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L'opinione del sociologo - Ognuno si sente un'eccezione in diritto di non rispettare la legge, in nome dell'individualismo

L’Italia è il Paese dove tutti contravvengono alle regole in nome della libertà…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Viterbo – L’esplosione delle dittature della prima metà del ‘900, quella nazifascista e quella sovietica, avviarono una stagione di importanti riflessioni d’ispirazione sostanzialmente liberal, a partire dagli anni ’30 e almeno fino a tutti gli anni’70, in cui si denunciava il rischio del pensiero unico, del controllo e dell’omologazione di un’opinione pubblica manipolata dal potere attraverso un sapiente uso dei mass media.

Che valesse la versione che inclinava ad una visione marxista anticapitalista europea o quella radical del liberalismo intellettuale antimaccartista americano, si paventavano giorni oscuri per la democrazia se non si fosse vigilato sulla propaganda e sullo sfrenato consumismo emergente dopo il secondo dopoguerra.

La parola chiave era “eterodirezione”: a parte i contributi, riservati soprattutto ad una sfera colta, come quelli di un Fromm o di un Adorno, all’opinione pubblica giunsero gli avvertimenti della fantascienza e delle sue descrizioni di futuri distopici, come in Orwell o in Bradbury, e soprattutto i saggi di Herbert Marcuse, che oltre  a denunciare il rischio dell’”uomo a una dimensione” infiammò le nuove generazioni con la promozione di un amore e di un sesso liberati dei lacciuoli del conformismo.

I movimenti dei diritti civili e la rivolta di Berkeley, nei primi anni Sessanta in Usa, e la stagione del Sessantotto in Europa, con i suoi risvolti più libertari, certificarono la nascita di una nuova era, nella quale il potere e i mass media venivano sottoposti al severo giudizio di quei concetti di democrazia e di libertà che si erano diffusi a partire dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e dalle costituzioni democratiche dell’Occidente. Da lì, sarebbero nati il nuovo sindacalismo, la nuova socialdemocrazia, ma anche l’ambientalismo e il nuovo femminismo, tutti accomunati dall’intento di difendere  l’individuo, la diversità, l’eterogeneità, insomma il diritto all’autodirezione nella condotta delle persone.

Ogni cambiamento in meglio nasconde tuttavia un pericolo. Cioè che, come si dice, si butti via l’acqua sporca con tutto il bambino, cioè che si radicalizzino le posizioni al di là della loro giustezza di partenza.

Accade persino nei nostri comportamenti quotidiani: fai piazza pulita delle cose inutili, poi ti accorgi di averne buttata via anche qualcuna di quelle utili. Brandendo con troppo ardore lo scacciamosche ci mandi di mezzo il prezioso soprammobile.

Nelle “rivoluzioni”, persino in quelle del tutto intellettuali e  ideali, il rischio dell’eccesso è dietro l’angolo. E’ successo con il radicalismo illuminista, con i bombaroli del Risorgimento, ma anche con gli errori della Resistenza, le rivolte sessantottine, l’applicazione estrema del politicamente corretto, me too compreso. E’ l’effetto collaterale compreso nel prezzo.

Dove voglio andare a parare? Nella domanda che sta montando: può l’emergenza sanitaria comprimere le libertà fondamentali dei cittadini, violentare la Costituzione? Domanda mal posta in realtà, perché qualsiasi costituzione prevede che nel caso dell’emergenza certi diritti individuali debbano essere sottoposti alla cura dei diritti collettivi.

Peraltro, questo principio appartiene proprio al concetto di società, in termini rousseauiani: se gli individui non rinunciano a qualche pezzetto di libertà a favore di regole comuni di convivenza, la società non parte e resta la foresta hobbesiana in cui ciascuno è lupo verso l’altro. Il problema posto dai libertari è il seguente: dov’è il limite oltre il quale la sottomissione degli interessi individuali a quelli collettivi diventa patologica e si trasforma in strumento di oppressione dittatoriale?

La domanda, che piaceva tanto agli intellettuali del secondo dopoguerra, non dovrebbe essere rivolta agli stati democratici, Italia compresa (anzi Italia in testa), che hanno sfornato una miriade di leggi e provvedimenti per mediare tra le due diverse esigenze e garantire comunque i diritti degli individui, che non sono solo quelli al pensiero e alla libertà, ma anche quelli al lavoro, alla salute, alla sopravvivenza. Semmai la domanda andrebbe rivolta ai governi assolutistici, a quelli che soffocano il pensiero divergente e l’inclusione sociale, a quelli suprematisti e a quelli teocratici, ma anche a taluni partiti nostrani che quando stanno al potere pensano a leggi celoduriste e quando stanno all’opposizioni lamentano le offese alla libertà, oppure a certi salotti buoni dove si celebrano la teologia e i dogmi del politicamente corretto.

Il fatto è che non siamo nei paesi anglosassoni e nordici, dove l’incubo del potere è stato rimosso da una lunga pratica della democrazia: lì a denunciare l’inciviltà altrui non significa fare la spia, ma abbandonare l’omertà a favore del senso civico, a seguire ordinatamente le regole non ci si sente gregge di pecore, ma cittadini responsabili e collaborativi per conseguire un interesse comune. In Italia invece “omertà”, il “non fare la spia” è un punto d’onore: forse perché negli ultimi secoli siamo sempre stati sotto un giogo dispotico e ci siamo abituati al “Francia o Spagna basta che se magna”, alla necessità di fare fronte comune contro il signorotto o il burocrate del momento.

Ma qui ognuno di noi si sente un’eccezione; ognuno di noi si sente in diritto di contravvenire alle regole, perché è un caso speciale, un caso particolare, o perché “e che sarà mai”, o perché lo Stato è cinico e baro, come fosse alieno invece che l’espressione della nostra partecipazione politica e sociale.

Siamo sensibilissimi ai diritti, molto meno preparati su doveri, quasi fossero ancora le corvées della gleba piuttosto che il contributo responsabile dei cittadini al consorzio civile da cui attingono opportunità e tutele. Certo, come siamo ancora culturalmente condizionati dal timore e dalla diffidenza verso il potere, ancorché democratico e condiviso, siamo anche culturalmente portati a sfruttare individualmente ed egoisticamente il potere. Siamo dei Masaniello pronti a protestare finché siamo esclusi dalla tavola, ma anche a cambiare atteggiamento se ci viene apparecchiato un coperto a condividere il pasto dei privilegiati. Nessun paese civile ha il nostro grado di corruzione, così nella gente si genera diffidenza, paura di perdere la libertà e di essere vittime delle  ingiustizie dei potenti, oppure si cerca di saltare sul carro del vincitore e di partecipare alla sua mensa.

Se ci viene dato un frustolo di discrezionalità, non sappiamo usarlo responsabilmente e a vantaggio di tutti. Perché, come tutti gli individualisti, spesso basta solo sentirsi riforniti nella pancia e liberati dalla fatica di assumerci responsabilità vere: così, incliniamo sovente a cercare ovunque un duce, specie sugli schermi di una tivvù o di un cellulare, che ci risparmi di dover fare scelte responsabili.

Insomma, ci manca il senso della cittadinanza e cediamo facilmente all’individualismo e all’egoismo, così la repulsione per le regole, per il lockdown, per le mascherine la trasformiamo in diritto all’eccezione, alla licenza, sposando opportunisticamente il complottismo, straparlando di diritti, ignorando per principio i doveri, come se fossero un fastidioso effetto collaterale della società,  e magari dando talvolta un colore civettuolo, altre volte ideologico, alla trasgressione, con l’intenzione comunque di ottenere comprensione e solidarietà per il nostro irresponsabile personalismo.  

Stiano tranquilli questi anarchici sacerdoti della libertà e della licenza pro domo sua. Siamo in una democrazia, che non è né quella di Putin, né quella di Orban, né quella di Bolsonaro o di Maduro, e tanto meno quella di un Kim Jong-Un o di un Khamenei. Siamo nella democrazia di De Gasperi, Einaudi, Croce, Sturzo, Pertini, Malagodi, Moro, Berlinguer e saldamente fondatori dell’ Europa di Spinelli, Schuman, Monnet e Adenauer.

A seguire le nostre (ripeto: nostre) regole, a rispettare le esigenze della collettività, non si è eterodiretti. Si è cittadini.

Francesco Mattioli


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1 gennaio, 2021

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