Viterbo – Caro direttore,
“We shall overcame”, cantava Joan Baez nel 1963. È anno successivo alla rivolta di Berkeley, quella che è considerata il seme da cui sarebbe nato il sessantotto, prima di Nanterre, prima di Valle Giulia.
Rivederla e riascoltarle sulle pagine di Tusciaweb inumidisce gli occhi, perché è stato l’inno di chi voleva che quel sessantotto fosse segno e prova di crescita, non la preparazione in vitro del terrorismo degli anni di piombo.
Per tanti “We shall overcame” è stato il leit motiv dell’impegno sociale, politico, ideale di una nuova generazione; si cantava nelle aule, per la strada, nelle sedi di partito, persino nelle parrocchie.
Ma nel 1975 era già tutto finito, lo certificano quei versi di Antonello Venditti: “Compagno di scuola, compagno di niente/Ti sei salvato dal fumo delle barricate?/Compagno di scuola, compagno per niente/Ti sei salvato o sei entrato in banca anche tu?”.
Era già finito lo spirito della ricostruzione, il sogno di una società migliore, subentrava l’adattamento di chi ormai doveva pensare al lavoro e usava il gergo sessantottino più nei salotti buoni che in ufficio.
Stava crescendo una società globalizzata, mediatica che aveva il pregio di metterti di fronte al mondo intero, ma il compito cinico di posizionarti all’interno di un sistema oleoso, adattivo, dove la realpolitik prevaleva sull’immaginazione e ancora oggi se ci sentiamo tutti critici, tutti consapevoli è solo perché ci è dato di esibirlo, magari alla tastiera, senza l’obbligo di dar seguito alle parole con i fatti.
Ho vissuto gli anni della “Pantera” dall’altra parte della barricata. Mi ci si sono trovato bene, perché quei ragazzi erano solo dei replicanti che chiedevano il sei o il diciotto politico; sindacalisti dell’unicuique suum, niente sogni.
Me ne andai presto dalla politica, quando un capopartito, di quelli molto progressisti, mi fece capire che uno dei motti del sessantotto, “siate realisti, chiedete l’impossibile” era solo un modo di dire, non di fare.
La sociologia ha fatto il resto; tu vedi scientificamente i limiti della società, della cultura, sperimenti il realismo minimale del possibile burocratico. E qualche volta, dopo aver descritto giudiziosamente cosa accade e perché accade, rabbrividisci perché ti rendi conto che da certi meccanismi non puoi uscire, perché al di là c’è il vuoto, c’è il re è nudo e non puoi dirlo perché è politicamente scorretto.
E poi, se provi a dirlo o sei stronzo o sei Montanelli, ed è più probabile la prima ipotesi, anche perché se non ci sei ci fai, perché mica vuoi essere gambizzato anche tu, e non vuoi neppure che un giorno la tua statua sia sporcata di vernice.
Il virus ci cambierà. Ma non dentro, non ci contate. Sarà un overcoming delle prassi, del modo di lavorare, di studiare, di pianificare la sicurezza, forse soprattutto quella sanitaria, di equilibrare le strategie economiche globali. Ma i giochini elettoralistici della politica, tra maggioranza e opposizione e all’interno degli schieramenti, resteranno gli stessi, il virus non li ha scalfiti, anzi forse li ha rinvigoriti.
In Europa la solidarietà scricchiola, già vira al solidarismo di facciata; e quella che consideravamo la patria della democrazia, l’America, rigurgita di razzisti. I cambiamenti dell’animo hanno bisogno di tempi lunghi e non bastano neppure quasi due milioni di morti nel mondo nel breve giro di un anno per “svoltare”.
La Chiesa ci ha messo più di mille anni per capire realmente cosa dice il Vangelo e molti ancora non lo capiscono; il comunismo ci ha messo quasi due secoli per capire che la dittatura del proletariato resta una dittatura e molti ancora non lo capiscono.
La democrazia stenta a farsi valere, e per i più – noti costituzionalisti compresi – vale soprattutto come il tana libera tutti di una libertà intesa come licenza.
Quell’afflato che sembrava provenire in primavera dal sentirsi vicini e stretti intorno a una fiduciosa attesa di tempi migliori, cantando sui balconi e sperando di riabbracciarsi, sembra affievolirsi di fronte alla progressiva diffidenza reciproca (sei untore o no?), allo strisciante sgomitare per vaccinarsi per primi, all’esibizionismo del complottista che sa lui come stanno veramente le cose, illuminato da chissà quale rivelazione.
E di fronte a chi già, nella ricostruzione, litiga sul come, sul chi, sulle priorità, ognuno ad allungare le proprie mani sulla pagnotta.
Eh, sì, sarà overcoming della prassi. Dello spirito, non saprei; vedremo sui tempi lunghi…
Francesco Mattioli
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