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Diritti - Intervista a Michele Savi che racconta l'episodio avvenuto a Torino: "Con mio marito ci eravamo abbracciati e scambiati gli anelli di matrimonio, c'è ancora chi dice che il Ddl Zan non sia una priorità..."

“Cacciati da un bar perché omosessuali”

di Raffaele Strocchia
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Michele Savi

Michele Savi


Viterbo – Insieme da nove anni, Michele Savi e il compagno il 15 luglio dello scorso anno si sposano al comune di Viterbo. “Un matrimonio – racconta Savi – senza amici né parenti per via del Covid, solo con i testimoni e il nostro cane Balù. Un matrimonio organizzato in cinque giorni, in cui non c’è stato tempo di fare le fedi”. Da qui l’idea: scambiarsi gli anelli nel giorno del primo anniversario durante un viaggio a Torino, con tanto di visita privata al Museo egizio.

“Ho scelto – scrive Savi in un post pubblico sul suo profilo Facebook – il bar più bello del centro per chiedere a mio marito se dopo un anno mi avrebbe risposato e per dargli le fedi che avevo nascosto in tasca. Abbiamo ordinato due caffè, due pasticcini e due bicchieri d’acqua. Ho tirato fuori gli anelli, ci siamo commossi e abbracciati. Lui ovviamente ha detto sì. Sognavo questo momento da una vita – continua Savi – se non fosse che prima la cameriera ci ha sottratto tutto e poi è intervenuto il personale a disposizione per invitarci a lasciare il locale il prima possibile… perché con mille tavoli liberi serviva inevitabilmente il nostro”.


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La foto ricordo scattata da Savi e dal marito nel bar di Torino


Un episodio avvenuto per la vostra omosessualità?
“Credo proprio di sì, non c’è altra spiegazione”.

Le motivazioni le avete chieste?
“Non mi andava di polemizzare e di rovinare il momento magico della nostra vita e la giornata. Avevamo la visita prenotata al Museo egizio e non volevo discutere con lo stronzo di un bar”.

Poi però ha sentito la necessità di sfogarsi su Facebook. Perché?
“Perché l’episodio non è stato carino e perché oggi, mentre si parla di Ddl Zan, c’è chi continua a dire che combattere tutto questo non è prioritario. Non è possibile allontanare delle persone da un locale per questioni razziali o di sesso. Anche nella Costituzione è scritto che siamo tutti uguali e abbiamo pari dignità. Poi io e mio marito siamo sposati, uniti civilmente all’anagrafe del comune di Viterbo da un ufficiale dello Stato”.

Come ha vissuto l’episodio di Torino?
“Con disagio. Mi ha dato fastidio, non è stato piacevole. Non è stato meno peggio del se ci avessero offeso o insultato. È stato differente nei modi e nelle parole, ma non nella sostanza. Non è stato bello neppure che sia successo a Torino, una città che si professa europea”.

Le era mai capitato prima?
“Da sempre vivo la mia omosessualità alla luce del sole ed episodi da raccontare ce ne sarebbero 100mila: dalle scuole elementari ad oggi. Ma mai uno eclatante come questo. A Viterbo, che sarà anche una piccola provincia, una cosa del genere non mi è mai successa”.

Diceva che a Torino non siete stati insultati o offesi…
“Questo no. Nel bar hanno prima levato le cose dal tavolo e poi ci hanno detto se potevamo liberarlo, nonostante ci fossimo appena seduti e avessimo pagato il servizio. Avevamo scelto quel locale proprio per stare un attimo seduti. E poi non c’era motivo di lasciare il tavolo, essendocene altri liberi. Uno era proprio accanto a noi, ma tutto il dehor coperto era vuoto. Ci hanno detto di andare via con le cose ancora sul tavolo, prese da due minuti e praticamente ancora da consumare”.

Se invece di Michele e suo marito ci fossero stati un uomo e una donna, crede che non gli avrebbero detto nulla?
“Certo che non gli avrebbero detto nulla”.

Il post che ha pubblicato su Facebook ha comunque generato tanta solidarietà…
“Ne sono molto contento. Ma sia ben chiaro: non l’ho scritto per vittimismo o per cercare compassione, bensì solo per rendere noto un episodio brutto e spiacevole che non deve ripetersi mai più. Se potessi, lo dimenticherei”.

Raffaele Strocchia


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21 luglio, 2021

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