Sergio Mattarella
Viterbo – Tante se ne son dette sulla rieleggibilità del capo dello stato. Tante ed importanti quanto il silenzio in materia da parte dei padri costituenti del 1947 che, nell’approvare l’art. 85 della carta (Il presidente della repubblica è eletto per sette anni), decisero di soprassedere su un emendamento presentato per consentire la “rielezione consecutiva non più di una volta”. L’aveva proposto un deputato importante, molto amico del fondatore del Partito popolare italiano don Luigi Sturzo, medico personale di De Gasperi e rettore della Sapienza. Non fu ascoltato e dovette ritirarlo, restando così alla libera interpretazione dei posteri il permanere al Quirinale per quattordici o anche ventuno e più anni, non essendoci l’impedimento formale che, invece, il presidente Mattarella reclama.
Non tutti i suoi predecessori furono però dello stesso avviso, a cominciare dal primo, Luigi Einaudi, il Draghi del tempo, che, all’Italia povera ed emarginata dalle nazioni vincitrici la guerra, aveva riaperto i mercati mondiali, garantendone la credibilità da stimato ministro tecnico del Tesoro.
Alla scadenza del mandato, quello statista di sicura semplicità e parsimonia (nei pranzi ufficiali fu visto chiedere all’ospite di dividere una mela per non mandarne sprecata mezza) si aspettava il rinnovo e lo chiese esplicitamente ai deputati della DC che gli preferivano Cesare Merzagora ma, nel segreto dell’urna e con l’intervento mirato dei franchi tiratori, elessero Giovanni Gronchi.
Altri tempi certamente, quando le funzioni del presidente della repubblica erano considerate sostanzialmente di rappresentanza, quando c’erano parlamenti forti e parlamentari competenti e gelosi delle loro prerogative sempre in grado di scegliere fra loro i capi dello stato e del consiglio (questi, anche troppi: in media uno ogni due anni e mezzo). Diversa la musica e diversi i suonatori oggi che il capo dello stato è costretto a scegliere i premier fuori dalla politica e i grandi elettori paiono disistimarsi tanto da certificare che nessuno di loro può ascendere al Colle ( e complimenti pure a noi che li abbiamo eletti!).
Una volta, ai papi appena nominati mostravano la stoppa che bruciava ammonendoli: “Così passa la gloria”. Ora non si fa più e anziché di “gloria” pontificale si parla di servizio. Anche di qua dal Tevere. Ma servizio permanente effettivo.
Renzo Trappolini
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