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L'opinione del sociologo - La politica viterbese è come l'epoca dei comuni: risse tra campanili, risse persino sotto lo stesso campanile, giochi a perdere, purché cada Sansone sì, ma con tutti i filistei

Siamo del gatto?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Franco Leonardi è stato un signore siciliano di finissimo ingegno e di una sensibilità che proveniva dall’antica cultura multiculturale dell’isola. In lui si sentiva la saggezza di chi, abbeverato al pensiero dei greci, dei musulmani, dei normanni in un abbraccio intellettuale che copre tutto il Mediterraneo e risale fino al nord d’Europa, sa valutare le cose con il conforto della storia. Ma era soprattutto un sociologo. Uno dei padri fondatori della sociologia italiana, con Ferrarotti, Pizzorno, Gallino…

C’è una affermazione che mi ritorna sempre in mente, di Leonardi. Che in sociologia non si devono dare giudizi avventati. Si devono attendere i risultati della ricerca. Perché, se è vero che l’uomo è capace di comportamenti imprevedibili, questi non lo saranno mai per un sociologo che ha saputo fare ricerca sul campo, tastando il polso della società in cammino. Perché la sociologia è una scienza e una scienza, come asserivano due altri miei maestri, Gianni Statera e Vittorio Somenzi, è tale solo se fa ricerca. Non è cosa per i quaquaraquà da salotto buono, e neppure per quelli da talk show o da biblioteca. Tutti luoghi, per carità, dove si può fare cultura anche ai massimi livelli, ma nei quali il sociologo dovrebbe muoversi solo a partire dalle nozioni scientifiche che è in grado di comunicare. Grande cosa la comunicazione. È il fondamento di ogni relazione, la base dell’informazione in tutte le sue declinazioni, l’operazionalizzazione di ogni decisione.   

Tutto ciò per dire che nel marasma pre-elettorale che si sta coagulando a Viterbo, qualcosa sarebbe necessario discernere e sarebbe necessario farlo da un punto di vista sociologico. Non c’è tempo per farlo a partire dai dati di una ricerca sul campo? C’è però una sequenza storica recente che può aiutare come se fosse il dato empirico. 

La cosa buffa è che sto parlando per lo più di amici. O almeno di conoscenti. Con quello hai frequentato le discoteche degli anni settanta, con l’altro hai in comune tifoserie e pratiche calcistiche, con l’altro ancora hai condiviso le storie di piazza Crispi, con quest’altro hai vissuto la tua crescita intellettuale, e con un altro ti sei gioiosamente scontrato, anche se nel mio caso solo per poco, negli agoni della politica, e con qualche altro ancora hai scambiato rispetto e stima. Poi, al succo, la politica ti deve dividere, distaccare. Al momento del voto, preferirai qualcuno a danno di qualcun altro. Una scelta si impone. Perchè del resto anche gli amici possono sbagliare, almeno dal tuo punto di vista.

Viterbo è divisiva. Lo è sempre stato, dai tempi dei Brettoni e dei Maganzesi, qualcosa come ottocento anni fa. È il suo handicap. Altrove le divisioni sono rimaste, ma c’è stata continuità di intenti quando si trattava di far crescere la città, specie oltre i suoi ristretti orizzonti di centro di provincia. Per altrove intendo la rissosa Toscana, l’intraprendente Lombardia, la creativa Emilia, l’elegante Veneto, perfino la sospettabile Sicilia. A Viterbo no. Le divisioni sono sempre state a perdere. Fateci caso, ripercorrendo la storia recente: si sono persi treni, occasioni, opportunità. E quando qualcosa si è fatta, non le è stata data continuità, non è stata un trampolino di lancio, ma solo l’ennesima opera incompiuta, perché è mancata la “manutenzione”: sociale, politica, culturale. 

Sociologicamente parlando, insomma, la politica viterbese è come l’epoca dei comuni. Risse tra campanili, risse persino sotto lo stesso campanile, giochi a perdere, purché cada Sansone sì, ma con tutti i filistei.

Di questi tempi, con il 12 giugno che per alcuni “incombe”, si sono sentite poche proposte concrete, molti slogan. Ma soprattutto si sono sentiti i distinguo, i dubbi, i rimbrotti di coalizioni che, a destra e a sinistra, mal tolleravano persino di dover esistere. Fa male a vedersi. Se sociologicamente il giudizio non  può che essere severo, verrebbe però la voglia di prendere quegli amici sparsi qua e là e dir loro: “Eddai, facciamo le cose serie, per bene, che fanno volare Viterbo!”. 

Ma loro ti risponderanno: “Il fatto è che abbiamo problemi, sai… anche problemi sorti con la pandemia, e ora con la guerra… insomma non possiamo sognare, volare, come dici tu, dobbiamo essere concreti…”.

Concreti.

Che significa? Abbandonare l’idea visionaria di Icaro, di Montgolfier, dei Wright, di Gagarin e Armstrong, e restare sulla Terra, anzi sulla terra? Sulla terra-terra, in nome del “realismo”? 

C’è qualche candidato che vuole mettere davanti a tutto la voglia di cambiare, di provare a crescere veramente? Che sappia trasformare il sogno in realtà, senza perdere di vista le necessità? Senza praticare l’alibi di un realismo minimalista e burocratico pur di non giocare le carte della città sui tavoli che stanno oltre l’orizzonte? Io penso che esista e spero che sappia resistere in questa sfida. Altrimenti, come diceva sornionamente mio nonno, “siamo del gatto”. Un timore sociologicamente ineccepibile…

Francesco Mattioli


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7 aprile, 2022

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