Viterbo – Spiace constatare come i soggetti politici e istituzionali viterbesi ancora non siano in sintonia sulle vocazioni e i destini della città. Vero che la pandemia/sindemia da Covid-19 ci sta ancora intrappolando, ma se vogliamo reagire e chiederci cosa ne sarà del “dopo”, sarà opportuno non mollare la presa e continuare a programmare una identità per Viterbo, anzi una identità “forte”.
Francesco Mattioli
Il sottoscritto, con Umberto Laurenti e Carlo Maria Scipio, prima dell’ultima campagna elettorale offrì una proposta complessiva che fu favorevolmente accolta da tutti i candidati a sindaco; segno, ho sperato, che si trattasse di una proposta largamente condivisibile, al di là delle ideologie e delle specificità politiche. Oltre tutto, alla fine la proposta fu rielaborata secondo le ulteriori indicazioni/ integrazioni dei candidati stessi.
Ovviamente, solo un ingenuo sognatore può pensare che un programma “forte” possa essere realizzato in un’unica consiliatura, che i mezzi disponibili siano in grado di sorreggere tutti i progetti, che le dinamiche temporali non offrano nuovi scenari, più positivi o più negativi, che si possano invertire o ridiscutere le priorità. “Roma non fu certo costruita in un giorno”… Per di più, chi ha esperienza di amministrazione pubblica sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare ampio e procelloso della burocrazia.
Quel che conta è mantenere il progetto, garantirne i valori e la coerenza, impegnarsi per la sua realizzazione anche a breve e medio termine; insomma avere le idee chiare e perseguirle.
Ma che cosa sono le idee “chiare”? Sono le mie, le tue, quelle di un altro? Le idee chiare sono quelle condivise, con le quali si costruisce un progetto unitario.
E allora, perché tanta disparità di vedute, tante ulteriori discussioni sul modo di far decollare Viterbo?
A questo punto, delle due l’una. O qualcuno di coloro che sottoscriveva il proposito in realtà bluffava, oppure gli scenari sono cambiati completamente e va riscritto il progetto. Spero che valga la seconda ipotesi, che tuttavia è contestabile perché la pandemia/sindemia può aver creato una situazione di stress, una dilatazione di tempi, ma non ha stravolto il futuro e l’identità di una città fino a rovesciarne i destini.
Ciò premesso, mi permetto di ritornare su tali destini.
Ogni città si sta muovendo oggi lungo alcuni itinerari comuni e insindacabilmente prioritari, tutti legati ad un miglioramento della “qualità della vita” intesa sia in termini materiali, sia in termini ideali. Così, dire che Viterbo deve progressivamente realizzare progetti di solidarismo, integrazione e inclusione sociale; che deve estendere e qualificare i suoi servizi sociosanitari; che deve realizzare una città civile, a misura di ogni essere umano; che deve progredire sul piano della difesa e della vivibilità ambientale; che deve favorire la crescita culturale della comunità; che deve garantire lavoro ai suoi cittadini: sono tutte ovvietà che valgono anche per Treviso, Campobasso o Ragusa. La peculiarità del progetto di crescita, della “Viterbo che vorremmo”, sta invece nelle specifiche identità storiche, paesaggistiche, artistiche, culturali ed economico-produttive da valorizzare; così da riempire di idee, e di “cose”, certi obiettivi di massima.
Personalmente non credo che si debba vivacchiare di provincialità, aspettando che il turista metropolitano venga a trovarci curioso, con il suo mordi e fuggi, lasciandoci qualche briciola. Lo abbiamo fatto per decenni, riproducendo la nostra marginalità culturale e turistica.
E – sia chiaro – chi si compiace perché in un film o in un serial televisivo si intravede Viterbo spacciata per Roma (Catch 22), Venezia (Otello), Rimini (I vitelloni), Milano o Firenze (Leonardo) è rimasto ai tempi in cui si vendeva ricotta al turista romano del sabato.
Molto meglio la Viterbo de Il Maresciallo Rocca, con la Macchina di S. Rosa in bella vista e non spacciabile per altro. Temo che i tentativi andati a vuoto di farsi eleggere “Capitale della cultura”, al netto di certe contestabili scelte demagogiche e pregiudiziali delle commissioni ministeriali, siano stati causati anche da una incapacità di comunicare una identità cittadina, forte sì, ma anche spregiudicata.
Non possediamo qualcosa che nessun altro ha: città dei papi? (si, ma come Anagni e Avignone….); città etrusca? (sì, ma meno di Tarquinia, Cerveteri, Volterra, Chiusi…); città termale? (semmai come Fiuggi, Chianciano, Montecatini, senza andare più su o più giù…); città verde? (potenzialmente eccezionale, ma…). Forse città medievale, visto che abbiamo un centro storico duecentesco come pochi, le mura intatte o quasi… Ma chi conosce le sue nostre, chi le nostre vie e le nostre piazze, chi la nostra storia e le nostre leggende? Quando si pensa alle mura, il turismo pensa a Lucca, che pure le ha tardive, quattrocentesche; quando si pensa al centro medievale e alle torri, la gente pensa a S. Gimignano, anche se è piccolo centro rispetto a noi… E le nostre leggende non hanno superato i ristretti (in ogni senso…) confini della provincia, anzi…
Allora, quale identità ne dovrebbe sorgere? Dalla compresenza di tanti possibili riferimenti? Arlecchino dai mille colori? Il problema non è quello di puntare su un solo cavallo o di puntare su tutti. È quello di lavorare di fantasia, di offrire qualità: volando alto, su tutto. Inoltre, sapendo porsi professionalmente sul mercato, che ormai non è né romano o… ternano, né italiano, e neppure europeo, ma globale. Ci sono migliaia di viaggiatori che fanno quattromila chilometri per ammirare un ponte edificato ottant’anni fa. Ma su quel ponte si sono costruiti una “storia”, un “mito”, una convenzione di significati. È il Golden Gate Bridge di S. Francisco.
Peraltro c’è una ”qualità” che non riguarda solo progetti faraonici e bellezze varie, non solo iniziative accattivanti e rivoluzionarie: ma pulizia, efficienza, accoglienza, maturità, civismo. Le città abituate ad accogliere turismo offrono anche questo, sanno proporsi come città “civili”, di qualità.
Su tutto, in ogni caso, domina la capacità di fare comunicazione: capacità di creare uno storytelling ben architettato per affascinare e attrarre un pubblico.
Mi disse una volta un collega senese, da me invitato a seguire il trasporto della Macchina di S. Rosa: “Certo che è strano… noi con tre minuti di corsa di cavalli in tondo, siamo famosi nel mondo, e a voi con questa magnifica torre luminosa portata per un chilometro e mezzo di notte, non vi conosce quasi nessuno…”.
“Il fatto è che voi toscani sapete vendervi bene… c’è chi quando viene da voi dice – Vado in Toscana- mica – Vado in Italia -…” risposi sospirando.
Era il 1990; certo, ora siamo messi un po’ meglio, però…
Peraltro, valorizzare sul piano turistico culturale una città non significa solo rispettarne l’identità e l’orgoglio, ma anche incamerare preziose risorse economiche, creare lavoro e occupazione; e, cosa oltremodo decisiva, anche crescere e sprovincializzarsi nella mentalità.
Beh, alla fine di questa mia tiritera, qualcuno dirà sbuffando: “Sei solo chiacchiere e distintivo”. Vero, però con le chiacchiere e il distintivo l’agente federale Kevin Costner mise in galera il mafioso Capone -DeNiro, nel bel film The Untouchables di Brian De Palma (1987)…
Spero di aver stimolato qualche riflessione.
Francesco Mattioli
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