Viterbo – La camera di commercio di Viterbo e Rieti ha pubblicato un report dell’indagine condotta da Unioncamere sui trend economico-territoriali del Lazio nel 2021, in collaborazione con le camere di commercio laziali e nell’ambito del progetto regionale Sostegno del turismo.
Non entro più di tanto nel dettaglio dei dati, ma alcune considerazioni più generali possono essere fatte.
I dati pubblicati trattano in particolare delle motivazioni dei turisti a muoversi sul territorio: arte e cultura, natura, sport, rapporto qualità/prezzo, possibilità di contare sull’ospitalità di parenti e amici sono le motivazioni più gettonate, che tuttavia rivelano una certa genericità. Interessante, ancorché scontato, il dato relativo alle fonti di informazione (internet e recensioni sui portali turistici come Tripadvisor) che mette ormai al primissimo posto la dimensione prettamente mediatica dell’appeal turistico. E più in termini di “narrazione” che in termini meramente economici.
I dati non dicono tutto. Forse perché le modalità con cui sono stati sollecitati e raccolti, o solo presentati, non lo hanno consentito.
Intanto non vi è traccia della dimensione termale (eppure tra Fiuggi e Viterbo, qualcosa a riguardo doveva emergere…). Di certo, appare strano che il Viterbese, con il forte carico dell’impareggiabile centro medievale del capoluogo, di Tuscania, di Tarquinia e la diffusa estensione territoriale dei parchi archeologici etruschi, attiri sul piano artistico e culturale “solo” il 37% dei suoi turisti, pressoché come il Reatino che su questo piano offre molto meno (è più vocato, con il Terminillo, per escursioni e sport). A meno che la generica motivazione “curiosità”, che attrae i turisti nella Tuscia per quasi un 19%, non celi ulteriori attenzioni per una dimensione latamente culturale.
Se anche circa il 60% dei turisti è in un modo o nell’altro habitué del territorio, il sospetto è che questo dato non incida più di tanto sul fatturato turistico, anzi operi in senso opposto: troppi infatti coloro che si appoggiano a parenti e amici, alle seconde case e che praticano il mordi e fuggi, talora anche un pochino fagottaro, della gita “fuori porta”. Un quarto dei turisti del Viterbese è ancora semplicemente di prossimità, cioè rientra in serata… E comunque è noto che la stanzialità media è tutt’altro che alta, nel Viterbese.
Purtroppo il report pubblicato, ancorché di grande interesse, non entra in certi dettagli metodologici dell’indagine e non è quindi possibile approfondire, almeno in questa sede. Ma l’impressione che si trae da certi dati è che sull’appeal turistico della Tuscia occorra ancora lavorare, e molto.
Oggi il turismo culturale è in fortissima ascesa. E per culturale non va inteso soltanto quello che visita i musei o le mostre d’arte, ma anche quello che in senso più latamente antropologico va “alla scoperta” delle vocazioni e delle identità di un territorio, quindi allarga i suoi interessi al paesaggio, all’enogastronomia di qualità e al folclore (quello vero, non alle sagre inventate da un anno all’altro…). Non a caso questa concezione di un turismo culturale multidimensionale è particolarmente diffusa nelle più giovani generazioni, abituate ad una visione “sistemica” dell’esperienza turistica.
Ed è un turismo che diventa sempre più globale, quindi deve aprire il suo linguaggio intanto ad una clientela nazionale, non meramente regionale, e poi proporsi addirittura sul piano internazionale (per fortuna, almeno una parte del Viterbese lo fa già). Per conseguenza, deve diventare un turismo anche maggiormente “stanziale”, capace di trattenere il turista su più giorni. Questo obiettivo si può realizzare facendo convergere varie strategie: quella del rapporto qualità/prezzo, ovviamente; ma anche quella dell’offerta di stimoli differenziati (alla contemporanea scoperta di storia, cultura, mare, lago, montagna, gastronomia). E quella, in risposta ad un bisogno crescente in modo esponenziale, del wellness e del termale. Un’offerta, peraltro, che può risentire meno della stagionalità, come accade invece per le vacanze di mare o di montagna.
La Tuscia, su questo, si trova avvantaggiata rispetto alle altre province del Lazio, soprattutto perché non ha bisogno di inventarsi estemporanee narrazioni; rivaleggia piuttosto con la Toscana, ricca certo di offerte e di mitologie narrative, ma talora anch’essa abile ad inventarsi prerogative ed esclusive che non le spettano (come quella di essere la terra madre degli etruschi…). Ma è necessario acquisire una particolare abilità: quella di sapersi “vendere” professionalmente sul mercato, cioè di sviluppare un maggior senso di accoglienza, di saper governare il mito, quindi di saper creare un più profondo fascino “mediatico”, presso un pubblico che ormai in un modo o nell’altro naviga su internet e sui social anche otto ore al giorno.
Francesco Mattioli
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