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Viterbo - Rita Santoni Bastianini racconta le emozioni delle festività di molti anni fa

I Natali sono tutti belli…

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Maria Rita Santoni

Maria Rita Santoni

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Quando ero piccola e si avvicinava il Natale, si cominciava a preparare la lista della spesa, magari non troppo lunga, perché si era nel 1948 e la situazione economica dei cittadini italiani non era poi così rosea.

L’atmosfera cambiava anche nelle aule scolastiche e le bravi insegnanti, e allora ce ne era soltanto una per classe, facevano a gara a preparare leggende, poesie natalizie, brani commoventi di poveri che bussavano alle porte e nenie di zampognari; non era il caso di addobbi luccicanti, né di presepi in aula, se non qualcuno di cartone, ma non mancava nulla e la letterina da mettere sotto il piatto del babbo era già pronta.

Perché la famosa letterina i bambini la scrivevano ai genitori, promettendo fioretti e buone azioni, in cambio di pochi soldini. La cerimonia era sempre la stessa: prima che iniziasse la cena il babbo fingeva di niente; seduto a capotavola spostava piano piano le posate e sottovoce sussurrava di vedere qualcosa che sporgeva da sotto la fondina: “Ma che c’è qui, un pezzo di carta? No, c’è una busta!” E tutti che commentavano: “Ma che dici?” fingendo meraviglia.

Così per il più piccolo o la più piccola di casa, anche se solo aveva fatto la prima elementare e aveva sudato e magari aveva anche avuto una tiratina d’orecchie, che allora s’usava senza pensarci due volte, era arrivato il momento più bello della serata e batteva le mani felice di avere attirato tutta l’attenzione, pensando alla bella mancetta che l’aspettava; tolto che, in cuor suo, c’era un po’ il dubbio di non ricordare tutta la poesia da recitare in piedi sulla seggiola.

“Consolati Maria del tuo pellegrinare, siam giunti, ecco Betlemme ornata di trofei…“ o “Un brindisi facciamo alla mensa ospitale, ai parenti che amiamo, il giorno di Natale…” o ancora “Ninna nanna piccolino, tutto rosa e ricciolino…”. E ancora, ancora… e magari qualcuno che ha passato una certa età, le ricorda bene, con mente lucida, perché le cose belle non si dimenticano mai.

Le donne di famiglia, già da giorni, avevano schiacciato le noci per i maccheroni e le nocciole per i tozzetti. La mamma mi mandava in farmacia per l’estratto da mescolare all’alcool e così fare liquori, tipo lo “Strega”, senza spendere troppo. Le strade non erano illuminate, nè le vetrine preparate da far strabuzzare gli occhi alle ragazze, ma l’aria, l’atmosfera, era piena di “Natale”, che da quando è nata la sua festa, si vive intimamente, si aspetta con gioia. Tutti i Natali sono belli, è una verità.

Il presepe era pronto, più piccolo o più grande, non interessava; era lì, dove stava ogni anno, con i suoi pupazzetti di gesso colorati e molti, che già erano stati presenti in altri Natali, mostravano qualche graffiatura, a cui però nessuno faceva caso: il polentaro, la donnetta con il cestino delle uova e il pastore con l’agnello a tracolla. Il vellutino già era stato raccolto con il coltellino appuntito, nei punti più umidi dell’orto o ai piedi di qualche tronco d’albero, dove aveva cercato di arrampicarsi.

A gara i bambini volevano spargere, con un passino, la neve sul presepio ed era inutile dir loro che Gesù era nato in un periodo e in un luogo dove non nevica mai.

L’albero verde, pieno di palline colorate e di regali ai suoi piedi, ancora non aveva fatto ingresso nelle nostre famiglie, o forse soltanto in qualcuna e nemmeno Babbo Natale era riuscito a trovare la strada per arrivare a Viterbo! In compenso la signora anziana che si chiamava “Sora Nanna”, e mi piaceva tanto, aveva sciorinato sulla sua bancarella in via Saffi tanti bei libri, piccoli volumi con titoli accattivanti: “La piccola fiammiferaia”, “Ricci rossi”, “Le ciaramelle”, “I pifferai”, tutti di seconda mano: costavano poco, ma valevano molto per noi bambini con la testa piena di sogni.

La sera della “cenarella” si avvicinava: alle cinque del pomeriggio molte donne e per lo più anziane, con i nipoti per mano, si recavano in chiesa per la novena e il sacerdote celebrava la messa in latino e chi rispondeva alle preghiere, non conoscendo questa lingua, aggiustava bene le risposte aiutandosi un po’ con l’udito, alla buona, tanto il Signore non teneva conto di questo.

Dai negozi di norcineria, già stuzzicava il naso il capitone grigliato e messo sotto salamoia e insieme all’anguilla facevano a gara ad essere i primi a prendere posto nelle capaci borse di paglia delle signore, insieme al baccalà, all’uvetta sultanina, ai carciofi e alle verdure da friggere e tante buone cose che, come da tradizione, non potevano mancare sui piatti di lusso, quelli del servizio buono, e sulla tovaglia ricamata a mano che la bisnonna aveva regalato alla nonna.

La cena iniziava presto e finiva tardi, il tempo di andare alla messa di mezzanotte: le famiglie già numerose, si riunivano in lunghe tavolate, dove per parlarsi uno con l’altro occorreva alzare la voce: chiacchiere, risate, brindisi e zuppette con i dolcetti e per ultimi i maccheroni con le noci, con quel bellissimo strato di cacao, che ricopriva la pasta all’uovo fatta a casa col mattarello, il torrone tagliato a pezzi dal nonno sul battilardo e chi poteva stappava lo spumante ed affettava il panettone.

Fra molliche, bicchieri e frutta secca comparivano le immancabili cartelle della tombola e solitamente la persona più anziana frugava a lungo nel sacchetto dei numeri, come se la sua mano avesse la magia della fortuna. Sotto lo sguardo trepidante dei partecipanti, mostrava l’atteso numero accompagnandolo sapientemente a personaggi e oggetti caratteristici e tutti si affrettano a coprire le caselle con fagioli secchi o bucce di mandarino. Così fra “un morto che parla”, “le carrozzette”, “l’imbriacone” e “gli occhiali del Papa” passava un altro Natale, sempre uguale a quelli precedenti, in un tempo in cui le aspettative lasciavano spazio alla semplicità.

Rita Santoni Bastianini


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15 dicembre, 2020

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