Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Tutti a scuola!
Sì era nel 1944 e, passato il periodo più brutto della guerra, mio padre, con un po’ di incertezza, decise di venire a prendermi a Civitella Marche, perché avrei dovuto frequentare la prima classe elementare.
La stazione di Orte forse era bloccata o non si trovavano poi coincidenze fino a Foligno, così ebbe l’idea di sentire un suo amico che aveva un cavallo e una bella biga se accettava di fare quello lungo viaggio andata e ritorno: fu eterno e rocambolesco, pieno d’imprevisti, compresi scrosci d’acqua improvvisi che ci costringevano a ripararci in casali di contadini per riprenderci un po’.
Era la fine di settembre e io ero piena d’entusiasmo: il primo d’ottobre avrei frequentato la prima elementare nella scuola Principe di Napoli, in via della Pace. Grembiule immacolato, brillante fiocco azzurro, così grande da solleticarmi il naso, cartella alla mano, ero pronta. La mia classe si trovava al primo piano: salii con il fiato in gola, dopo aver lasciato la mamma con gli occhi lucidi, come dovessi andare in guerra e con la solita raccomandazione di tutte le mamme del mondo: “Stai attenta!”.
Credo che nessun bambino abbia mai capito a che cosa si riferisse, forse alla lezione o alla bacchetta della maestra, non si sa. Sulla porta era stato attaccato un cartello “classe prima femminile, insegnante Massetti”. Non ricordo molto di quel primo giorno di scuola, solo bambine con trecce, alcune con bei grembiulini, altre, le più numerose, un po’ modesti. In quell’aula passai cinque anni di scuole elementari e ogni anno cambiava solo il cartello; in seconda il nome della maestra era “insegnante, signora Salvati”.
L’aula era nuova nuova, grande e luminosa, con due finestre enormi, abbellita ai lati da larghe e lunghe tende verde scuro, con attaccato un cordone bianco, da tirare quando il sole avesse dato fastidio. La lavagna, quadrettata, era al lato della porta e spesso riceveva ospiti, soprattutto nella sua facciata posteriore. La carta d’Italia era nuova di zecca ed anche la pedana e la cattedra. I banchi neri avevano al centro un bicchierino, dove ogni giorno il custode della scuola, Riccardo, versava un po’ d’inchiostro, lentamente, con una specie di piccolo innaffiatoio dal becco sottile, che subito ripuliva con una pezzetta, perché qualche goccia non cadesse a terra.
Noi vi intingevamo il nostro cannello, in cui era infilato il pennino di colore giallo, quello più largo per i compiti, quello lungo e lavorato per la bella copia. Il banco era di legno, a due posti con la spalliera e ci si stava comodi. I nostri quaderni avevano una foderina nera, un po’ triste, ma a noi andava bene, anche perché non ne conoscevamo altri; il libro era unico, in bianco e nero, con rare figure.
Ricordo bene una paginetta che, per conoscere bene il segno della “r”, diceva: “Remo e Rina remano sul mare con i loro remi”. Il mio astuccio era di legno lucido a due piani e io ne andavo orgogliosa e l’aprivo e chiudevo anche quando non ce n’era bisogno. Alle dieci e venti suonava la campanella della ricreazione, quella che suona ancora oggi in tutte le scuole ed è il simbolo della liberazione.
Allora dalle cartelle venivano fuori merendine che non avevano mille sapori come quelle di oggi: odoravano di ricotta, marmellata, frittatina con la cipolla, formaggini. Io barattavo la mia con i santini della Madonna che una mia compagna aveva in quantità. Si andava in bagno camminando per un lungo corridoio dal pavimento lucido e pulito, formato da piccole mattonelle rosse.
Avevo tante compagne, ma poche amiche del cuore: Roberta la più brava, Rita con gli occhialetti, la più simpatica, Giocondina, la più silenziosa e attenta: in quei lontani anni non esistevano i nomi Vanessa, Erika o Gaia. Si entrava e si usciva in fila per due, in silenzio, si ascoltavano le lezioni con più o meno entusiasmo ma io ho imparato molto su quei banchi: il rispetto per tutti, la buona educazione, il silenzio dell’ascolto, l’attenzione e l’esercizio a memorizzare.
Non interessava se la vicina di banco aveva o no le scarpe nuove o un lucido fermaglietto sui capelli: forse l’invidia è nata proprio dopo quel periodo, in cui non c’erano i termosifoni e la bidella, prima che noi entrassimo in aula, metteva un bel braciere vicino alla cattedra e noi a turno facevamo a gara per ventilare i tizzoni, perché non si spegnessero.
Non basterebbero cento pagine per descrivere la mia scuola Principe di Napoli, detta la scuola rossa. Mi rasserena quando in un momento di tristezza, risento tutte le voci delle mie compagne che in coro ripetevano: “Gennaio mette ai monti la parrucca, febbraio grandi e piccoli imbacucca, marzo…”. Ciao, scuola rossa.
Rita Santoni Bastianini
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