Roma – Dopo la decisione di ieri sull’eutanasia, la Corte costituzionale ha dichiarato oggi inammissibile anche il referendum sulla depenalizzazione della coltivazione della cannabis.
Il palazzo dove ha sede la Corte Costituzionale
Lo ha comunicato il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, in conferenza stampa. Il referendum “non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti – ha affermato Amato -. Il quesito era articolato in tre sotto quesiti. Il primo relativo all’articolo 73 comma uno della legge sulla droga prevede che scompare tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle uno e tre, ma la cannabis è alla tabella due, quelle includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo è sufficiente per farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum”.
“Dopo la decisione di ieri sull’eutanasia, oggi abbiamo perso l’occasione di cambiare un’altra legge che in questo paese nessun politico ha il coraggio di toccare – è stato il commento dell’associazione Luca Coscioni, tra i promotori del referendum sull’eutanasia e sulla cannabis -. Questa non è solo una sconfitta per le centinaia di migliaia di persone che hanno firmato per poter votare sul tema. È il fallimento di una Corte che non riesce permette ai cittadini di esercitare un loro diritto, e una perdita per il parlamento, che da trenta anni non riesce ad adeguare le leggi sulle droghe alle esigenze della giustizia, della sicurezza, della salute, della libertà dei cittadini. A vincere oggi è il monopolio della cannabis, una pianta usata anche a fine terapeutico da migliaia di anni, nelle mani della criminalità”.
In totale erano otto i quesiti referendari che sono stati sottoposti all’attenzione della Corte costituzionale. Respinti, oltre a quello sulla cannabis, anche i referendum sull’eutanasia e sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono invece stati accolti gli altri cinque quesiti. Questo significa che nei prossimi mesi la popolazione italiana sarà chiamata a esprimersi sulla limitazione delle misure cautelari, sull’abrogazione delle norme in tema di incandidabilità, sulla separazione delle carriere in magistratura, sull’eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione nel consiglio superiore della magistratura e sul diritto di voto degli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei magistrati all’interno dei consigli giudiziari.
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