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Tuscania - Umberto Laurenti nell'anniversario della tragedia che colpì la città, sfogliando vecchi numeri del giornale con cui collaborava

“Cinquant’anni fa il terremoto e gli stessi problemi di oggi…”

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Umberto Laurenti

Umberto Laurenti

Tuscania – Riceviamo e pubblichiamo – Quel pomeriggio di sabato 6 febbraio 1971 mi trovavo a Canino, dove ero andato con Giorgio Puri a tenere una riunione degli amici locali del nostro periodico, La vedetta.  

Infatti da un po’ di tempo stavamo cercando di fare del nostro giornale uno strumento di impegno politico-culturale non limitato esclusivamente alla città di Viterbo, dove era nato molti anni prima, ma a vari altri centri della Tuscia, obiettivo non facile a causa di un municipalismo atavico e di una radicata tradizione di ostentate differenze, in ogni ambito, tra il capoluogo e gli altri comuni della Tuscia.

Questo di allargare la visuale e di ragionare in termini di territorio anziché di municipi, era uno dei primi obiettivi che ci eravamo prefissi, noi gruppo di giovani studenti universitari, entrando due anni prima nella redazione, la quale aveva come tradizionali riferimenti politici tre personaggi un po’ più grandi di noi, ma che godevano della nostra stima per il lavoro che svolgevano nel consiglio comunale di Viterbo: Domenico Mangano, Giorgio Puri e Ovidio Cusi. 

La riunione con gli amici di Canino era terminata alle 19 ed eravamo tutti usciti sulla piazza salutandoci, e lì abbiamo vissuto la terribile esperienza di sentir vacillare la terra sotto i piedi, con la facciata della chiesa che vuol venirti addosso. 

D’istinto risalimmo sulla macchina sportiva di Giorgio per rientrare a Viterbo, percorrendo la strada che passava per Tuscania, perché era quella naturale e perché non potevamo sapere che là era l’epicentro, cosa che ci fu evidente giungendo là: aggirammo le mura e passando, con varie peripezie, accanto a san Francesco, sbucammo in prossimità della cartiera sulla strada per Viterbo. 

Arrivato a casa trovai i miei familiari in forte apprensione ma li tranquillizzai dicendo che durante le scosse ero con amici, omettendo spudoratamente di specificare da dove arrivavo, cenai in fretta e poi subito a dormire.

Alle prime luci dell’alba giunsero diverse telefonate a casa, erano i miei amici della Vedetta che stavano in tutta fretta organizzando un piccolo gruppo per andare a prestare soccorso ai cittadini di Tuscania, essendo nel frattempo giunte informazioni sui gravissimi danni e sulle tante persone rimaste uccise o ferite dal terremoto; non potetti dire loro, per non farmi sentire dai miei, che proprio da Tuscania ero miracolosamente tornato poche ore prima e mi recai puntuale all’appuntamento con Francesco Mattioli e Francesco Di Piero.  

A quei tempi non esisteva la protezione civile e nessuno, a parte i militari, aveva esperienza su come prestare soccorso e per di più la confusione, arrivati nei pressi di Tuscania, era forte e generalizzata, tant’è che dovemmo aspettare un bel po’ per essere autorizzati a entrare entro le mura.

Evito di descrivere l’angoscia che ci assalì nel leggere l’espressione incredula e terrorizzata sui visi dei cittadini che incontravamo, unita all’ansia nell’attesa di poter conoscere i nomi delle vittime che a fatica venivano portate alla luce, ma anche nel vedere  le desolanti condizioni in cui era ridotta una città cui eravamo molto legati: basta guardare le foto che facemmo sul posto quella mattina di domenica 7 febbraio.

Sì, eravamo molto legati a Tuscania, la località della Tuscia che più aveva corrisposto positivamente ormai da diversi mesi al nostro invito a collaborare, al punto che il giornale usciva regolarmente con una pagina denominata Vedetta Tuscaniese, curata da una redazione locale.

Sono andato a ricercare quei vecchi numeri e in quello del novembre 1970 oltre alla pagina dedicata a Tuscania, ho riletto alcuni articoli polemici sulla neonata Libera università della Tuscia, corrispondenze da alcuni centri della provincia e alcuni approfondimenti quali “Per i problemi della gioventù non bastano le parole”, “Salviamo i Cimini”.

Nel numero del dicembre 1970 troviamo sempre  la pagina della Vedetta Tuscaniese e articoli che suonano ancora attuali: “Il quartiere di san Pellegrino”, con intervista al pittore Pirro Meacci, “La difesa della natura è una necessità”, “Prospettive per lo sviluppo della città termale”, cultura, giovani e altre cose, mentre troviamo nel numero del gennaio ‘71 la pagina Tuscaniese e articoli quali: “Natura e difesa dell’ambiente”, “No all’asfalto sulla strada intorno al lago di Vico”, “Prospettive per la città termale”. 

E arriviamo al numero del marzo 1971, con l’uscita del giornale del mese di febbraio saltata per motivi tecnici. E vi troviamo oltre la pagina Tuscaniese con le nostre foto delle macerie, un mio articolo in prima pagina: “La sorte di Tuscania è ancora in un vicolo cieco” e uno di Domenico Mangano che suona come un appello: “Subito e bene”, poi ben due pagine dedicate al tema natura e ambiente sui monti Cimini, che in quei giorni il nostro giornale stava lanciando nell’opinione pubblica viterbese, con una mostra fotografica nazionale sul cui manifesto compariva una china di Romano Liviabella. 

Con il numero del maggio 1971 iniziano a emergere nella pagina della Vedetta Tuscanie i problemi del dopo-terremoto, che puntualmente ritroveremo in tutte le zone d’Italia che hanno vissuto tale esperienza negli anni seguenti e quindi leggiamo articoli intitolati: “Il servizio civile, una lacuna da colmare”, insieme a “La legge della ricostruzione: è passata la paura”, oppure “Tuscania ieri, Tuscania oggi, ma domani?”.

Mentre nel resto del giornale articoli come “Turismo e termalismo”, poi “I boschi sono in pericolo” e ancora “Basta con la Sicea”  (si chiamava così quella che oggi si chiama Talete), ci ricordano che in fondo, dopo cinquant’anni, i problemi di Viterbo e della Tuscia non sono poi molto cambiati. 

E infine arriviamo a giugno 1971, con il numero della Vedetta che, se non sbaglio, fu anche l’ultimo. In prima pagina: “Cassia, superstrada e piano regolatore”, poi “Per un servizio idrico efficiente, no Sicea”. In seconda pagina molto spazio alla battaglia che stavamo portando avanti in solitaria: “Buone prospettive per il parco dei monti Cimini”, in ultima pagina due articoli, uno mio e uno di Francesco Mattioli, dedicati al recupero della Rocca Albornoz.

Nell’interno la solita pagina della Vedetta Tuscaniese con l’articolo di fondo intitolato “Tuscania rattoppata non serve a nessuno – I problemi della ricostruzione”. 

Questo articolo che ho scritto ripercorrendo le vicende di cinquant’anni fa, rileggendo La Vedetta, vuole essere un ricordo e un omaggio alle vittime di quel terremoto e a quanti in quei giorni si dedicarono all’opera di soccorso.

Probabilmente ci saranno altri ricordi e altre rievocazioni oltre la mia, che proprio per questo ho voluto comporre come semplice raccolta dei titoli di quel nostro giornale dal novembre 1970 al giugno ‘71 , certo solo i titoli, per motivi di spazio, ma credo rendano evidenti due o tre conclusioni: persone generose e disponibili c’erano allora e ci sono anche oggi; eravamo allora impreparati alle emergenze e alle catastrofi e lo siamo ancora oggi; allora partecipavamo al dibattito civico e politico  con grande impegno e con i mezzi allora disponibili, oggi non mi pare di vedere qualcosa di analogo.

Forse abbiamo fatto male a chiudere le pubblicazioni della Vedetta e di tanti altri giornali. Sarebbe interessante peri  lettori andare a leggere quello che scrivevamo sui vari temi che sono ancora tutti davanti a noi, in gran parte ancora da risolvere. 

Umberto Laurenti


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6 febbraio, 2021

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