa ha rinunciato, chiedendo di acquisire i verbali delle sit e dell’individuazione fotografica.
Nessuna denuncia del nipote discolo da parte della nonna. L’imputato, difeso dall’avvocato Marco Valerio Mazzatosta, avrebbe però voluto restituire il maltolto all’anziana madre. “Di fronte al no di Trovato, ha usato modalità vietate, utilizzando un atto atipico per ottenere l’acquisizione fraudolenta dei preziosi. Era stato indirizzato dalla polizia amministrativa su come fare, ma non così. Non ha ottemperato e ha preparato un atto di sua iniziativa”, ha spiegato un ispettore all’epoca in forza alla squadra mobile che si è occupato delle indagini.
L’imputato avrebbe chiesto consiglio ai colleghi della polizia amministrativa della questura per trovare una soluzione, poi, secondo l’accusa, avrebbe fatto di testa sua, presentandosi da Trovato con un “atto anomalo” che ha insospettito il futuro boss (le auto incendiate e gli attentati intimidatori di mafia viterbese risalgono al biennio successivo). Un atto in cui si sarebbe chiesto, in sostanza, il “sequestro” dei gioielli in quanto dietro la loro vendita poteva esserci un reato. Ma non avendo mai visto una cosa del genere Trovato, timoroso di finire nei guai con la giustizia, ha chiamato a sua volta la questura, segnalando l’accaduto.
“Trovato, quando l’imputato si è presentato con l’atto sospetto, ha fatto presente quella che per lui era un’anomalia, poi ha effettuato il riconoscimento fotografico, quindi è stato sentito a sommarie informazioni”, ha detto l’ispettore, spiegando come le indagini sul collega siano partite proprio dalle dichiarazioni dell’imprenditore.
“Scattato l’allarme – ha proseguito l’ispettore – abbiamo fatto prima delle indagini su nostra iniziativa, poi su delega della procura. In pratica il poliziotto, quando la madre si è accorta che il nipote le aveva rubato i gioielli, ha tentato con quell’atto di acquisire i preziosi che erano stati venduti a diversi compro oro, scontrandosi con l’impossibilità, da parte di Trovato di accontentarlo, visto che i gioielli, una volta comprati, seguono un preciso iter per l’avvio alla fusione”.
Per la difesa è stato sentito il fratello dell’imputato che ha ribadito come l’intento fosse restituire i gioielli venduti da suo figlio al compro oro alla madre, mentre. Il nipote, oggi 21enne, si è invece avvalso della facoltà di non rispondere.
Al termine dell’udienza, il processo è stato rinviato al 23 aprile per sentire gli ultimi due testi dell’accusa e la sentenza.
Silvana Cortignani
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY