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L'opinione del sociologo - A proposito dei provvedimenti per le vacanze di Natale

Non esiste nessun lockdown che riguardi le idee e il pensiero

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Nel 1941 Eric Fromm, psicologo, psicoanalista, sociologo e studioso critico degli effetti della comunicazione di massa, scrisse un saggio divenuto famoso, Escape from Freedom (Fuga dalla Libertà), nel quale oltre a preoccuparsi del fatto che gli individui spesso si consegnassero acriticamente ai mass media, distingueva tra “libertà da” e “libertà di”.

La prima forma di libertà è di natura istintiva, egoistica, tende solo  a liberarsi di lacci e di  minacce e deborda nella mera licenza del “faccio quel che mi pare” che è un proposito asociale  e incivile. Quello, per intendersi, di chi parcheggia in doppia fila, del furbetto del cartellino, ma anche – a salire di pericolosità – quello dell’anarchico, del prepotente, del vandalo e del criminale.  La seconda forma di libertà (la “libertà di”) è quella che appartiene alla democrazia, che consente all’individuo di esprimere i propri bisogni, le proprie idee, il proprio diritto a partecipare attivamente alla società confrontandosi con gli altri membri del consorzio civile. La libertà vera non è mai assoluta, ma relativa. Non lo osservavano soltanto Platone  e Aristotele, ma in  forme più esplicite e più impegnative sul piano sociale, lo sostenevano i filosofi dell’illuminismo, da Montesquieu a Rousseau, da Locke a Kant a Voltaire, fino all’ormai ben noto aforisma (attribuito a Luther King) secondo cui la mia libertà termina  dove cominci la tua, a ribadire il rispetto dei diritti e  dei bisogni degli altri in un  regime democratico.

Così, se è vero che la nostra Costituzione – una delle più avanzate al mondo – esalta i diritti inviolabili dell’individuo (art.2), tutela le libertà personali (art.13) e si preoccupa della salute dei cittadini (art.32), d’altro canto distingue tutta una serie di casi e di circostanze in cui tali diritti possono essere temporaneamente ristretti, ad esempio nel caso di una grave emergenza, sia essa temuta o in atto. Non a caso la  Legge 24/2/1992 n.225 che istituisce la protezione civile, con le modifiche e le integrazioni del d.l. 59/2012, regola le azioni del Governo di fronte all’emergenza, prevedendo la possibilità di emanare autonomamente provvedimenti restrittivi di fronte ad emergenze di natura ambientale, sanitaria, politica e militare.  Nel caso, gravissimo, della pandemia da Covid-19, appaiono quindi strumentali le lamentele ricorrenti di chi grida al tradimento delle libertà costituzionali, soprattutto se certe decisioni sono prese di concerto con la scienza ufficiale, che esprime competenze tecniche condivise entro una comunità scientifica mondiale.

Per fortuna, pare che una buona parte degli italiani ha capito come stanno le cose. Un recentissimo sondaggio del Censis rileva che quasi il 60% (il 57,8%) degli italiani si è dichiarato disponibile a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva. La percentuale sale a circa il 65% tra i giovani under 34. Inoltre, il 77 % degli intervistati (82,5% tra gli under 34) chiede pene severissime per chi non indossa la mascherina e una maggioranza concreta (quasi il 56%) chiede il carcere per chi non  rispetta la quarantena. Ma c’è di più: l’80% degli italiani condivide la stretta dei provvedimenti per il prossimo Natale.

Questi dati, essendo stati raccolti secondo procedimenti metodologicamente – quindi scientificamente – corretti, si contrappongono vittoriosamente contro talune impressioni “libertarie” di politici, opinionisti e intellettuali da salotto e da tastiera.  E, semmai, confortano le disposizioni del nostro apparato costituzionale e giuridico. C’è chi si lamenta di questi dati, strumentalmente nel caso di certi politici, intellettualmente nei confronti di certi opinionisti in poltrona, gridando al progressivo scivolamento della gente verso l’accettazione di regimi liberticidi. Non c’è dubbio che la maggior parte della gente si sia impaurita; e meno male che finalmente si è resa conto di cosa accade nei reparti di terapia intensiva, di chi muore solo, di chi sopravvive dopo una strenua lotta fisica, del dramma di chi ha perso il lavoro a causa della diffusione del contagio. Ma di qui a pensare che si tratti solo di una definitiva rinuncia alla libertà credo che ce ne corra, a meno di non considerare ogni legge, ogni contratto sociale come un’offesa alla libertà individuale, del che spero di poter dubitare, altrimenti l’alternativa sarebbe lo stato di ferinità anarchica della legge della giungla o del far-west.

Tutto questo è particolarmente importante nel momento in cui di fronte alla minaccia si adotta il principio di precauzione che, diversamente della prevenzione che opera secondo provvedimenti mirati, necessita invece di una scelta “politica”, perché in mancanza di certezze induce ad abbondare nelle strategie di difesa. Poter contare su una maggioranza di cittadini convinta di dover difendere la propria salute anche  a costo di limitare temporaneamente certe manifestazioni secondarie della libertà, è un buon conforto per i decisori pubblici. Anzi, probabilmente quel 57.8% di persone disponibili a sacrificare qualche libertà per difendersi dalla pandemia,  è ancora insufficiente, seppur confortato dall’80% di chi è disposto a sacrificare il Natale 2020 per puntare ad un futuro migliore. Non c’é alcun pericolo per la democrazia e per la libertà; si parla solo di limitazione di certi comportamenti che possono danneggiare temporaneamente la convivenza, a nessuno è tolto il diritto e la libertà di pensare, credere, esprimersi, non esiste nessun lockdown che riguardi le idee e il pensiero, come avviene nelle dittature d’ogni colore e in certe false democrazie di facciata.

Francesco Mattioli


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7 dicembre, 2020

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