Viterbo – Tutti col fiato sospeso, questo giovedì 24 marzo, a vedere se la Nato riesce davvero a scongiurare la terza guerra mondiale come era negli obiettivi di chi la volle, peraltro, allora, un po’ in sordina, se è vero che, quando il primo parlamento repubblicano, il 2 dicembre 1948, discusse respingendola una mozione socialista non proprio favorevole all’Alleanza atlantica, i deputati più che alla politica estera parvero interessati all’argomento sollevato a fine seduta da un eletto del viterbese (seppure nato a Roma) il medico radiologo Domenico Emanuelli.
Si trattava dell’evasione dal carcere del maestro di musica Arnaldo Graziosi e soprattutto della sua condanna per uxoricidio nonostante fosse stata riconosciuta autografa la lettera con cui la morta firmava il proprio suicidio. C’erano a Montecitorio tanti di quelli che oggi onoriamo come Padri della patria, ma si sa, l’uomo è uomo e a volte non dispiace mettere il dito tra moglie e marito.
Eppure in quella seduta erano scesi in campo i calibri maggiori. Nenni, declamò che “il capitalismo porta in sé la guerra come la nube porta l’uragano” e raccontò come Mussolini ammonisse il ministro degli esteri Ciano durante il negoziato per una intesa tra nazioni (il Patto d’acciaio) a “parlare di pace, ma prepararsi alla guerra”.
Sul progetto di un’alleanza militare il presidente del consiglio De Gasperi, fin da maggio, era stato sollecitato dagli Stati Uniti, magari con qualche riferimento di troppo al rifinanziamento del piano di aiuti Marshall. Cosa, quest’ultima, che lo disturbò. Ma era convinto che l’Europa, per di più senza la Germania in astinenza da qualsivoglia riarmo perchè sconfitta, non avrebbe potuto disporre da sola di un efficace sistema difensivo che, invece, la concreta presenza sul territorio del meglio attrezzato apparato militare americano avrebbe garantito.
Togliatti parlò dei positivi risultati raggiunti in agricoltura dall’Unione Sovietica, considerata dagli altri “il nemico”, e, quasi commosso, concluse “Come si può pensare che un paese così buono ed operoso possa esser sospettato di pensare e scatenare guerre di conquiste e di aggressione?”, mentre l’ex’fascista Almirante si schierò per il “vigile equilibrio”, in pratica una politica di neutralità.
Ci furono altre sedute ed alla fine la camera, il 2 luglio dell’anno dopo, ratificò il trattato nel quasi disinteresse dell’opinione pubblica, bocciando un testo presentato dal Pci che recitava: “La Camera, convinta che la ratifica del Patto atlantico è contraria agli interessi della nazione, passa all’o.d.g.”.
Poi, nel 1976 Enrico Berlinguer, in una storica intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere, confessò di sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello del Patto atlantico che sotto quello del Patto di Varsavia”, a guida sovietica e il Pci con un voto alla Camera ne sancì la funzione di “punto di riferimento fondamentale della politica estera italiana”. Ottimo biglietto di invito al governo, cui nel ‘98 fu chiamato – dietro suggerimento un po’ perfidamente democristiano di Francesco Cossiga – Massimo D’Alema, mentre la Nato si preparava a bombardare Sarajevo, in Serbia. Qui vicino.
L’Alleanza aveva retto forse anche oltre i confini temporali che gli erano propri e regge ancora. Speriamo, comunque, sempre nella pace e con un’Europa non “agli ordini”. Dello zio Sam.
Renzo Trappolini
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