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Diritti - Il cantante lirico racconta la sua adolescenza difficile e spiega: "Il coming out si fa per liberarsi del macigno che portiamo dentro"

Avete idea di cosa significhi crescere vergognandosi di essere gay?

di Alfonso Antoniozzi
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Viterbo – Ve la metto giù semplice: per via dei preconcetti di cui si nutre questa società (non è questa la sede per analizzare a fondo dove abbian messo radici, per brevità diciamo nel patriarcato) non esiste, credo, un essere umano che scopra di essere Lgbtqi che non debba spicciarsi un carico di fatiche e di sofferenze aggiuntive a quelle del resto del genere umano.


Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi


Prendete, ad esempio, me. E non perché io sia misura di tutte le cose, tutt’altro: semplicemente perché della mia storia posso parlare a ragion veduta.

Nasco a Viterbo nel 1964 da una ragazza madre, il che già di suo mi valse alle elementari l’elegante titolo di “bastardo” (va detto che la maestra Di Biagio si incazzò moltissimo, ma ormai la frittata era fatta). Mi ricordo ancora il primo “frocio” che mi urlarono contro a piazza delle Erbe, avrò avuto forse una dozzina d’anni. Ricordo precisamente la reazione interna che non fu di rabbia ma di paura, e non paura di essere pestato: paura che mi avessero scoperto.

Ragioniamoci su un attimo.

Ragioniamo su un adolescente, chiunque esso sia, che oltre alle crisi tipiche dell’adolescenza che tutti conosciamo debba vivere con il carico di nascondere quello che è perché si sente sbagliato.

Ragioniamo su un adolescente cui venga di fatto negata qualsiasi tipo di educazione sentimentale, qualsiasi tipo di innamoramento e, badate, non tanto per la paura di prendersi un pugno sul muso, il che sarebbe un dolore temporaneo, ma perché dentro di sé, in fondo, ha metabolizzato il messaggio di “anormalità” che la società ogni giorno gli trasmette.

Avete un’idea di cosa significhi, in quel periodo dell’esistenza, crescere vergognandosi di ciò che si è e tenendolo nascosto ogni giorno? Controllare ogni gesto, ogni sguardo, nel mio caso per via di un’educazione cattolica anche ogni pensiero? Al culmine dell’esplosione ormonale, quando ti affacci alla sessualità, avere chiara la percezione che ogni tuo pensiero è sbagliato perché ad essere sbagliato sei tu?

Quanta sofferenza.

Badate, non lo dico per essere compianto, non me ne frega assolutamente niente. E non lo dico per fare l’eroe. Lo dico perché è un dato di fatto: quanta sofferenza.

Quanta rabbia. Quanta rabbia che, inevitabilmente, si riversa nel rapporto con chi ti sta crescendo a cui non puoi dire quello che sta succedendo perché forse non capirebbe, perché gli vuoi bene e non vuoi dargli un dolore, perché quando cercavi un minimo di rappresentazione della tua esistenza i media ti rimandavano o una macchietta o un cadavere, perché ti senti sbagliato.

Ti senti sbagliato. Preghi che ti passi. Che passi, capite? Come un cancro, come una malattia terminale.

Al di là delle battaglie con Dio che non voglio qui raccontare perché ci porterebbero lontano dal tema, vi prego di tornare a immaginare un essere umano che si inserisce in una società che ogni giorno, a parole e nei fatti, ti dice che quello che sei è sbagliato, che tu sei sbagliato. Un essere umano che si vergogna di quello che è e lo nasconde. La fatica e la sofferenza di chi riesce a mettere da parte tutto questo e prendere il coraggio a due mani e dire, principalmente a sé stesso, che va bene così.

Il coming out lo si fa per noi stessi, non per gli altri, non per provocare, non per ostentare. Come il Pride. Per noi stessi. Si prende il macigno e finalmente si riesce a scagliarlo via. Il che non è, badate bene, il punto di arrivo di un percorso: è il punto di partenza, perché da lì bisogna cominciare a costruire un’esistenza sbrogliandosi tutta l’ineluttabile caterva di comportamenti autodistruttivi che anni di odio per sé stessi hanno costruito.

Sono convinto che il grande lavoro che gli attivisti Lgbtqi hanno fatto da allora abbia aiutato la società a fare grandi passi in avanti, sono convinto che un adolescente di oggi abbia maggiori mezzi per affrontare serenamente il percorso, sono convinto (anzi, mi auguro) che almeno l’assunto di “anormalità” siamo riusciti a smontarlo in larga parte dell’immaginario collettivo. Ossia che un adolescente, oggi, sappia che ad aver torto è chi non ti accetta per quello che sei, che non sei tu ad essere fuori posto nella società.

E’ un grande passo. Un passo enorme.

Ma ancora oggi, quando insegno, mi capita di raccogliere, insieme ad esempi nobili, storie rovinose: ragazzi e ragazze cacciati di casa, genitori che, cito testualmente, dicono “era meglio se quella sera mi sparavo una sega”. Vi disturba il linguaggio? Immaginate al figlio.

Questo non è un articolo in difesa della legge Zan: il dibattito su questo disegno di legge è mortificante, avvelenato da interessi politici, anzi, peggio, elettorali. Non voglio nemmeno entrarci.

Questo articolo pone solo una domanda: quanta sofferenza un essere umano è disposto a infliggere a un altro essere umano in nome di una convinzione? Di quanti ostacoli alla felicità altrui è disposto a sentirsi responsabile? Quanto dolore si sente di infliggere ancora, in nome di un’idea, a chi non ha colpe?

Alfonso Antoniozzi


–  Emanuel Alison: “Transgender cacciate di casa, discriminate sul lavoro e alcune costrette alla prostituzione…”


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7 luglio, 2021

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