Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Le vicende della pandemia, come accade negli episodi più drammatici della Storia, hanno messo a nudo gli aspetti sublimi e quelli deteriori del comportamento umano, sia individuale che collettivo. C’è la vicenda esaltante dei sanitari che si sacrificano giorno e notte di fronte ad una malattia difficile da affrontare e c’è la vicenda demenziale di chi gioca con le congetture e considera i diritti come prerogative da poter rivendicare egoisticamente senza assumersi responsabilità.
Francesco Mattioli
C’è la vicenda di chi scopre il dono della solidarietà e c’è la vicenda di chi si arma di un individualismo aggressivo e iperprotettivo del sé, fino a sfruttare il dolore altrui a proprio vantaggio. Insomma, belle e brutte storie. Come sempre, del resto.
Ma c’é anche un altro aspetto che incuriosisce, che l’incrudelire della pandemia ha messo in risalto: il complicato rapporto tra sostanza e forma.
La filosofia ha più volte ribadito l’intima connessione tra sostanza e forma. La sostanza è senza dubbio il “reale fenomenico”, così come ci appare fisicamente: accadimenti, comportamenti, problemi di ogni genere, da quelli sociali a quelli naturali, che l’Essere Umano incontra nel suo viaggio nel mondo e nel tempo storico.
La forma consolida le esperienze concrete in un bagaglio conoscitivo ordinato di “criteri” – etici, logici, pragmatici – che ci permettono di organizzare la nostra condotta di fronte, appunto, agli accidenti, ai comportamenti, ai problemi. Vale l’esempio delle “leggi”, che definiscono i criteri di valutazione dei comportamenti collettivi e costituiscono una “formalizzazione” delle modalità della convivenza. E vale per le “teorie” scientifiche, che rappresentano una generalizzazione delle conoscenze sperimentali.
Le leggi provengono sia da scelte di valore, etiche, elaborate nel corso della Storia, sia dalla conoscenza offerta dalla scienza. Leggi che ad esempio debbono coniugare il valore della libertà individuale con i vincoli dei bisogni collettivi, come insegnavano Rousseau e Montesquieu, e regole che governano l’uso delle varie tecnologie tenendo conto della conoscenza fornita dalla scienza, come nel caso delle risposte alla pandemia.
Sostanza e forma quindi si rinviano l’una all’altra; pur restando distinguibili, non si contrappongono in termini funzionali. Peraltro la loro distinguibilità è fondamentale, perché serve a circoscrivere l’eccesso di ciascuna di esse. Troppo formalismo rischia di far perdere di vista il reale: gli eccessi della burocrazia, i veti incrociati tra i diversi poteri istituzionali ne sono un esempio; ma troppa attenzione all’esteriorità e all’apparenza dei fatti rischia di far perdere la capacità di dare loro ordine e significato, creando il far west dei bisogni, delle opinioni e delle azioni.
Il dibattito sui vaccini è un esempio probante di come la sostanza (la prassi sanitaria di contrasto) abbia bisogno di assumere una forma (i provvedimenti legislativi come il lockdown o il greenpass), e quindi di come la forma derivi sì dalla sostanza, ma dia ad essa un ordine. Anche il dibattito sulla privacy in tempi di pandemia è un tema che mette a confronto forma e sostanza: dove termina il diritto formale alla privacy dell’individuo e inizia i diritto sostanziale della comunità a sapere se, come e quando proteggersi?
In realtà l’interrelazione tra sostanza e forma assume un ruolo cruciale quando ci sono di mezzo i valori fondativi della convivenza umana, come nella politica e nella religione. Si pensi al cosiddetto “politicamente corretto”: è ispirato dai valori della libertà, della democrazia, della dignità individuale, del rispetto della diversità, ma una sua applicazione cieca e acritica, puramente formale, può condurre a mostruosità come la damnatio memoriae persino della scoperta dell’America o a lamentare il sessismo di Gesù nello scegliere solo apostoli maschi.
A proposito di sostanza e forma nella religione, voglio ricordare un agile e incisivo volumetto di don Gianni Carparelli sulla liturgia (La scintilla e l’incendio, Viterbo, 2021), che spinge a riflettere. In particolare, emerge la differenza tra fede, esperienza del sacro per dirla con William James e con Mircea Eliade, e religione come sintesi di valori etici, come pratica organizzativo/gerarchica e come liturgia. Insomma, da un lato una fede che non cambia nella Storia, e dall’altro una religione che invece con la Storia intesse inevitabili relazioni di interdipendenza.
L’Autore affronta in particolare la necessità di ridisegnare nei fedeli il significato vero della liturgia che, proprio perché fortemente ritualizzata, sembra talvolta distaccarsi da un legame concreto con il divino. Eppure è la liturgia la scintilla, suggerisce don Gianni, che si accende per alimentare il fuoco della fede: purché il fedele si renda conto del significato vero di ogni passo della prassi liturgica e la usi per sostentare sia la propria fede, sia il proprio operato nella società.
In effetti nel volumetto di don Gianni vi sono citati dei passi che valgono anche in una prospettiva meramente laica. Ad esempio, quello di Gandhi: “ Quando si prega è meglio avere un cuore senza parole che delle parole senza cuore”; quello di Madre Teresa di Calcutta: “Prima pensavo che la preghiera cambiasse le cose; ora ho capito che la preghiera cambia noi e noi cambiamo le cose”; o quello di Einstein: “ Se vuoi capire una persona, non ascoltare quello che dice, osserva la sua vita”.
E per finire, il pensiero del vescovo Romero, quando durante una di quelle omelie che gli costarono la vita, affermò che la liturgia serve per avere la forza e la chiarezza con cui dare un orientamento sano alle cose della Terra, non per sfuggire alla realtà.
Sostanza e forma insomma non possono mai allontanarsi fra loro. Solo così si comprendono anche i termini veri del problema della convivenza ai tempi del pandemia.
Le piccole strategie dell’opportunismo politico, dell’ignoranza elevata a sapienza, di una prassi quotidiana senza criterio, ma anche la supponenza del fariseo benpensante, e all’opposto l’indignazione a comando di certo politicamente corretto, o l’acquiescenza ai dettati di un influencer d’accatto, sono casi in cui debordano un ritualistico, ottuso formalismo oppure un brancolante e miope pragmatismo. In ogni caso, sono risposte inadeguate, e quindi pericolose, per tracciare il nostro cammino verso il domani.
Francesco Mattioli
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