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Viterbo - Nella Tuscia 25 novembre nel segno di Mariola, la mamma cui è stato ucciso il bimbo di dieci anni - Poi ci sono le vittime che si sono messe in salvo

Giornata contro la violenza, le storie di quattro donne in cerca di riscatto

di Silvana Cortignani
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Viterbo – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nella Tuscia il pensiero corre inevitabilmente a Mariola Rapaj. E’ la mamma 37enne cui il marito, che lei non ha voluto denunciare nonostante il divieto di avvicinamento per maltrattamenti in famiglia, ha ucciso il figlio di dieci anni lo scorso 16 novembre a Vetralla. Figura emblematica di tutte le donne viterbesi vittime di violenza in occasione della ricorrenza del 25 novembre. 

E’ tornato invece in libertà appena due giorni fa, il 23 novembre dopo avere scontato 14 anni di carcere a Mammagialla per violenza sessuale e omicidio in concorso, Rudy Guede, il trentenne ivoriano condannato per lo stupro e la morte della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa nella sua abitazione di Perugia la sera del primo novembre 2007. 

C’è poi il caso di Andrea Landolfi, il pugile romano 33enne accusato di femmicidio, assolto lo scorso 19 luglio dalla corte d’assise del tribunale di Viterbo. Si è chiuso così il processo di primo grado per la morte di Maria Sestina Arcuri, la 27enne precipitata dalle scale di casa della nonna del fidanzato, in un appartamento su due piani di una palazzina quadrifamiliare di via Papirio Serangeli a Ronciglione, verso le due della notte tra domenica 3 e lunedì 4 febbraio 2019.

Decine e decine i casi sfociati in processi per maltrattamenti in famiglia, lesioni, minacce, violenza sessuale in corso presso il tribunale di via Falcone e Borsellino. Alcuni relativi a donne che nel frattempo, in qualche modo, sono riuscite a sbrogliare la matassa e a dare un nuovo senso alla propria vita.


Violenza sulle donne - foto di repertorio

Violenza sulle donne – foto di repertorio


“Adesso siamo io e i miei cinque figli, uniti e sereni”

Risale allo scorso 21 ottobre la drammatica testimonianza di una 37enne, anche lei d’origine albanese come Mariola, residente in un centro dei Cimini, madre di cinque figli, due femmine avute dal primo marito e altri tre dal secondo compagno, tutti nati col parto cesareo. Quando è arrivata la quinta gravidanza, la terza in quattro anni, l’ha sfiorata il pensiero di rinunciarvi: “Lui mi ha obbligata a portarla avanti, minacciando di uccidere la maggiore delle mie due figlie adolescenti, sono stata costretta”. L’ha denunciato due anni fa, alla vigilia della Befana, quando ha rovesciato a terra la tombola comprata per i bambini, accusandola di sperperare i soldi. 

E’ stato l’inizio della rinascita. “Adesso siamo io e i miei cinque figli. Grazie all’aiuto dei servizi sociali, cui sono stati affidati dal tribunale per i minori, anche se sono collocati da me, abbiamo una casa popolare dove stare, io corro tanto, mi do da fare come meglio posso tutto il giorno, ma riusciamo ad andare avanti uniti e a stare tutti insieme serenamente“, ha spiegato in aula, dicendo che il primo marito provvede alle figlie più grandi, mentre il secondo contribuisce quando e come può e che è lei stessa a garantire incontri regolari con i tre figli avuti da lui, accompagnandoli in auto, visto che l’imputato si è trasferito in un altro paese ed è senza patente.  


Mamma 19enne lancia l’allarme anche senza parlare italiano

Ad Arlena di Castro una mamma 19enne d’origine marocchina, che non parla una parola di italiano, la scorsa estate ha trovato un escamotage per farsi soccorrere dai carabinieri. Erano circa le 18 del 26 giugno quando, con in braccio la figlioletta di appena dieci mesi, ha telefonato al 112 dicendo loro solo una cosa “farmacia di Arlena”, ma col tono di voce talmente agitato e concitato da far arrivare immediatamente sul posto una pattuglia, che l’ha trovata ferma ad aspettare. 

Ha denunciato per maltrattamenti non solo il marito, un connazionale trentenne, ma anche i suoceri, che l’avrebbero privata dei documenti e costretta a vivere segregata in casa, con la minaccia di rispedirla in patria. Il compagno è stato arrestato, i genitori sono stati allontanati dalla casa familiare, dove convivevano con la giovane coppia e la nipotina.


Viterbo - Palazzo di giustizia

Viterbo – Palazzo di giustizia


“Senza di lui viviamo finalmente sereni”

“Senza di lui, ora finalmente io, i miei figli e il cane viviamo sereni”. Lo ha detto una 43enne originaria dello Sri Lanka, mamma di una 17enne e di un 13enne che il marito, sottoposto alla doppia misura cautelare dell’allontanamento e del divieto di avvicinamento nell’autunno 2019, avrebbe voluto crescere secondo i costumi del suo paese. 

“Quando dormite, vi taglio la gola a tutti e tre, vi faccio a pezzettini e vi mangio”, li avrebbe minacciati durante una delle tante scenate, quando la figlia ha temuto il peggio e ha chiamato lei i carabinieri. L’ex moglie ha ridimensionato gli episodi, lo ha descritto come un brav’uomo, tanto che il 17 novembre è stato assolto dall’accusa di maltrattamenti, ma indietro non tornerà.

“Lui non voleva divorziare, adesso però ha capito. Vuole tanto bene ai figli, non gli fa mancare nulla, dice che dobbiamo dare loro un futuro ed è contento che proseguano gli studi”. La donna, perché la figlia potesse andare a lezione di violino, siccome il marito non era intenzionato a pagare, si è messa a lavorare lei per racimolare i soldi. 

E nonostante l’uomo facesse resistenza, ha preso ai figli un cane. Lui diceva ‘cani e uomini non possono stare insieme’. Secondo me, invece, un cane è utile a insegnare ai figli a diventare, prima che medici o avvocati, degli esseri umani, educandoli nei sentimenti”, ha detto, raccontando la sua emancipazione. Il cane è ancora a casa, il marito è diventato ex.


Patente e utilitaria per rendersi indipendente

Una storia di riscatto a caro prezzo quella di una mamma d’origine nordafricana, giunta in Italia per sposare un connazionale nel 2003.  “Quando sono venuta in Italia, non parlavo la lingua. Nel 2004 ho iniziato a lavorare presso un’azienda, poi è nata nostra figlia, che aveva pochi mesi quando abbiamo scoperto avere una malattia genetica ereditata da me. Ogni occasione era buona per dirmi ‘non vali niente, non sei buona neanche a fare i figli sani’ oppure ‘sei un ippopotamo, ti sei guardata quanto sei cicciona, ti sei pesata?’. Ho subito per anni, per vergogna e perché non potevo creare situazioni che potevano danneggiare nostra figlia”, ha raccontato in aula lo scorso 13 gennaio al processo in cui l’uomo è imputato di maltrattamenti aggravati in famiglia. 

Nel 2017 la presunta vittima, presa nel frattempo la patente e comprata un’utilitaria per essere più indipendente, tutto a spese sue, ha iniziato a frequentare un centro antiviolenza e si è decisa a recarsi in patria per chiedere il divorzio. “Al ritorno però lui non ha voluto saperne né di lasciare la casa su cui pende un mutuo, né di aiutarmi ad affittarne un’altra”, ha spiegato raccontando la convivenza forzata col marito.

A febbraio 2020 si è decisa a denunciarlo, ottenendo l’allontanamento ma riaccettandolo in casa su pressione dei parenti. La situazione è poi precipitata durante il lockdown della primavera 2020, quando il matrimonio è definitivamente naufragato. Il processo è in corso.

Silvana Cortignani


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25 novembre, 2021

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