Viterbo – “Un paio d’anni fa ho fatto uno strano sogno. Arrivavo a Cinecittà, ma appena varcata la soglia non vidi nessuno. Non c’era una persona, non c’erano automobili, quel grande spiazzo che c’è appena si entra era vuoto deserto. Incontrai a un certo momento quattro o cinque operai, piccolini, che portavano dei pezzi di scenografie. Ma nessuno mi disse buongiorno sor Marce’. Feci per entrare al bar ma il bar aveva dei soffitti bassissimi, per cui per poter entrare mi sarei dovuto mettere carponi, e lì mi svegliai. Era stato un incubo. Mi dissi: questo è molto significativo. O a Cinecittà non c’è più spazio per me, oppure il cinema è diventato una cosa per uomini piccolini, per film piccolini”. (Marcello Mastroianni, Mi ricordo, sì io mi ricordo)
Vorrei parlarvi, se aveste la pazienza di ascoltarmi, della sensazione di smarrimento di noi teatranti.
Vedete, noi siamo cresciuti con la convinzione che al teatro possa essere tolta qualsiasi cosa, i costumi, le luci, le scene, il trucco, ma che due elementi fossero imprescindibili perché il teatro si possa chiamare tale: il teatrante e lo spettatore. Lo sanno bene i colleghi del teatro di strada, che muniti unicamente della loro arte da sempre raccontano storie e catturano i passanti.
In questo sciagurato periodo in cui si è deciso, senza che quello che sto per dire sia inteso come una polemica ideologica ma semplicemente come un dato di fatto, che le platee religiose siano più sicure delle platee teatrali, in cui si chiudono i teatri ma li si spinge a produrre comunque per mettere online o diffondere televisivamente il proprio lavoro, in un periodo in cui insomma le contingenze ci dicono “o bevi o affoga”, noi teatranti costretti a lavorare (i più fortunati di noi) in sale senza pubblico e con un ministro che invece di spingere per la riapertura dei teatri caldeggia una Netflix della cultura ci sentiamo veramente come una navicella in balìa delle onde.
C’è il timore, anzi la certezza, che chi ci amministra non abbia compreso la differenza sostanziale tra teatro e televisione, tra cultura e intrattenimento.
La missione del teatro è fare incontrare le persone, farle uscire di casa, farle discutere, dargli anche la possibilità di interagire con lo spettacolo applaudendo o tacendo e persino contestando. La missione della televisione è tenerli a casa il più possibile.
Al teatro non importa l’audience, importa la bontà della proposta e, nei teatri più illuminati, la valenza culturale della proposta. Il teatro non scrive e non mette in scena, per citare Umberto Eco, avendo in mente la possibile reazione della casalinga di Voghera. Al teatro non interessa la fruizione passiva.
Il teatro, fin dai tempi dell’antica Grecia, è il luogo della libertà. Uno spazio in cui si forma una coscienza sociale, dove si gioca, dove si raccontano storie, dove si critica anche ferocemente senza paura di ritorsioni.
Il teatro non è solo estetica, intrattenimento, educazione: è formazione di una coscienza collettiva, sociale e politica. Politica, da “polis”: ossia del cittadino. Con questo non dico che il teatro possa cambiare il mondo, ma certamente è in grado di cambiare, se non il mondo, almeno il punto di vista di uno spettatore.
Il teatro è rito. Per noi teatranti è il costume, il trucco, l’immedesimazione nel personaggio, l’apprensione, il timore di non ricordare le battute, di avere un blocco mentale, di un raffreddore. Sono le ore passate in camerino, le prove, l’odore del palcoscenico, il sipario che si alza, il sollievo alla prima risata o al primo applauso, è sapere che tutto si gioca dal vivo, ogni volta, senza possibilità di appello. Per il pubblico è prenotare il biglietto, gustare l’attesa che arrivi il giorno della recita, vestirsi, magari indossare un abito nuovo, prendere un caffé alla buvette, vedere e farsi vedere, discutere col vicino e persino accalorarsi perché non apprezza, come noi, quello che sta vedendo, applaudire, dissentire, fischiare, essere i giudici di quello che si sta vedendo.
Ci si chiede che tutto questo sia racchiuso in una scatolina da accendersi e spegnersi a nostro piacimento, magari con le patatine in mano e la possibilità, se dopo tre minuti non ci piacesse quello che stiamo vedendo, di mollare tutto e di sintonizzarci sulla D’Urso. Ci si chiede di fare televisione, o cinema. Due arti sacrosante, ma non le nostre.
Per giunta ci si chiede di farlo, nel novantanove per cento dei casi, rinunciando ad ogni diritto o royalty connessi alla messa in onda in rete, registrando una sola recita invece di andare in scena per più sere.
Noi teatranti siamo smarriti, quando chi è chiamato a difendere le nostre professionalità caldeggia una soluzione che snatura queste professionalità e spinge per trasformarle in tutt’altra cosa.
Vorremmo che fosse il pubblico a ribadire ad alta voce la sua fame di teatro, la sua voglia di uscire di casa e ritrovarsi in platea, che fosse il pubblico a difendere i suoi attori, i suoi cantanti lirici, i suoi registi, i suoi scenografi, i suoi costumisti, i suoi danzatori, i suoi mimi, i suoi coreografi e con loro tutte le figure professionali artistiche e tecniche che collaborano allo spettacolo dal vivo.
Vorremmo che fosse il pubblico, perché evidentemente noi non bastiamo e anche perché tra di noi c’è chi non trova la forza, dovendo mettere il pane sulla tavola, di fare muro, di opporsi, di alzare la voce.
Vorremmo che fosse il pubblico a chiedere a gran voce la riapertura dei teatri e a ribadire che il teatro non è cinema e non è televisione, che una soluzione tampone non può e non deve diventare un modus operandi, che esistono già piattaforme che diffondono televisivamente e online il nostro lavoro, che nessuna emergenza sanitaria può essere la scusa per impegnare risorse che fanno diventare il teatro una cosa per uomini piccolini, per spettacoli piccolini, per spettatori invisibili e piccolini.
Alfonso Antoniozzi
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