Roma – Per il Quirinale Fausto Bertinotti parla della possibilità di individuare una figura fuori dal ceto politico, perché ritiene quest’ultimo “il recinto della crisi del rapporto con il popolo”. Ex politico e sindacalista della Cgil, pensa che sia infatti necessario tornare in qualche modo a dar voce ai cittadini. Bertinotti, uno dei personaggi più autorevoli del panorama politico italiano, dal 1994 al 2006 è stato segretario nazionale del Partito della rifondazione comunista e dal 2006 al 2008 presidente della camera dei deputati.
Viterbo – Fausto Bertinotti
Bertinotti, in un recente intervento televisivo lei ha parlato della possibilità di individuare per il Quirinale qualcuno di autorevole al di fuori dei ceti politici. Perché l’Italia avrebbe bisogno di una figura di questo tipo come capo dello stato?
“Una figura non appartenente ai ceti politici non vuol dire che non sia politica. Un intellettuale, un operaio, una donna che lavora o che studia possono benissimo avere una cultura politica di prim’ordine. Parlo della possibilità di individuare una figura fuori dal ceto politico perché questo è il recinto della crisi del rapporto con il popolo. Bisognerebbe tornare in qualche modo a dare voce al popolo e si possono individuare delle figure la cui attesa sarebbe ben riposta”.
Lei ha parlato del cosiddetto “sistema” come di una forza che, in nome della stabilità, vorrebbe confermare Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale. Un’ipotesi condivisa per altro da una grossa fetta della popolazione. Lei la condivide?
“Bisogna fare una distinzione tra quella che è la mia analisi e quella che invece è la mia opinione politica. La mia analisi è che il sistema avverte un bisogno di stabilità nel momento in cui la ripresa e la crescita incontrano elementi di instabilità sia esterni, sia interni, che di mercato. E questa domanda di stabilità troverebbe una risposta nella coppia che è stata costruita apposta per questo. Per quanto riguarda invece la mia opinione politica, penso che questa sia la domanda di stabilità di un sistema che vive nella crisi e la produce, in particolar modo quella sociale. Si tratta di un sistema fondato tutto sulla crescita che però produce disoccupazione, precarietà e dilatazione delle contraddizioni tra i molto ricchi e l’accrescimento della povertà. È dunque la pretesa di stabilità di questo sistema secondo me andrebbe cambiata”.
Gran parte del paese vuole però continuare ad appoggiarsi a Draghi, che ha un passato non da politico, indipendentemente che resti premier o diventi presidente della repubblica. La politica sembra dunque non riuscire più a produrre una propria classe dirigente. Dove nasce il fallimento della politica?
“Nasce dalla sconfitta del movimento operaio in Europa dopo la grande ascesa negli anni Settanta, con tutte le conquiste sociali e di civiltà che sono state raggiunte in quel periodo. C’è una rivincita del capitalismo che produce una vera e propria rivoluzione capitalistica, però dal segno regressivo. Tutto questo mette in crisi la democrazia e la politica, a cui si aggiunge anche la caduta verticale dell’autorevolezza, del peso e del radicamento dei partiti, che erano invece la spina dorsale della repubblica nel ciclo precedente”.
Per diversi giorni si è parlato di Silvio Berlusconi come di un possibile candidato alla presidenza della repubblica…
“L’idea della candidatura di Berlusconi era destinata a finire rapidissimamente, è il colpo di coda di un protagonista della vita politica italiana. La sua operazione politica a me sembrava quella di far correre gli altri dentro un’ipotesi che veniva presentata come plausibile, e non lo era, così da rallentare la presa di coscienza della necessità di costruire delle candidature autorevoli”.
E non poteva esserlo Berlusconi?
“Berlusconi è stato l’artefice dell’avvio di una controriforma politico culturale che ha contribuito in larga misura a sostituire la democrazia parlamentare con la centralità dell’esecutivo, e i partiti di massa con il partito del leader e il partito azienda. Con un ridimensionamento quindi drastico della democrazia reale del paese. Per questa ragione penso che la sua non potesse essere una candidatura che guardasse al futuro del paese”.
Lei ha più volte sostenuto che Berlusconi ha contribuito a trasformare la sinistra italiana. In che modo?
“Penso che abbia contribuito a una metamorfosi della sinistra che si è esaurita nello scontro con Berlusconi, dimenticando quello con il capitalismo, con il modello di sviluppo ineguale e con un sistema economico sociale che rappresentava la ragione della nascita e della presenza della sinistra. Per combatterlo e per cambiarlo. Berlusconi ha contribuito dunque alla metamorfosi passiva delle sinistre, che hanno smesso di essere tali per diventare sostanzialmente partiti liberali”.
Ritornando invece al presidente della repubblica, un giudizio sull’operato di Sergio Mattarella?
“Mattarella è un presidente con un grande senso di responsabilità. Il suo è un atteggiamento che cerca di riprodurre elementi di civilizzazione in una politica in cui i segni di imbarbarimento erano e sono ancora notevolissimi. La fiducia che si è guadagnato nel paese è diretta in primo luogo nei confronti dello stile con cui ha portato avanti, con decoro, un incarico pubblico”.
Edoardo Venditti
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